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| MEMORIA | |||
| 2006 |
Nel romanzo «Sveglia!» uscito quest’anno il paradosso di un ecologista
«radioattivo» Il nuovo romanzo di Nadine Gordimer, Sveglia! (uscito in marzo per Feltrinelli nella traduzione di Grazia Gatti), si fonda su un’idea narrativa che potremmo ribattezzare «grado zero»: un personaggio si trova all’improvviso in una situazione che azzera la sua routine abituale e che gli fa vedere con occhi totalmente nuovi la vita. È l’idea che ispira anche l’ultima prova di Sandro Veronesi, Caos calmo, dove un uomo, rimasto vedovo, ottiene questo risultato semplicemente «fermandosi»: decidendo, cioè, di passare le mattinate, anziché tra i colleghi nevrotici e yuppie, seduto in macchina davanti alla scuola della figlia, in attesa che la piccola Claudia esca a fine lezioni. Qui Peter Bannerman, trentacinquenne sudafricano bianco, viene operato di tumore alla tiroide e dopo l’intervento, sottoposto a radioterapia, è costretto per due settimane a rimanere a distanza - alcuni metri di lontananza fisica - da moglie, figlio, madre, padre, colleghi. Da tutti coloro con cui gli è abituale l’intimità o anche la semplice vicinanza e cui ora cui può nuocere con quella radioattività che gli è rimasta addosso e che lui vive come una misteriosa «luminescenza». Rispetto alle tante «trovate» che ci vengono ammannite dal gran circo degli scrittori maestri nello strapparci l’applauso (Auster, Marias...), questa si differenzia: è una vera «idea», da cui scaturisce una vera narrazione. Trattandosi di Nadine Gordimer, di temibile intelligenza. Il radioattivo Bannerman è un ambientalista. E ciò - facciamo notare a Nadine Gordimer - mette il romanzo in singolare sintonia con la coppia di opposti, Naturale/Artificiale, che quest’anno è il filo di Letterature: il festival romano, alla Basilica di Massenzio, del quale la scrittrice sarà stasera protagonista, accompagnata dalla musica di un erede di «griots» del Mali, Baba Sissoko, e con l’apporto recitativo di Manuela Mandracchia. Dove verrà appunto letto un brano di Sveglia! e un racconto, inedito in Italia, intitolato Una vita frivola, su una donna che, in fuga dalla Germania nazista, si rifugia in Sudafrica. «Sì, il romanzo si fonda appunto su quest’ironia: un ambientalista che tutela la natura, le foreste e le paludi, e che si batte contro la fabbricazione di un reattore nucleare, si trova a venire curato dalla sua malattia con la radioattività» risponde. Aggiunge: «L’argomento, per il Sudafrica, è di concreta attualità, perché vicino a Città del Capo stanno costruendo un vero enorme reattore nucleare, del costo di quattordici miliardi di dollari. Dicono che sarà sicuro, ma la mente corre a Chernobyl. Il Sudafrica ha sottoscritto il trattato di non proliferazione nucleare, dunque il reattore ha scopi pacifici. Però la minaccia per la vita umana rimane». Nadine Gordimer mantiene la sua straordinaria freschezza nel cogliere quali sono le urgenze - non, anche qui, le «mode» - di cui scrivere e per cui battersi. Premio Nobel per la letteratura 1991, è una minuscola signora di ottantatré anni vestita in modo essenziale, pantaloni bianchi, foulard beige, giacca coreana nera, capelli grigi tirati dietro le orecchie. Non si concede a incontri individuali con la stampa, ma nell’incontro collettivo si diffonde con generosità. Non capita a tutti di veder coronato il sogno politico per cui ci si è battuti. A lei sì, con la fine dell’apartheid in Sudafrica: «Non potevamo neppure immaginare momento migliore del giorno in cui in lunghe file siamo andati ai seggi e abbiamo votato un governo democratico vero, dopo la finzione della democrazia per soli bianchi» racconta. Non che, dopo, sia stata festa continua, aggiunge: «Come al crollo del Muro di Berlino, dopo i festeggiamenti, le bevute e gli abbracci, ci siamo svegliati la mattina dopo col mal di testa. Eccoli lì, i problemi: la casa e l’istruzione, le infrastrutture mancanti in quelle che erano le scuole per i neri. Le bidonville che non scompaiono, perché la povertà spinge di continuo la gente a cercare fortuna in città. Il razzismo che naturalmente alligna ancora in alcuni anziani. Però oggi dalla scuola elementare vicino a casa mia, prima segregata, vedo uscire maschietti bianchi e neri che scherzano, fanno finta di picchiarsi, poi le bambine coi loro pissi pissi e le loro risatine. Questo per me è il futuro». Gordimer, di famiglia ebrea, si professa non credente. Non è religioso, spiega, il motivo che l’ha spinta a battersi contro il razzismo: «Ero una bambina bianca in posizione privilegiata. Di necessità ho guardato e ho visto l’ingiustizia» dice. Usa la parola «miracolo» in modo non trascendente: «Il nostro miracolo ha molti autori. Primo, Nelson Mandela. Grazie a lui il Sudafrica non è sprofondato in una guerra civile. Grazie anche, bisogna dirlo, ai leader dell’apartheid che da ultimo hanno accettato il negoziato, a rischio di essere chiamati traditori dalla loro gente. Grazie ai bianchi che detenevano le leve dell’economia e hanno capito che le sanzioni internazionali l’avrebbero mandata a rotoli. E grazie allo spirito di sacrificio di tutti quelli che si sono battuti». Il Sudafrica, un tempo esempio del razzismo più oliato nei decenni, oggi ha un presidente nero, Thabo Mbeki, chiamato, dalla Costa d’Avorio allo Zimbabwe, a spiegare come si fa a «farcela». Anche l’Europa e gli Usa, dove l’immigrazione dal Sud del mondo preme, possono imparare qualcosa, osserva la scrittrice: «Nessuno lascerebbe il proprio paese se avesse modo di sopravvivere. I paesi industrializzati devono capire che l’emigrazione si ferma smettendo di usare l’Africa come una miniera di materie prime e investendo, da noi, per promuovere l’industria leggera». Il paese dove le donne nere portavano sulle spalle il peso dello sfruttamento più pesante oggi «ha conosciuto progressi incredibili. Ci sono molte donne in Parlamento, una donna è ministro degli Esteri» spiega. «Non che basti essere di sesso femminile per fare cose magnifiche. Per esempio la nostra ministro della Sanità non è all’altezza della sfida che ha davanti, l’Aids».
Archiviato l’apartheid, il Sudafrica può concedersi il «lusso» di
affrontare problemi diversi. Di dettaglio, come - spiega Gordimer - la
mancanza di riviste letterarie che favoriscano l’esordio di scrittori
giovani. Enormi come, appunto, l’epidemia da Hiv: «Su una popolazione di
46 milioni di abitanti, centomila sono in cura coi farmaci retrovirali»
avvverte la scrittrice. «E poi ci sono i malati non curati. È una
minaccia enorme, non solo per le vite umane. A rischio è una
generazione, è un’economia, è una società».
Inserto per il sessantennale del
referendum monarchia-repubblica Certo non sarà stato storicamente vero
che mia madre sia corsa a iscriversi all´Udi cinque minuti dopo il
ritorno alla libertà, ma l´impressione è stata quella. La guerra era
finita, e anche le persecuzioni razziali che ci avevano duramente
colpito. E di colpo la politica era entrata a casa nostra. Era un tipo
energico mia madre, a volte un po´ troppo. L´8 marzo mi aveva costretto
a portare le mimose a tutte le insegnanti della scuola, con mio grande
disagio perché l´usanza non era ancora conosciuta e le professoresse mi
guardavano perplesse o addirittura ostili.
Non è facile tracciare il perimetro intellettuale di Julia Kristeva: espatriata ventiquattrenne dalla Bulgaria col bagaglio della sua passione per i formalisti russi degli anni Venti, ma anche dei suoi studi sul Nouveau Roman che in quegli anni fioriva in Francia, in quarant’anni ha importato negli ambienti parigini l’allora ignoto pensiero di Bachtin, e lì invece ha scoperto lo strutturalismo, ha affiancato, per distaccarsene, altri «ismi», dal maoismo di Tel Quel (è sposata col fondatore della rivista Philippe Sollers) al neo-femminismo degli anni Sessanta e Settanta, è stata allieva e collega di Barthes e di Lacan, si è mossa tra storia delle religioni e psicoanalisi. Ha elaborato concetti - come quello di «intertestualità» - ormai irrinunciabili alla critica letteraria. Ma ne ha approfonditi anche altri di urgente attualità, come quello di «straniero». Nativa del Paese delle Rose, lei con la Francia che l’ha accolta si è identificata e parla un francese di abissale precisione filologica. Perciò ha voluto lavare questa parola, «straniero», da quella nostalgia - il dolore dell’estraneità - che per i migranti contiene. Per molti in Italia è consegnata a un titolo, La rivoluzione del linguaggio poetico, che, nel ’75, predicava la potenzialità sovversiva della poesia rispetto a un ordine simbolico autoritario; ma tra i suoi libri spiccano anche Sole nero. Depressione e melanconia come Stranieri a sé stessi e Le nuove malattie mentali, e romanzi come I samurai e La donna decapitata. Nel libro intervista Il rischio del pensare, appena uscito per il Melangolo, colpiscono due dati biografici: è stata tra i pochi espatriati dal blocco ex-sovietico a mantenere un interesse per il socialismo come orizzonte di cambiamento (da un viaggio in Cina, e dalla conseguente cocente disillusione, scaturirà nel ’74 Femmes chinoises); e dopo l’incontro con Lacan e Freud, analizzata e diventata psicoterapeuta, protegge la privacy indispensabile al suo lavoro, ma non rifiuta un ruolo pubblico. Però con cautela e senza abiure: senza spettacolarizzazioni alla James Hillman.
La sala in cui ci incontriamo è uno sfondo perfetto per la sua ultima
ricerca: nell’ex hotel Ambasciatori, gli affreschi del 1926 di Guido
Cadorin inneggiano alla Nuova Donna, una maschietta in gonna corta. Ora,
dal ’99 Julia Kristeva si è dedicata a una poderosa trilogia, Il genio
femminile - le vite di Hannah Arendt, Colette e Melanie Klein - che va
traducendo Donzelli.
IL MANIFESTO, 4 marzo 2006 di Giuliana Sgrena Una notorietà improvvisa che non avrei mai desiderato, condizionante. A volte mi fa sentire investita di un ruolo che non posso assolvere. Cosa devono fare i pacifisti? A volte rispondo che il mio sequestro ha dato loro una spinta per tornare in piazza, quel 19 febbraio di un anno fa erano in 500.000, mi hanno raccontato. Ma poi? Sembra che nessuno abbia saputo raccogliere questa opportunità di tornare a essere protagonisti. Speriamo che la manifestazione del 18 marzo sia l'occasione. Ci sono tanti giovani studenti che hanno fatto la tesi sul mio sequestro, su di me, sulla guerra e l'informazione. Mi dicono che io sono per loro un «modello». Una bella soddisfazione dopo le critiche di alcuni colleghi. Ma anche una grande impotenza. In Iraq non si può più andare per informare, l'informazione è stata completamente militarizzata con l'istituzionalizzazione dei giornalisti «embedded». Che fare? Dovrei sconsigliarli a intraprendere questa strada, ma invece rispondo che non possiamo arrenderci, che l'informazione può servire a sconfiggere la logica della guerra. L'entusiasmo dei giovani deve essere alimentato e indirizzato piuttosto che depresso. Negli anni scorsi quando andavo in giro a presentare i miei libri trovavo gli aficionados, era difficile riempire le sale, c'era sempre qualche motivo che limitava la partecipazione: pioggia, coincidenza con altre iniziative, orario, etc. Ora invece le sale sono sempre più grandi e sempre più piene, tante facce nuove, tante attese, tante speranze e curiosità. Non solo nei miei confronti. Cosa succede veramente in Iraq? Purtroppo gli avvenimenti di questi giorni confermano quello che avevo scritto basandomi semplicemente sull'osservazione della realtà. Come la guerra civile strisciante che ora è esplosa con tutta la sua violenza e che sembra sorprendere ipocritamente chi l'ha favorita. E poi, si saprà mai la verità sulla morte di Nicola Calipari? L'emozione per la sua morte è ancora viva tra la gente.
E anche la richiesta di verità. La magistratuta ha fatto un primo
passo, importante, incriminando Mario Lozano, l'unico soldato che secondo
il rapporto della commissione militare americana avrebbe sparato contro
di noi, per omicidio volontario. Perché l'operato della magistratura
abbia un seguito occorre però una collaborazione delle autorità Usa
che può essere ottenuta solo con una forte pressione politica. Che
non possiamo aspettarci da questo governo visto che il ministro Castelli
non ha mai fatto nulla per ottenere una risposta alle rogatorie. E ieri
il ministro della difesa Antonio Martino, durante la commemorazione di
Calipari, è arrivato a dire che è stato il fato a uccidere
il dirigente del Sismi. Non il fuoco americano. Martino ha osato più del
comando Usa che aveva parlato di «fatale incidente». Poi, per
fortuna, Gianni Letta lo ha smentito. Tra noi di Controparola ricordiamo
con sgomento la notizia del rapimento di Giuliana e l'ansia con cui
abbiamo seguito la sua vicenda nelle settimane successive: alcune di noi
impegnate anche professionalmente nel dare notizia o riflettere
sull'avventura terribile toccata all'amica, collega, compagna di
Controparola (valga per tutti il pezzo di Dacia Maraini pubblicato dal
Corriere della Sera pochi giorni dopo il rapimento). E ricordiamo con
emozione la rabbia e la speranza con cui abbiamo partecipato al grande
corteo romano del 19 febbraio con al collo il tatze-bao che vedete
sopra. IL CORRIERE DELLA SERA, 11 febbraio
2006
Si parla tanto di Giuliana Sgrena, ma si conosce poco di lei. Molti non sanno che ha cominciato scrivendo per la rivista “Guerra e pace”, fondata fra le fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Che lavora alla redazione esteri de Il manifesto dal 1988. Che è stata la prima giornalista italiana a seguire le drammatiche cronache dall’Algeria in mano ai radicali islamici. Che è stata fra i primi a recarsi in Afghanistan quando a Kabul c’era ancora il regime dei Talebani. Che conosce a fondo il mondo islamico e in particolare la vita delle donne e del dominio esercitato su di loro dalle componenti oscurantiste dell’Islam militante. Che era a Bagdad durante i bombardamenti e vi è tornata più’ volte, cercando innanzitutto di raccontare la vita quotidiana degli iracheni , documentando con professionalità le violenze causate dall’occupazione di quel paese. Che è fra le fondatrici del Movimento per la pace dagli anni 80. Che fa parte di Controparola, gruppo di giornaliste e scrittrici che si batte da anni per i diritti delle donne.Che ha scritto diversi libri fra i quali: “Le fidanzate di Allah”, “Alla scuola dei talebani” , “La schiavitù del velo” “Kahuina contro i califfi” e “Il fronte Iraq”. “I giornalisti sono ostaggio di tutti gli effetti perversi provocati dall’occupazione militare e dalla privatizzazione della guerra. L’ostilità degli iracheni verso l’occupazione si è ampliata fino a coinvolgere tutti gli stranieri. Del resto quando si spaccia un intervento militare come missione di pace non si puo’ pretendere che dall’altra parte si facciano distinzioni sottili”. Anche queste sono parole di Giuliana. Aggiungo che Giuliana è una persona generosa e vera, nel senso che non ha mai fatto vanto del suo coraggio e delle sue verità. Una persona schiva che fa il suo lavoro con passione e fino in fondo. Conosceva i rischi che correva, e non li sottovalutava, come sostiene qualcuno. Le sue parole che minimizzavano i pericoli, erano lì per rassicurare non per esprimere incoscienza. Il coraggio non consiste, come spiega bene Stendhal, nel non avere paura -nel qual caso si tratta di pura incoscienza- ma nel conoscere e nell’affrontare questa paura, quando ci sembra necessario. Per Giuliana, fare campagna contro la guerra, vuol dire andare a informarsi e raccontare il conflitto nel centro del suo occhio perverso senza sottrarsi a nessuno dei rischi che questo comporta. Raccogliere dal vivo le testimonianze di chi la guerra la subisce senza potere dire il suo parere. Dare spazio alle voci degli esclusi, dei deboli. È quello che ha fatto, con consapevolezza e forza
d'animo. E noi dobbiamo esserle grate. Soprattutto noi donne, che siamo
così spesso mortificate dalle immagini di corpi femminili asserviti,
acconciati passivamente per una improbabile mistificante seduzione,
divisi e messi in vetrina. Giuliana ci ricorda che esistono, anche se
ben nascoste, donne che pensano, che prendono decisioni, che partono
alla volta di terre sconosciute per dare testimonianza dei troppi
silenzi complici e interessati, senza chiedere nulla e tutto rischiando
per fare conoscere il vero.
LA REPUBBLICA 06/02/2006 Nel suo celebre saggio "La mistica della femminilità" stracciò un velo di ipocrisia, dando inizio a un movimento di liberazione che si sarebbe diffuso in tutto l' Occidente Per diffondere le sue idee non disdegnava di tenere conferenze nei supermercati. Il pomeriggio in cui dovevo intervistarla, nell' ottobre 1982, presso i grandi magazzini di Hartford, capitale del Connecticut, Betty Friedan era ubriaca. O così sembrava. La incontrai in un locale di servizio, fra commesse che andavano e venivano, stampelle e scatole di carta che cadevano da ogni parte. Era sprofondata in una poltrona, un bicchiere di whisky a portata di mano, appoggiato sulla moquette grigia. Si era tolta le scarpe, che giacevano dove le aveva buttate con evidente senso di liberazione, una qua una là, un po' discosto dalla poltrona. Le gambe erano aperte, come remi in abbandono, la testa appoggiata alla spalliera, il forte trucco che cominciava disfarsi per il sudore. «È questa l'ora di presentarsi?», mi investì. Il reverenziale timore di cui ero colma, alla vigilia dell' incontro con un simile mostro sacro, scomparve. Risposi con fermezza che erano le quattro, esattamente l' ora in cui mi aveva dato appuntamento, alla fine della sua conferenza. La sua arroganza si sgonfiò. «è vero, ma ora io lo sforzo l' ho fatto e mi sono disunita», disse con candore bevendo un sorso di whisky, mentre il trucco le colava sulla faccia, che con quel naso lungo e quei tratti marcati e privi di dolcezza, era assai più da strega che da fata buona delle donne. Anche la voce era roca. Mi guardò interrogativamente come a chiedermi aiuto, con i grandi, tondi occhi desolati, leggermente lacrimosi. Non saprei, mormorai. Poi ebbi una folgorazione. Dovrà pur tornare a casa prima o poi, mi dissi. Abita qui a Hartford? Chiesi. «No, rispose sospirando. Devo andare a New York». Bene. I treni sono continui, e, se non le dispiace, potremmo fare il viaggio insieme. Sono certa che tra un po' si sentirà meglio e potrà parlare. «Oh, per carità, non il treno. Io prenderò l' aereo». Certo le distanze americane non sono quelle italiane, ma l' aereo da Hartford a New York (più o meno Firenze-Roma) lo trovavo eccessivo. Del resto, fare tutto il viaggio con lei, compreso aiutarla a rintracciare il suo posto, poi trovarle un taxi una volta arrivati, non era una prospettiva allettante. Proposi di accompagnarla all' aeroporto, e lei accettò. «Sì, i grandi magazzini hanno disposto una macchina… tra mezz' ora». Chiuse gli occhi e si appoggiò alla spalliera per dormire. Mi eclissai. Non era strano trovarla in un grande magazzino a "predicare". Betty Friedan era una vera apostola delle sue idee e del suo movimento, il Now – National Organization of Women - che aveva fondato nel ' 66, ad appena tre anni dalla pubblicazione della sua Feminine Mistique, il vero, unico, efficacissimo manifesto del movimento di liberazione statunitense, il cosiddetto Womens' Lib. Parlava dovunque pensasse di poter trovare un uditorio femminile. Grandi magazzini e supermercati erano senza dubbio il migliore centro di raccolta delle casalinghe. Quelle casalinghe devote appunto alla "mistica della femminilità", la pigra e molto maschilista mitologia e leggenda post-bellica (la guerra l' avevano vinta gli uomini, no?) che esaltava la torta di mele con annessi e connessi (uno fu il baby-boom). Betty Friedan aveva voluto stracciarne il velo di ipocrisia, rivelando – dati alla mano – quanti diplomi e lauree di college erano stati sacrificati su questo altare fasullo, altamente sponsorizzato da Hollywood. E con quante terribili nevrosi - talvolta solitario alcolismo - le donne, tutto il giorno sole in casa in tutta compagnia di qualche vicina che veniva a prendere il caffè, le avevano pagate. Per giunta, sempre giudicate colpevoli e talvolta "pazze" da una sorta di congiura sociale maschile tanto più potente in quanto non detta. Il suo libro denunciava anche quanti soldi queste donne avevano perso, non utilizzando il loro sapere senza riconoscimento alcuno, nel migliore dei casi regalando denaro alle proprie famiglie e comunità. Queste donne, con The Feminine Mystique, lei si era riproposta di stanarle, farle uscire al sole dalle prigioni dorate delle loro cucine. E di far prendere loro coscienza di sé. «è più facile vivere attraverso qualcun altro piuttosto che diventare veramente se stessi», aveva scritto fra l' altro. Chissà se sapeva di parafrasare il "donne si diventa" di Simone de Beauvoir. Più tardi, di pubblicazioni negli Stati Uniti ne sono venute tante, da Sex Politiques di Kate Millet alla diffusissima rivista Ms di Gloria Steinem. Ma nulla e nessuno ha avuto il potere deflagrante e sovvertitore, simile a un improvviso sparo nel buio, de La mistica della femminilità (in italiano apparve nel ' 64, e fu tradotto in un numero incredibile di lingue. Dovunque fu un besteller, e suonò la squilla del risveglio). Naomi Betty Friedan, una sociologa nata a Peoria nell' Illinois nel 1921 e morta ieri l' altro nella sua casa di Washington, è un monumento del femminismo non solo americano, ma occidentale del ventesimo secolo. Il suo posto, per le conseguenze che le sue parole hanno portato, non è secondo a quello di Simone de Beauvoir, autrice, nel 1949, del fondamentale Secondo sesso (sulle prime contestatissimo dai suoi amici filosofi maschi, capaci di ogni trivialità). In Europa poi sarebbero venute la tedesca Alice Schwarzer con la sua rivista Emma (da Madame Bovary) e la francese Luce Irigaray con Speculum, l' altra donna, che le costò la cacciata dall' università di Parigi, e molti altri importanti libri, anche italiani, che da noi hanno dato vita a uno dei femminismi più attivi e sovvertitori del mondo occidentale. Alle cinque di quel piovoso pomeriggio del 1982 (buio e tempestoso, come avrebbe detto Snoopy), ero seduta in una limousine dei grandi magazzini diretta all' aeroporto di Hartford, Connecticut, accanto a una Betty Friedan che aveva totalmente ritrovato se stessa. Compresa la propria aggressività, che mi scaricò subito addosso, provocando in me un sbalordimento di tutt' altro genere: «Non sarà una di quelle cretine e criminali che si dicono femministe e vogliono combattere gli uomini, vero?» Non capivo. Avrei capito qualunque domanda ma non quella. Capii però mano a mano che la conversazione proseguiva. Betty Friedan era sorpresa e, in un certo senso, spaventata dall' eco eclatante che le sue parole avevano avuto, e da quanto più in là delle sue intenzioni le donne "risvegliate" erano andate. Gruppi di lesbiche a centinaia, aborti a catena, il manifesto del Mas (all' incirca, Inutilità dei fuchi maschi e come eliminarli dalla faccia della terra) e altro ancora, in realtà non imprevedibile nella sinistra americana, che parte sempre lancia in resta. Per un attimo, guardandola, mi venne in mente Martin Lutero di fronte alla rivolta dei contadini. Che sia pentita? Pensai. Ma non era pentita. Voleva solo che le cose prendessero un altro corso. Stava elaborando (o l' aveva già scritto?) il suo secondo libro, La seconda fase. Sosteneva qui che bisognava andare oltre la guerra dei sessi e la "politica di genere": la vera minaccia alla libera affermazione delle donne era di carattere economico, ma non era possibile fare rivendicazioni separatamente dagli uomini. Occorreva allearsi con loro, entrare in politica e combattere insieme. Forse, si potrebbe anche dire che, con mezzi propri, stava arrivando al concetto marxiano di "lotta di classe". In realtà Marx, da brava americana, lei non lo aveva mai letto o comunque lo detestava. Nella sua nuova "alleanza con gli uomini" non aveva dimenticato le donne, né i mezzi di protesta tipicamente americani. Al congresso di Pechino del 1995, ad esempio, denunciò la degradante e stereotipata immagine delle donne che i media continuavano (e continuano) a presentare, anche perché rende bene in pubblicità, Eppure, osservò, le donne sono le principali acquirenti di tutto. Dovrebbero dunque boicottare
i media, non solo non comprandoli, ma scrivendo, a migliaia, lettere
di protesta e sommergendo gli editori di cause. Forse per la prima volta,
a Pechino Betty Friedan denunciò la condizione miserabile di tante
donne del terzo mondo e di tante nere americane. Ma, per queste ultime,
ormai era troppo tardi. Si deve alla loro indifferenza ed assenza, se,
nei primi anni Ottanta, L' Equal Rights Amendement, l' emendamento decisivo
da inserire nella Costituzione, relativo alla discriminazione di sesso,
venne clamorosamente bocciato. Il femminismo nero avrebbe avuto in seguito
le sue aralde (Bell Hooks, Toni Morrison e altre), ma per il momento
le nere americane sentivano il Now e tutta la mobilitazione femminista
come "roba da bianche". Non avevano torto. Ma resta il fatto
che senza quella "roba da bianche" sgorgata dalle prime parole
di Betty Friedan, forse nemmeno la "roba da nere" più tardi
sarebbe mai nata. LA REPUBBLICA, 27 marzo 1982
Credevamo di essere rimaste in quattro gatte, noi
superstiti del vecchio femminismo, e invece siamo tante tantissime, di
tutte le città e di tutte le età, chi con i capelli bianchi, chi con
capigliatura rasta. E ci siamo ritrovate per la prima volta a Milano, in
un pomeriggio esaltante, euforizzate da un fuoco d’artificio di slogan
intelligenti, irridenti, irriverenti che andavano da “Padrone di nulla,
serve di nessuno” o “Tremate tremate le donne son tornate, coi figli e
coi nipoti non vi daremo i voti” a “I figli li fa la madre e non il
Santo Padre” o “Ancora L’utero e la sua riforma” e “Il Vaticano fuori
dalla gnocca, il corpo della donna non si tocca”. A Milano c’era anche
Controparola, con tanto di striscione rosa e lo slogan, improvvisato là
per là “Controparola, svegliatevi che è l’ora”. |
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| 2005 |
![]() In Tunisia le donne hanno dei diritti, ma guai a chi fa politica di Nadia Pizzuti (dal n° 33 del 13 gennaio 2005 della newsletter della Casa Internazionale delle donne-Roma) Ho appena trascorso due mesi in Tunisia e lì ho toccato con mano quanto l’emancipazione femminile promossa e sostenuta da un regime autoritario porti in sè i germi di un’involuzione o di una regressione per le donne. È vero che si rischia di tornare indietro anche là dove le conquiste delle donne sono il frutto delle battaglie femministe (Italia docet)… ma questa è un’altra storia. In Tunisia, il paese più occidentalizzato del mondo arabo, le donne godono di diritti impensabili per gran parte delle musulmane: il “Codice dello statuto personale”, promulgato nel 1956, vietò infatti la poligamia, istituì il divorzio giudiziario e fissò a 17 anni l’età minima del matrimonio per le ragazze. Per quanto riguarda l’eredità, invece, la legge è rimasta fedele al diritto islamico e garantisce alle donne solo la metà di quanto spetta agli uomini. Ma, nel regno di Zin el Abidin Ben Ali, il laico presidente caro ai governanti occidentali, vi è ben poco spazio per il dissenso e alle donne è concessa solo una qualche forma di attivismo sociale, non una vera e propria militanza politica. Lo stesso vale per gli uomini, del resto. In altri termini, si possono rivendicare più diritti, ma a patto che non si contesti apertamente il regime. Inoltre, il crescente attaccamento all’identità arabo-islamica e alla religione, con cui l’opinione pubblica tunisina ha reagito al perdurare del conflitto israelo-palestinese e alla guerra in Iraq, si riflette negativamente sulla condizione delle donne. L’esempio più evidente di tale tendenza è il ritorno al velo islamico, la cui interdizione nelle scuole e nella pubblica amministrazione è uno dei pilastri della guerra all’integralismo scatenata dal governo negli anni Ottanta. Nelle strade delle città tunisine si vedono sempre più ragazze con lo hijab, proprio come avviene in altri paesi musulmani o nei paesi occidentali con una forte presenza islamica, dove indossare il velo è anche un gesto di rivolta contro l’Occidente. Sin dallo scorso anno, la ong femminista più battagliera, l’Atfd (Association tunisienne des femmes démocratiques) aveva ammonito sulla recrudescenza dello hijab, giudicandola “inquietante”. Dal canto suo, a dimostrazione di quanto la questione sia complessa, la Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (legale ma appena tollerata dalle autorità) ha denunciato aggressioni della polizia nei confronti di donne velate e ha chiesto la libertà di scelta nell’abbigliamento. Per non alienarsi la parte della popolazione più sensibile al richiamo dell’Islam conservatore, alcuni mesi fa il governo ha emanato un decreto che alleggerisce le sanzioni per chi trasgredisce la legge, allentando di fatto le restrizioni sul velo. Il ritorno allo hijab si accompagna con una più assidua frequentazione delle moschee e con una crescente influenza degli imam (le guide della preghiera) e delle tv satellitari arabe che diffondono messaggi religiosi, mi hanno riferito alcune femministe vicine all’Atfd e ad un’altra ong, l’Afturd (Association des femmes tunisiennes pour la recherche et le développement). In effetti, per tagliare l’erba sotto ai piedi degli estremisti islamici, le autorità non si sono limitate a mettere al bando il loro movimento (Ennhada) e ad incarcerare centinaia di militanti. Hanno anche incoraggiato la costruzione di moschee, aumentato lo spazio dedicato ai programmi religiosi in tv, lanciato una campagna per la “moralizzazione dei costumì” e offerto incentivi economici ai fedeli che vogliono compiere il pellegrinaggio alla Mecca. Così, sono aumentate anche le pressioni degli ambienti tradizionalisti sulle donne, dicono le femministe. Inoltre, come avviene spesso, c’è una netta discrepanza tra le leggi e la loro attuazione. Il problema è particolarmente acuto sul piano economico. Oggi, secondo dati ufficiali, il tasso di scolarizzazione delle ragazze supera largamente il 70%, mentre era solo del 36,7% nel 1996. Ma rimane difficile l’accesso al mercato del lavoro: nel Paese nordafricano afflitto dalla piaga della disoccupazione, le donne rappresentano solo un quarto della popolazione attiva. E sussistono forti disparità tra le città e gli ambienti rurali. Ricco – ancorché largamente asservito al regime e alla pratica della censura /autocensura) - l’associazionismo femminile in Tunisia. Le due ONG più “indipendenti” e più attive, specie per quanto riguarda la riforma dell’eredità e l’assistenza alle vittime della violenza domestica, sono l’Afdt e l’Afturd. Quest’ultima è parte attiva di un progetto, su scala maghrebina, sovvenzionato dalla Commissione europea e coordinato dall’Istituto per il Mediterraneo (Imed) con sede a Roma. Più politicizzata, l’Afdt ha denunciato anche la violenza di Stato, affermando in un opuscolo che molte donne sono “state gettate in prigione e torturate per aver osato partecipare liberamente alla vita pubblica e politica, operando al di fuori, se non contro, il potere costituito’’. La prigioniera politica più famosa in Tunisia è Sihem Bensedrin, un’esponente dell’opposizione non legale tornata a piede libero grazie ad una forte mobilitazione internazionale. Un’altra ‘bestia nerà del regime è l’avvocata Radhia Nasrawi, che difende i prigionieri politici e dirige un’associazione (non riconosciuta dal governo) di lotta contro la tortura. Nasrawi è vittima di una doppia persecuzione, come avvocata e come moglie del leader del Partito dei lavoratori comunisti tunisini (Pcot, fuorilegge), Hami Hammami. Il suo studio è stato saccheggiato, i suoi clienti hanno subito intimidazioni, le sue figlie sono state minacciate e terrorizzate dalla polizia. La situazione è migliorata dopo che l’avvocata ha fatto uno sciopero della fame di 56 giorni, nel 2003, e quando sono scese in campo le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Clicca qui per stampare questa scheda |
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| 2004 |
![]() Le donne forti di Shirin Ebadi di Nadia Pizzuti (dal n° 15 del 6 marzo 2004 della newsletter della Casa Internazionale delle Donne-Roma) “Viva le donne forti!”. Finalmente sorridente e rilassata, dopo tanti impegni ufficiali, Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003, saluta levando il pugno le circa 300 donne che l’hanno accolta con un’ovazione alla Casa Internazionale delle donne. E’ stata ripetutamente minacciata di morte, la giurista iraniana. Tre anni fa è finita a Evin, il carcere dei dissidenti a Teheran. Gli integralisti islamici l’hanno bollata di “bambola degli americani” ed è stata contestata persino da alcuni suoi connazionali che non la giudicano abbastanza laica e progressista. Ma questa piccola donna di 56 anni, il cui nome in persiano significa “dolce”, è pur sempre la prima musulmana ad aver ricevuto il prestigioso premio dell’Accademia di Stoccolma. Ed è convinta che, portando nel mondo il suo messaggio di libertà, contribuirà a promuovere il rispetto dei diritti umani. In Iran, innanzitutto, ma anche là dove l’Occidente pretende di imporre la democrazia con la forza, come in Iraq. In quel pugno alzato davanti alle donne romane c’è tutta la storia di Shirin Ebadi, da quando la rivoluzione islamica bandì le donne dalla magistratura alla sua battaglia in difesa dei diritti delle donne, dei bambini e degli intellettuali dissidenti -battaglia che le è valsa il premio Nobel-, fino alle sue recenti, dure prese di posizione contro i ’falchi’ del regime clericale. “Prima della rivoluzione del 1979 ero presidente di una sezione di un tribunale di Teheran. Poi, da un giorno all’altro, sono stata retrocessa a impiegata di quello stesso tribunale”, ironizza l’ex giudice. E, coadiuvata dalla sua valente interprete Ela Mohammadi, racconta la sua vita, snocciola aneddoti, risponde alle domande, felice “di trovarmi tra tante persone che la pensano come me”. Quando si trova all’estero Shirin Ebadi non si copre la testa come prescrive il codice penale iraniano, ma non le piace la nuova legge francese che proibisce alle ragazze musulmane di portare il velo nelle scuole. “Le donne dovrebbero essere libere di vestirsi come vogliono, ovunque esse vivano. Agli uomini non si vietano o si impongono la barba o la cravatta, no?”. Shirin Ebadi non si è mai spinta fino a contestare apertamente la religione islamica. Piuttosto, ha più volte denunciato le derive fondamentaliste, gli abusi commessi in nome di Maometto e del Corano. La sua visita a Roma è coincisa con cruciali elezioni in Iran, che hanno riconsegnato il Parlamento ai conservatori. La sconfitta dei sostenitori di Mohammad Khatami è dovuta alla bocciatura in massa delle loro candidature da parte della corte costituzionale, in mano agli ultraconservatori, ma anche al disincanto degli iraniani di fronte alla mancata attuazione delle riforme promesse dal presidente. E il premio Nobel, che ha boicottato le urne come tanti suoi connazionali, già prevede: “Temo che i conservatori, se conquistano la maggioranza dei seggi, inaspriranno le leggi contrarie ai diritti delle donne”. Come avvocato, ha difeso numerosi dissidenti, anche come legale di parte civile. Di recente ha accettato di occuparsi del caso di Zahra Kazemi, la fotografa iraniana-canadese morta per un colpo alla testa subito dopo l’arresto a Teheran nell’estate 2003. Ma, nel paese degli ayatollah, i processi beffa sono all’ordine del giorno, spesso si svolgono a porte chiuse e senza difensore. E agli avvocati può capitare di pagare il loro coraggio con il carcere, come è accaduto a Shirin Ebadi, che ha trascorso diverse settimane dietro le sbarre per aver raccolto la confessione di uno squadrista islamico pentito che ha denunciato un complotto per rovesciare Khatami. Secondo la giurista, è una beffa anche la recente sospensione della pena di morte per lapidazione, prevista per le persone accusate di adulterio. “Non basta la sospensione. La legge va cancellata dal codice penale”, dice. La condanna alla lapidazione colpisce soprattutto le donne, che già sono fortemente penalizzate dal codice civile: possono subire ripudio e poligamia, ricevono la metà dell’eredità dei maschi, la loro testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo e, in caso di divorzio, si vedono sottrarre la custodia dei figli. “La vita di una donna in Iran vale quanto un occhio strabico di un uomo”, ebbe a dire Shirin Ebadi qualche anno fa. I conservatori –o conservatori pragmatici, come amano definirsi- che hanno conquistato la maggioranza in parlamento, hanno messo in campo diverse donne per la nuova legislatura. Ma chi, nei palazzi del potere e nella società civile, oserà ora sostenere le battaglie del premio Nobel, come ha fatto di recente il rettore dell’Università femminile di Al Zhara, Zhara Rahnavand, che ha attaccato le autorità per la loro mancata reazione contro un manipolo di miliziani islamici che ha impedito alla giurista di tenere un discorso davanti alle studentesse? Auguri Shirin! Clicca qui per stampare questa scheda |
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2004 |
Articolo
apparso su “Il paese delle donne” N°14 del 2004 con il
titolo Nella sua plasticità di organismo vivo, il linguaggio via via
recepisce il mutamento culturale e sociale, e più o meno rapidamente
e felicemente vi si adegua. Ma quando il mutamento si verifica con dirompente
celerità, con una magnitudo da investire mezza umanità e
indirettamente l’altra mezza, e con una forza d’urto da rimettere
in causa la storia intera, come è stato ed è il caso della
rivoluzione femminile, spesso nascono dei mostri. |
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