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MEMORIA  
2006

 

L’UNITA’ 30 maggio 2006

PARLA NADINE GORDIMER La scrittrice - Nobel ‘91 per la letteratura - stasera a Roma a Massenzio. Spiega, ad apartheid finito, le nuove urgenze del suo paese

Nel romanzo «Sveglia!» uscito quest’anno il paradosso di un ecologista «radioattivo»
«Sudafrica, io ho visto realizzato il mio sogno»

di Maria Serena Palieri

Il nuovo romanzo di Nadine Gordimer, Sveglia! (uscito in marzo per Feltrinelli nella traduzione di Grazia Gatti), si fonda su un’idea narrativa che potremmo ribattezzare «grado zero»: un personaggio si trova all’improvviso in una situazione che azzera la sua routine abituale e che gli fa vedere con occhi totalmente nuovi la vita. È l’idea che ispira anche l’ultima prova di Sandro Veronesi, Caos calmo, dove un uomo, rimasto vedovo, ottiene questo risultato semplicemente «fermandosi»: decidendo, cioè, di passare le mattinate, anziché tra i colleghi nevrotici e yuppie, seduto in macchina davanti alla scuola della figlia, in attesa che la piccola Claudia esca a fine lezioni. Qui Peter Bannerman, trentacinquenne sudafricano bianco, viene operato di tumore alla tiroide e dopo l’intervento, sottoposto a radioterapia, è costretto per due settimane a rimanere a distanza - alcuni metri di lontananza fisica - da moglie, figlio, madre, padre, colleghi. Da tutti coloro con cui gli è abituale l’intimità o anche la semplice vicinanza e cui ora cui può nuocere con quella radioattività che gli è rimasta addosso e che lui vive come una misteriosa «luminescenza».

Rispetto alle tante «trovate» che ci vengono ammannite dal gran circo degli scrittori maestri nello strapparci l’applauso (Auster, Marias...), questa si differenzia: è una vera «idea», da cui scaturisce una vera narrazione. Trattandosi di Nadine Gordimer, di temibile intelligenza. Il radioattivo Bannerman è un ambientalista. E ciò - facciamo notare a Nadine Gordimer - mette il romanzo in singolare sintonia con la coppia di opposti, Naturale/Artificiale, che quest’anno è il filo di Letterature: il festival romano, alla Basilica di Massenzio, del quale la scrittrice sarà stasera protagonista, accompagnata dalla musica di un erede di «griots» del Mali, Baba Sissoko, e con l’apporto recitativo di Manuela Mandracchia.

Dove verrà appunto letto un brano di Sveglia! e un racconto, inedito in Italia, intitolato Una vita frivola, su una donna che, in fuga dalla Germania nazista, si rifugia in Sudafrica. «Sì, il romanzo si fonda appunto su quest’ironia: un ambientalista che tutela la natura, le foreste e le paludi, e che si batte contro la fabbricazione di un reattore nucleare, si trova a venire curato dalla sua malattia con la radioattività» risponde. Aggiunge: «L’argomento, per il Sudafrica, è di concreta attualità, perché vicino a Città del Capo stanno costruendo un vero enorme reattore nucleare, del costo di quattordici miliardi di dollari. Dicono che sarà sicuro, ma la mente corre a Chernobyl. Il Sudafrica ha sottoscritto il trattato di non proliferazione nucleare, dunque il reattore ha scopi pacifici. Però la minaccia per la vita umana rimane».

Nadine Gordimer mantiene la sua straordinaria freschezza nel cogliere quali sono le urgenze - non, anche qui, le «mode» - di cui scrivere e per cui battersi. Premio Nobel per la letteratura 1991, è una minuscola signora di ottantatré anni vestita in modo essenziale, pantaloni bianchi, foulard beige, giacca coreana nera, capelli grigi tirati dietro le orecchie. Non si concede a incontri individuali con la stampa, ma nell’incontro collettivo si diffonde con generosità. Non capita a tutti di veder coronato il sogno politico per cui ci si è battuti. A lei sì, con la fine dell’apartheid in Sudafrica: «Non potevamo neppure immaginare momento migliore del giorno in cui in lunghe file siamo andati ai seggi e abbiamo votato un governo democratico vero, dopo la finzione della democrazia per soli bianchi» racconta.

Non che, dopo, sia stata festa continua, aggiunge: «Come al crollo del Muro di Berlino, dopo i festeggiamenti, le bevute e gli abbracci, ci siamo svegliati la mattina dopo col mal di testa. Eccoli lì, i problemi: la casa e l’istruzione, le infrastrutture mancanti in quelle che erano le scuole per i neri. Le bidonville che non scompaiono, perché la povertà spinge di continuo la gente a cercare fortuna in città. Il razzismo che naturalmente alligna ancora in alcuni anziani. Però oggi dalla scuola elementare vicino a casa mia, prima segregata, vedo uscire maschietti bianchi e neri che scherzano, fanno finta di picchiarsi, poi le bambine coi loro pissi pissi e le loro risatine. Questo per me è il futuro».

Gordimer, di famiglia ebrea, si professa non credente. Non è religioso, spiega, il motivo che l’ha spinta a battersi contro il razzismo: «Ero una bambina bianca in posizione privilegiata. Di necessità ho guardato e ho visto l’ingiustizia» dice. Usa la parola «miracolo» in modo non trascendente: «Il nostro miracolo ha molti autori. Primo, Nelson Mandela. Grazie a lui il Sudafrica non è sprofondato in una guerra civile. Grazie anche, bisogna dirlo, ai leader dell’apartheid che da ultimo hanno accettato il negoziato, a rischio di essere chiamati traditori dalla loro gente. Grazie ai bianchi che detenevano le leve dell’economia e hanno capito che le sanzioni internazionali l’avrebbero mandata a rotoli. E grazie allo spirito di sacrificio di tutti quelli che si sono battuti». Il Sudafrica, un tempo esempio del razzismo più oliato nei decenni, oggi ha un presidente nero, Thabo Mbeki, chiamato, dalla Costa d’Avorio allo Zimbabwe, a spiegare come si fa a «farcela». Anche l’Europa e gli Usa, dove l’immigrazione dal Sud del mondo preme, possono imparare qualcosa, osserva la scrittrice: «Nessuno lascerebbe il proprio paese se avesse modo di sopravvivere.

I paesi industrializzati devono capire che l’emigrazione si ferma smettendo di usare l’Africa come una miniera di materie prime e investendo, da noi, per promuovere l’industria leggera». Il paese dove le donne nere portavano sulle spalle il peso dello sfruttamento più pesante oggi «ha conosciuto progressi incredibili. Ci sono molte donne in Parlamento, una donna è ministro degli Esteri» spiega. «Non che basti essere di sesso femminile per fare cose magnifiche. Per esempio la nostra ministro della Sanità non è all’altezza della sfida che ha davanti, l’Aids».

Archiviato l’apartheid, il Sudafrica può concedersi il «lusso» di affrontare problemi diversi. Di dettaglio, come - spiega Gordimer - la mancanza di riviste letterarie che favoriscano l’esordio di scrittori giovani. Enormi come, appunto, l’epidemia da Hiv: «Su una popolazione di 46 milioni di abitanti, centomila sono in cura coi farmaci retrovirali» avvverte la scrittrice. «E poi ci sono i malati non curati. È una minaccia enorme, non solo per le vite umane. A rischio è una generazione, è un’economia, è una società».
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L'UNITA', 29 maggio 2006

Inserto per il sessantennale del referendum monarchia-repubblica
E a noi donne dicevano: «Ci farete perdere»
di Lia Levi

Certo non sarà stato storicamente vero che mia madre sia corsa a iscriversi all´Udi cinque minuti dopo il ritorno alla libertà, ma l´impressione è stata quella. La guerra era finita, e anche le persecuzioni razziali che ci avevano duramente colpito. E di colpo la politica era entrata a casa nostra. Era un tipo energico mia madre, a volte un po´ troppo. L´8 marzo mi aveva costretto a portare le mimose a tutte le insegnanti della scuola, con mio grande disagio perché l´usanza non era ancora conosciuta e le professoresse mi guardavano perplesse o addirittura ostili.

Ma tutto il resto era riuscita a trasmettermelo, eccome.

Che le donne non avessero mai votato mi era sembrata una cosa incredibile, inverosimile, e più ci pensavo, più mi saliva dentro un´autentica rabbia. Ma come! Era stata l´energia di mia madre a salvare la nostra famiglia dai tedeschi….

Però era inutile perdere tempo con le indignazioni. Adesso il momento era venuto. Le donne avevano conquistato per la prima volta il loro diritto al voto. È vero che Mussolini aveva abolito ogni libera consultazione elettorale, solo che gli uomini erano stato costretti a smettere di votare, mentre le donne non erano mai entrate in un seggio. Avevo 14 anni, non ero tanto piccola quindi da essere una testimone inconsapevole, né tanto grande da essere pienamente coinvolta.

Ero una spettatrice in grado di osservare e di sentire con quella percezione vivida degli adolescenti. E così quei giorni li ho scolpiti dentro quasi minuto per minuto. C´era un´allegria anche un po´ ingenua nell´aria. Si dicevano tante cose. Che le donne, finalmente libere di fare, avrebbero cambiato il mondo, e per cominciare avrebbero intanto capovolto la condizione femminile nella società. E che in politica ci sarebbe stato sempre più spazio per loro… insomma, i sogni di chi ha appena visto la luce dopo un lungo buio. Certo, da una parte c´era tutto questo entusiasmo, ma da molte altre si agitava una certa preoccupazione.

Il voto delle donne, vista anche la loro consistenza numerica, sarebbe stato fondamentale nella scelta fra monarchia e repubblica. E qui le perplessità e i timori venivano fuori proprio dalla parte «progressista», quella che ovviamente sosteneva la repubblica. E così persone che ammiravo, e anche miei compagni un po´ saputi, se ne uscivano con frasi tipo «le donne ci faranno perdere, è sicuro».

Mi sembrava impossibile, ma evidentemente tutto è possibile perché alla fine mi ci sono anche incontrata direttamente con «quel discorso». Che l´Italia non era pronta a fare «un salto nel buio» (era questa la formula di rito) e non poteva perciò scegliere di abbandonare la vecchia monarchia, l´ho ascoltato dalla voce della madre di una mia amica, ebrea come noi, e che quindi un pauroso salto nel buio l´aveva già fatto a suo tempo, grazie proprio al re sabaudo.

E mi preoccupavano anche le vecchie signore come mia nonna, innamorata delle immagini della famiglia reale, principi e principini al completo. Mia nonna ne ritagliava con dedizione e cura le fotografie dai giornali e le conservava in un album. Siamo sempre stati sicuri in famiglia che avesse votato monarchia, anche se non ce l´ha mai confessato. E chissà quante nonne l´hanno imitata.

Però erano solo voci che si sentivano in giro e s´intrecciavano, con i soliti picchi di speranze e timori di tutte le voci.

All´atto pratico stiamo festeggiando i 60 anni della nostra Repubblica e, visto che le donne rappresentavano il 53% dell'elettorato, tutta quella scelta monarchica al femminile non doveva poi essere stata così vistosa.

Per il resto era atmosfera, emozione, aspettativa vibrante.

I giornali femminili si perdevano in consigli su come le donne avrebbero dovuto vestirsi (eleganza e sobrietà) per andare a votare. E correvano leggende metropolitane, tipo l´allarme per eventuali macchie di rossetto sulla scheda che avrebbero portato al suo annullamento. «Stai attenta!» dicevano i mariti alle mogli.

Abbiamo vissuto davvero un grande evento.

Quel 2 giugno 1946 le famiglie sono uscite a schiera, tutti indossavano i loro abiti migliori, consigli dei giornali a parte.

Noi ragazzi e ragazze siamo corsi davanti alle sedi elettorali e non ci stancavamo di guardare la gente che entrava nei seggi.

Sono passati sessant´anni e le donne ne hanno fatta di strada. Molte delle lotte per le conquiste femminili sono ormai alle spalle, concluse con successo. Resta però per l´oggi un vago senso di disagio.

Abbiamo raggiunto davvero quella «pari dignità» che le Nostre Madri Costituenti (e di sicuro anche alcuni Padri) sognavano per noi? La risposta non è così tanto positiva. C´è ancora un sottile filo di discriminazione che continua, tenace e insidioso, a serpeggiare nella nostra società.

L´allora Pontefice Pio XII subito dopo il voto del 2 giugno che aveva segnato il pieno ingresso del mondo femminile nella società civile e politica, si era trovato a dire: «Cosa sono le donne se non l´aiuto di un uomo?».

A pensarci bene, non è una frase che può suonarci ancora famigliare?

Non siamo ancora troppo spesso intente ad aiutare, sostenere, coadiuvare nel lavoro e anche in politica, dove magari ci gratificano con evanescenti incarichi inventati su misura per noi?

E, visto che io c´ero, se dovessi rispondere oggi alla domanda «era proprio questo il futuro immaginato in quel giorno di sole e di speranza?» risponderei con un sia pure incerto «no»: quel futuro lì mi sembra ancora un po´ lontano.
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L’UNITA’ 22 marzo 2006

INTERVISTA A JULIA KRISTEVA La studiosa bulgaro-francese riceve il premio Rosselli per la trilogia - le vite di Arendt, Klein e della «scandalosa» scrittrice che- spiega - è la sua risposta ai danni provocati dal «femminismo massificante»

Hannah, Melanie, Colette
Quando il genio è donna

di Maria Serena Palieri

Signora Kristeva, la rivolta studentesca in corso in Francia può far parlare - come hanno fatto alcuni giornali - di un nuovo Maggio francese? «No, non vedo un nuovo Sessantotto. Le epoche non si ripetono. Oggi io intravedo piuttosto un rischio di guerra civile» ribatte, senza ottimismi, Julia Kristeva. Frangia bionda, occhi dal taglio tartaro, sessantacinque anni portati con aggraziato dinamismo, la studiosa bulgaro - francese è psicoanalista, docente di linguistica e semiologia all’università di Paris VII, romanziera, e se richiesta di definirsi con una sola parola dice: «intellettuale». Julia Kristeva è nella capitale per il premio Amelia Rosselli alla creatività femminile assegnato dal Comune di Roma al suo saggio Hannah Arendt. La vita e le parole edito in Italia da Donzelli. Sulla protesta che, in Francia, sta incendiando gli atenei, prosegue: «Questa volta non sono gli immigrati a protestare, come è avvenuto nelle banlieues. Sono i più poveri tra gli studenti, che si vivono già come lavoratori precari. Su un fronte, loro, sull’altro quella Francia che aspira piuttosto a delle riforme. Tra questi due versanti della popolazione c’è uno scontro, e io spero che si profilino all’orizzonte forze politiche capaci di condurre un negoziato».

Non è facile tracciare il perimetro intellettuale di Julia Kristeva: espatriata ventiquattrenne dalla Bulgaria col bagaglio della sua passione per i formalisti russi degli anni Venti, ma anche dei suoi studi sul Nouveau Roman che in quegli anni fioriva in Francia, in quarant’anni ha importato negli ambienti parigini l’allora ignoto pensiero di Bachtin, e lì invece ha scoperto lo strutturalismo, ha affiancato, per distaccarsene, altri «ismi», dal maoismo di Tel Quel (è sposata col fondatore della rivista Philippe Sollers) al neo-femminismo degli anni Sessanta e Settanta, è stata allieva e collega di Barthes e di Lacan, si è mossa tra storia delle religioni e psicoanalisi. Ha elaborato concetti - come quello di «intertestualità» - ormai irrinunciabili alla critica letteraria.

Ma ne ha approfonditi anche altri di urgente attualità, come quello di «straniero». Nativa del Paese delle Rose, lei con la Francia che l’ha accolta si è identificata e parla un francese di abissale precisione filologica. Perciò ha voluto lavare questa parola, «straniero», da quella nostalgia - il dolore dell’estraneità - che per i migranti contiene. Per molti in Italia è consegnata a un titolo, La rivoluzione del linguaggio poetico, che, nel ’75, predicava la potenzialità sovversiva della poesia rispetto a un ordine simbolico autoritario; ma tra i suoi libri spiccano anche Sole nero.

Depressione e melanconia come Stranieri a sé stessi e Le nuove malattie mentali, e romanzi come I samurai e La donna decapitata. Nel libro intervista Il rischio del pensare, appena uscito per il Melangolo, colpiscono due dati biografici: è stata tra i pochi espatriati dal blocco ex-sovietico a mantenere un interesse per il socialismo come orizzonte di cambiamento (da un viaggio in Cina, e dalla conseguente cocente disillusione, scaturirà nel ’74 Femmes chinoises); e dopo l’incontro con Lacan e Freud, analizzata e diventata psicoterapeuta, protegge la privacy indispensabile al suo lavoro, ma non rifiuta un ruolo pubblico. Però con cautela e senza abiure: senza spettacolarizzazioni alla James Hillman.

La sala in cui ci incontriamo è uno sfondo perfetto per la sua ultima ricerca: nell’ex hotel Ambasciatori, gli affreschi del 1926 di Guido Cadorin inneggiano alla Nuova Donna, una maschietta in gonna corta. Ora, dal ’99 Julia Kristeva si è dedicata a una poderosa trilogia, Il genio femminile - le vite di Hannah Arendt, Colette e Melanie Klein - che va traducendo Donzelli.

«Génie» e «genio» sono parole in apparenza di senso identico. In realtà per noi italiani «genio» è una parola che rimanda ancora, romanticamente, a un’eccezionalità. I francesi usano il termine, così come l’aggettivo «génial», in modo assai più disinibito. Lei quale significato gli annette?

«Vero, i francesi ridono sempre di tutto, genio compreso. Io identifico il genio con ciò che noi esseri umani abbiamo di più intimo e singolare. Ciascuno di noi ha capacità specifiche e inaudite. Qualcosa che chiamo “l’immanenza della trascendenza”. Duns Scoto, nel XIII secolo, diceva che la verità non risiede nelle idee generali, ma nella singolarità di ciascuno. Dall’Ecce homo derivava l’ecceitas, nel senso appunto della singolarità. Tutti possiamo essere trasfigurati, se usiamo e valorizziamo la nostra creatività. Dunque, io ho cercato di uscire da quel che di massificato c’era nel femminismo sottolineando la creatività propria di ciascuna donna».

L’aggettivo che al «genio» giustappone, «femminile», ha alle spalle, da parte propria, una bella vita contrastata, specie negli ultimi quarant’anni. Lei a quale essenza di femminilità si riferisce?

«Alcuni filosofi hanno definito addirittura il “femminile” come ciò che sfugge, non è definibile né inquadrabile. Come il Dio degli Ebrei, che è innominabile. Nel mio pensiero io evoco tre momenti del movimento di liberazione delle donne che a questo aggettivo hanno dato significato: le suffragette del XIX secolo, che parlavano di feminilità e di lotte per l’uguaglianza attraverso il voto e la partecipazione politica; Simone de Beauvoir - cui ho dedicato il trittico - con la sua idea di uguaglianza e di possibile fraternità tra i due sessi; e infine il movimento degli anni Settanta, con la sua idea di “differenza”. Cui sono stata vicina, ma non a lungo, perché ne ho sentito subito il versante massificante. Io ho cercato di tracciare la differenza della psicologia e della creatività femminile in tre donne concrete. Nelle democrazie avanzate, oggi, siamo tutti d’accordo ad attibuire alle donne un ruolo in politica, ad apprezzare l’avanzata di Michelle Bachelet, Angela Merkel, quella possibile di Segolène Royal. Ma la questione è: le promuoviamo perché sono migliori degli uomini? o perché apportano un proprio soffio, una propria sensibilità? Questa domanda io temo venga elusa».

Quindi l’espressione «genio femminile» è il suo modo di scavalcare il dogmatismo che imputa al femminismo degli anni Settanta?

«Sì. Si fingeva di offrire solidarietà alle donne. Invece, in Francia, alcune leader si erano impadronite del movimento. Si faceva macello di vocazioni importanti, come la passione materna, bollata come schiavismo. Si reprimevano singolarità e individualità. La reazione sociale conservatrice non aspettava altro per schiacciare il movimento. Ciò non significa che le donne non debbano continuare la propria battaglia».

Perché ha composto la sua trinità con queste tre figure, una pensatrice politica, Hannah Arendt, una psicoanalista, Melanie Klein, e una scrittrice, Colette?

«Arendt era importante per tracciare il canovaccio d’un secolo in cui si gioca la storia delle donne. Ebrea e teologa, sfuggita alla Germania nazista e vissuta negli Usa, ha approfittato della libertà che l’America le offriva, ma ne ha criticato lo schematismo, sosteneva il pensiero singolare - il quid, la persona, non il quod, la cosa - come unica salvezza dalla nuova barbarie. Klein è colei che ha inventato la psicologia infantile e ha trasformato la psicanalisi in arte di guarire il pensiero. Colette perché accanto a queste tragedie mette la gioia. Della joie de vivre è un esempio luminoso».

Lei ha teorizzato il valore sovversivo del linguaggio poetico. La lingua oggi dominante, l’inglese del mercato e della globalizzazione, a suo parere è neutra?

«Usiamo tutti un basic english che ci costringe a diventare banali. L’Europa, se conserviamo le nostre culture nazionali ma gettiamo dei ponti, ci offre una possibilità: conservare un pensiero, anziché, come diceva Hannah Arendt, un semplice codice di calcolo».

Espatriata dalla Bulgaria socialista, delusa dal maoismo, dopo il crollo del Muro qual è la sua posizione politica?

«Sono sempre di sinistra. Anche se è difficile, oggi, perché la gauche francese è divisa tra un estremismo utopico e arcaico e una sinistra solo ambiziosa e affaristica. Mentre la destra è arrogante e allergica anche a una solidarietà minima. Bisognerebbe riprendere i ragionamenti alla base, partire dalla cultura umanistica per elaborare progetti. L’intellettuale impegnato, oggi, non ha come ai tempi di Sartre il compito di sposare un partito. Deve, invece, porre questioni che permettano ai partiti di dare le risposte migliori».
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IL MANIFESTO, 4 marzo 2006
4 marzo, un anno dopo

di Giuliana Sgrena

Un anno fa scrivevo sul manifesto «il mese più lungo», il racconto del mio sequestro. E' passato un anno: mesi di sofferenze fisiche e non solo, di speranze di uscire dal ruolo di «ostaggio», di tentativi di elaborare il lutto. Quando, improvvisamente, nell'anniversario del mio sequestro, il 4 febbraio, l'orologio si è messo a correre all'indietro, all'impazzata. Di colpo è come se i mesi trascorsi fossero svaniti: ogni giorno di febbraio mi ha riportato indietro, a un anno fa, mi sono tornati alla mente momenti assolutamente insignificanti della mia prigionia, che pensavo ormai sepolti. Ogni gesto è diventata l'occasione per ricordare, persino l'andare a letto e avvolgermi nelle coperte, per proteggermi dal freddo, dalla paura. Per cercare di non pensare ho attraversato l'Italia e la Germania in lungo e in largo per parlare del mio Fuoco amico, che non è altro che la mia drammatica esperienza intrecciata con la situazione irachena, quella sì veramente sempre più drammatica. Come allora anche oggi non posso parlare di me senza parlare dell'Iraq.

Intorno a me in questo vagare ho trovato tanta gente, tanta solidarietà, tanta commozione. Giovani e donne che scoppiano in lacrime di fronte alle mie emozioni, ai miei ricordi di Nicola Calipari, al fatto che la mia tragedia mi impedisce di sentirmi completamente libera. La mia vita è cambiata. Come? Mi chiedono in molti. Sono cambiata dentro, è difficile da spiegare: insicurezze, paure, incubi, che mi portano a vivere alla giornata, incapace di fare progetti. E anche fuori: per strada la gente mi guarda, mi saluta, o semplicemente sorride. Qualcuno mi fissa con uno sguardo truce, magari non sa nemmeno chi sono, ma io tremo.

Una notorietà improvvisa che non avrei mai desiderato, condizionante. A volte mi fa sentire investita di un ruolo che non posso assolvere. Cosa devono fare i pacifisti? A volte rispondo che il mio sequestro ha dato loro una spinta per tornare in piazza, quel 19 febbraio di un anno fa erano in 500.000, mi hanno raccontato. Ma poi? Sembra che nessuno abbia saputo raccogliere questa opportunità di tornare a essere protagonisti. Speriamo che la manifestazione del 18 marzo sia l'occasione. Ci sono tanti giovani studenti che hanno fatto la tesi sul mio sequestro, su di me, sulla guerra e l'informazione. Mi dicono che io sono per loro un «modello». Una bella soddisfazione dopo le critiche di alcuni colleghi.

Ma anche una grande impotenza. In Iraq non si può più andare per informare, l'informazione è stata completamente militarizzata con l'istituzionalizzazione dei giornalisti «embedded». Che fare? Dovrei sconsigliarli a intraprendere questa strada, ma invece rispondo che non possiamo arrenderci, che l'informazione può servire a sconfiggere la logica della guerra. L'entusiasmo dei giovani deve essere alimentato e indirizzato piuttosto che depresso. Negli anni scorsi quando andavo in giro a presentare i miei libri trovavo gli aficionados, era difficile riempire le sale, c'era sempre qualche motivo che limitava la partecipazione: pioggia, coincidenza con altre iniziative, orario, etc. Ora invece le sale sono sempre più grandi e sempre più piene, tante facce nuove, tante attese, tante speranze e curiosità. Non solo nei miei confronti. Cosa succede veramente in Iraq? Purtroppo gli avvenimenti di questi giorni confermano quello che avevo scritto basandomi semplicemente sull'osservazione della realtà. Come la guerra civile strisciante che ora è esplosa con tutta la sua violenza e che sembra sorprendere ipocritamente chi l'ha favorita. E poi, si saprà mai la verità sulla morte di Nicola Calipari?

L'emozione per la sua morte è ancora viva tra la gente. E anche la richiesta di verità. La magistratuta ha fatto un primo passo, importante, incriminando Mario Lozano, l'unico soldato che secondo il rapporto della commissione militare americana avrebbe sparato contro di noi, per omicidio volontario. Perché l'operato della magistratura abbia un seguito occorre però una collaborazione delle autorità Usa che può essere ottenuta solo con una forte pressione politica. Che non possiamo aspettarci da questo governo visto che il ministro Castelli non ha mai fatto nulla per ottenere una risposta alle rogatorie. E ieri il ministro della difesa Antonio Martino, durante la commemorazione di Calipari, è arrivato a dire che è stato il fato a uccidere il dirigente del Sismi. Non il fuoco americano. Martino ha osato più del comando Usa che aveva parlato di «fatale incidente». Poi, per fortuna, Gianni Letta lo ha smentito.

Oggi 4 marzo, torno con la mente a Baghdad, ripenso al fuoco che ci ha colpito, alla breve gioia seguita dal grande dolore per la morte di Nicola. Non possiamo arrenderci, finché non sveleremo la verità. Scoprire la verità fa parte del nostro lavoro e la mia speranza è di poter tornare presto a fare la giornalista come ho sempre fatto.

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Tra noi di Controparola ricordiamo con sgomento la notizia del rapimento di Giuliana e l'ansia con cui abbiamo seguito la sua vicenda nelle settimane successive: alcune di noi impegnate anche professionalmente nel dare notizia o riflettere sull'avventura terribile toccata all'amica, collega, compagna di Controparola (valga per tutti il pezzo di Dacia Maraini pubblicato dal Corriere della Sera pochi giorni dopo il rapimento). E ricordiamo con emozione la rabbia e la speranza con cui abbiamo partecipato al grande corteo romano del 19 febbraio con al collo il tatze-bao che vedete sopra.
 

IL CORRIERE DELLA SERA, 11 febbraio 2006
Giuliana Sgrena
di Dacia Maraini


“L’informazione si è militarizzata…Ribellarsi a questi schemi è rischioso ma è un rischio che bisogna correre per fare informazione. Flaurence Aubenas ha sempre corso il rischio di informare: in Ruanda, Kosovo, Algeria, Afghanistan e Iraq. Anche per questo ci sentiamo al suo fianco” . Parole di Giuliana Sgrena, riportate da una puntuale e intelligente agenzia, la Dwpress, che trovo ogni mattina nella mia posta elettronica. E di questo li ringrazio.

Si parla tanto di Giuliana Sgrena, ma si conosce poco di lei. Molti non sanno che ha cominciato scrivendo per la rivista “Guerra e pace”, fondata fra le fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Che lavora alla redazione esteri de Il manifesto dal 1988. Che è stata la prima giornalista italiana a seguire le drammatiche cronache dall’Algeria in mano ai radicali islamici. Che è stata fra i primi a recarsi in Afghanistan quando a Kabul c’era ancora il regime dei Talebani. Che conosce a fondo il mondo islamico e in particolare la vita delle donne e del dominio esercitato su di loro dalle componenti oscurantiste dell’Islam militante. Che era a Bagdad durante i bombardamenti e vi è tornata più’ volte, cercando innanzitutto di raccontare la vita quotidiana degli iracheni , documentando con professionalità le violenze causate dall’occupazione di quel paese. Che è fra le fondatrici del Movimento per la pace dagli anni 80. Che fa parte di Controparola, gruppo di giornaliste e scrittrici che si batte da anni per i diritti delle donne.Che ha scritto diversi libri fra i quali: “Le fidanzate di Allah”, “Alla scuola dei talebani” , “La schiavitù del velo” “Kahuina contro i califfi” e “Il fronte Iraq”.

“I giornalisti sono ostaggio di tutti gli effetti perversi provocati dall’occupazione militare e dalla privatizzazione della guerra. L’ostilità degli iracheni verso l’occupazione si è ampliata fino a coinvolgere tutti gli stranieri. Del resto quando si spaccia un intervento militare come missione di pace non si puo’ pretendere che dall’altra parte si facciano distinzioni sottili”. Anche queste sono parole di Giuliana.

Aggiungo che Giuliana è una persona generosa e vera, nel senso che non ha mai fatto vanto del suo coraggio e delle sue verità. Una persona schiva che fa il suo lavoro con passione e fino in fondo. Conosceva i rischi che correva, e non li sottovalutava, come sostiene qualcuno. Le sue parole che minimizzavano i pericoli, erano lì per rassicurare non per esprimere incoscienza. Il coraggio non consiste, come spiega bene Stendhal, nel non avere paura -nel qual caso si tratta di pura incoscienza- ma nel conoscere e nell’affrontare questa paura, quando ci sembra necessario. Per Giuliana, fare campagna contro la guerra, vuol dire andare a informarsi e raccontare il conflitto nel centro del suo occhio perverso senza sottrarsi a nessuno dei rischi che questo comporta. Raccogliere dal vivo le testimonianze di chi la guerra la subisce senza potere dire il suo parere. Dare spazio alle voci degli esclusi, dei deboli.

È quello che ha fatto, con consapevolezza e forza d'animo. E noi dobbiamo esserle grate. Soprattutto noi donne, che siamo così spesso mortificate dalle immagini di corpi femminili asserviti, acconciati passivamente per una improbabile mistificante seduzione, divisi e messi in vetrina. Giuliana ci ricorda che esistono, anche se ben nascoste, donne che pensano, che prendono decisioni, che partono alla volta di terre sconosciute per dare testimonianza dei troppi silenzi complici e interessati, senza chiedere nulla e tutto rischiando per fare conoscere il vero.
Ti aspettiamo, Giuliana!
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Per ricordare la scomparsa della grande e imprevedibile Betty Friedan, che tante cose ci aveva fatto capire in tempi lontani, pubblichiamo due articoli di Laura Lilli, una delle fondatrici di Controparola. Il primo, scritto subito dopo la morte, racconta fra l’altro di una burrascosa intervista alla Friedan fatta molti anni prima. Il secondo è appunto quella vecchia intervista, che abbiamo ripescato nell’archivio di “Repubblica”.
 

LA REPUBBLICA 06/02/2006
La morte della Friedan, che negli anni Sessanta denunciò la condizione subordinata delle donne
E Betty diede la sveglia
di Laura Lilli

Nel suo celebre saggio "La mistica della femminilità" stracciò un velo di ipocrisia, dando inizio a un movimento di liberazione che si sarebbe diffuso in tutto l' Occidente Per diffondere le sue idee non disdegnava di tenere conferenze nei supermercati.

Il pomeriggio in cui dovevo intervistarla, nell' ottobre 1982, presso i grandi magazzini di Hartford, capitale del Connecticut, Betty Friedan era ubriaca. O così sembrava. La incontrai in un locale di servizio, fra commesse che andavano e venivano, stampelle e scatole di carta che cadevano da ogni parte. Era sprofondata in una poltrona, un bicchiere di whisky a portata di mano, appoggiato sulla moquette grigia. Si era tolta le scarpe, che giacevano dove le aveva buttate con evidente senso di liberazione, una qua una là, un po' discosto dalla poltrona.

Le gambe erano aperte, come remi in abbandono, la testa appoggiata alla spalliera, il forte trucco che cominciava disfarsi per il sudore. «È questa l'ora di presentarsi?», mi investì. Il reverenziale timore di cui ero colma, alla vigilia dell' incontro con un simile mostro sacro, scomparve. Risposi con fermezza che erano le quattro, esattamente l' ora in cui mi aveva dato appuntamento, alla fine della sua conferenza. La sua arroganza si sgonfiò. «è vero, ma ora io lo sforzo l' ho fatto e mi sono disunita», disse con candore bevendo un sorso di whisky, mentre il trucco le colava sulla faccia, che con quel naso lungo e quei tratti marcati e privi di dolcezza, era assai più da strega che da fata buona delle donne. Anche la voce era roca. Mi guardò interrogativamente come a chiedermi aiuto, con i grandi, tondi occhi desolati, leggermente lacrimosi. Non saprei, mormorai. Poi ebbi una folgorazione.

Dovrà pur tornare a casa prima o poi, mi dissi. Abita qui a Hartford? Chiesi. «No, rispose sospirando. Devo andare a New York». Bene. I treni sono continui, e, se non le dispiace, potremmo fare il viaggio insieme. Sono certa che tra un po' si sentirà meglio e potrà parlare. «Oh, per carità, non il treno. Io prenderò l' aereo». Certo le distanze americane non sono quelle italiane, ma l' aereo da Hartford a New York (più o meno Firenze-Roma) lo trovavo eccessivo. Del resto, fare tutto il viaggio con lei, compreso aiutarla a rintracciare il suo posto, poi trovarle un taxi una volta arrivati, non era una prospettiva allettante. Proposi di accompagnarla all' aeroporto, e lei accettò. «Sì, i grandi magazzini hanno disposto una macchina… tra mezz' ora».

Chiuse gli occhi e si appoggiò alla spalliera per dormire. Mi eclissai. Non era strano trovarla in un grande magazzino a "predicare". Betty Friedan era una vera apostola delle sue idee e del suo movimento, il Now – National Organization of Women - che aveva fondato nel ' 66, ad appena tre anni dalla pubblicazione della sua Feminine Mistique, il vero, unico, efficacissimo manifesto del movimento di liberazione statunitense, il cosiddetto Womens' Lib. Parlava dovunque pensasse di poter trovare un uditorio femminile. Grandi magazzini e supermercati erano senza dubbio il migliore centro di raccolta delle casalinghe. Quelle casalinghe devote appunto alla "mistica della femminilità", la pigra e molto maschilista mitologia e leggenda post-bellica (la guerra l' avevano vinta gli uomini, no?) che esaltava la torta di mele con annessi e connessi (uno fu il baby-boom). Betty Friedan aveva voluto stracciarne il velo di ipocrisia, rivelando – dati alla mano – quanti diplomi e lauree di college erano stati sacrificati su questo altare fasullo, altamente sponsorizzato da Hollywood.

E con quante terribili nevrosi - talvolta solitario alcolismo - le donne, tutto il giorno sole in casa in tutta compagnia di qualche vicina che veniva a prendere il caffè, le avevano pagate. Per giunta, sempre giudicate colpevoli e talvolta "pazze" da una sorta di congiura sociale maschile tanto più potente in quanto non detta. Il suo libro denunciava anche quanti soldi queste donne avevano perso, non utilizzando il loro sapere senza riconoscimento alcuno, nel migliore dei casi regalando denaro alle proprie famiglie e comunità. Queste donne, con The Feminine Mystique, lei si era riproposta di stanarle, farle uscire al sole dalle prigioni dorate delle loro cucine. E di far prendere loro coscienza di sé. «è più facile vivere attraverso qualcun altro piuttosto che diventare veramente se stessi», aveva scritto fra l' altro.

Chissà se sapeva di parafrasare il "donne si diventa" di Simone de Beauvoir. Più tardi, di pubblicazioni negli Stati Uniti ne sono venute tante, da Sex Politiques di Kate Millet alla diffusissima rivista Ms di Gloria Steinem. Ma nulla e nessuno ha avuto il potere deflagrante e sovvertitore, simile a un improvviso sparo nel buio, de La mistica della femminilità (in italiano apparve nel ' 64, e fu tradotto in un numero incredibile di lingue. Dovunque fu un besteller, e suonò la squilla del risveglio). Naomi Betty Friedan, una sociologa nata a Peoria nell' Illinois nel 1921 e morta ieri l' altro nella sua casa di Washington, è un monumento del femminismo non solo americano, ma occidentale del ventesimo secolo. Il suo posto, per le conseguenze che le sue parole hanno portato, non è secondo a quello di Simone de Beauvoir, autrice, nel 1949, del fondamentale Secondo sesso (sulle prime contestatissimo dai suoi amici filosofi maschi, capaci di ogni trivialità). In Europa poi sarebbero venute la tedesca Alice Schwarzer con la sua rivista Emma (da Madame Bovary) e la francese Luce Irigaray con Speculum, l' altra donna, che le costò la cacciata dall' università di Parigi, e molti altri importanti libri, anche italiani, che da noi hanno dato vita a uno dei femminismi più attivi e sovvertitori del mondo occidentale.

Alle cinque di quel piovoso pomeriggio del 1982 (buio e tempestoso, come avrebbe detto Snoopy), ero seduta in una limousine dei grandi magazzini diretta all' aeroporto di Hartford, Connecticut, accanto a una Betty Friedan che aveva totalmente ritrovato se stessa. Compresa la propria aggressività, che mi scaricò subito addosso, provocando in me un sbalordimento di tutt' altro genere: «Non sarà una di quelle cretine e criminali che si dicono femministe e vogliono combattere gli uomini, vero?» Non capivo. Avrei capito qualunque domanda ma non quella. Capii però mano a mano che la conversazione proseguiva. Betty Friedan era sorpresa e, in un certo senso, spaventata dall' eco eclatante che le sue parole avevano avuto, e da quanto più in là delle sue intenzioni le donne "risvegliate" erano andate.

Gruppi di lesbiche a centinaia, aborti a catena, il manifesto del Mas (all' incirca, Inutilità dei fuchi maschi e come eliminarli dalla faccia della terra) e altro ancora, in realtà non imprevedibile nella sinistra americana, che parte sempre lancia in resta. Per un attimo, guardandola, mi venne in mente Martin Lutero di fronte alla rivolta dei contadini. Che sia pentita? Pensai. Ma non era pentita. Voleva solo che le cose prendessero un altro corso. Stava elaborando (o l' aveva già scritto?) il suo secondo libro, La seconda fase. Sosteneva qui che bisognava andare oltre la guerra dei sessi e la "politica di genere": la vera minaccia alla libera affermazione delle donne era di carattere economico, ma non era possibile fare rivendicazioni separatamente dagli uomini. Occorreva allearsi con loro, entrare in politica e combattere insieme. Forse, si potrebbe anche dire che, con mezzi propri, stava arrivando al concetto marxiano di "lotta di classe". In realtà Marx, da brava americana, lei non lo aveva mai letto o comunque lo detestava. Nella sua nuova "alleanza con gli uomini" non aveva dimenticato le donne, né i mezzi di protesta tipicamente americani. Al congresso di Pechino del 1995, ad esempio, denunciò la degradante e stereotipata immagine delle donne che i media continuavano (e continuano) a presentare, anche perché rende bene in pubblicità, Eppure, osservò, le donne sono le principali acquirenti di tutto.

Dovrebbero dunque boicottare i media, non solo non comprandoli, ma scrivendo, a migliaia, lettere di protesta e sommergendo gli editori di cause. Forse per la prima volta, a Pechino Betty Friedan denunciò la condizione miserabile di tante donne del terzo mondo e di tante nere americane. Ma, per queste ultime, ormai era troppo tardi. Si deve alla loro indifferenza ed assenza, se, nei primi anni Ottanta, L' Equal Rights Amendement, l' emendamento decisivo da inserire nella Costituzione, relativo alla discriminazione di sesso, venne clamorosamente bocciato. Il femminismo nero avrebbe avuto in seguito le sue aralde (Bell Hooks, Toni Morrison e altre), ma per il momento le nere americane sentivano il Now e tutta la mobilitazione femminista come "roba da bianche". Non avevano torto. Ma resta il fatto che senza quella "roba da bianche" sgorgata dalle prime parole di Betty Friedan, forse nemmeno la "roba da nere" più tardi sarebbe mai nata.
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LA REPUBBLICA, 27 marzo 1982
Litigando con Betty Friedan
di Laura Lilli

Hartford (Conneticut) - "Io non sarei femminista?". È proprio un urlo. E poi: "Non ha senso continuare questa conversazione". La voce rauca, la bocca spalancata, Betty Friedan balza in piedi dal morbido sofà nel morbido, ovattato salotto del Dipartimento Pubbliche Relazioni dei Grandi Magazzini G. Fox (una sorta di Rinascente al cubo: e il nome G. Fox domina, dall’alto di quasi tutti i grattacieli, la capitale del Connetticut). In una sala vicina, la scrittrice ha appena tenuto una conferenza sul suo ultimo libro, The second stage, ("Il secondo stadio"), (Summit Books, pagg. 244, dollari 12.70).
Si tratta del secondo stadio del femminismo: di cui, con questo libro, Betty Friedan mi dichiara di sentirsi la fondatrice, così come ritiene di esserlo stata (e lo fu, in parte) del "primo stadio", nel ’63, con La mistica della femminilità (sette milioni di copie vendute in tutto il mondo). Nel suo primo libro, Betty Friedan descriveva e denunciava la "mistica del focolare". Ora, invece, denuncia quella che chiama "la mistica del femminismo", che le appare come una minaccia molto pericolosa per quella stessa istituzione-famiglia che vent’anni fa proprio lei aveva descritto come una trappola per le donne.
Ad ascoltarla, ai Grandi Magazzini Fox, c’erano circa cinquecento clienti del negozio, per la maggior parte casalinghe tra i trenta e i cinquanta anni: e l’hanno praticamente osannata. Molte di quelle donne venivano da varie parti del Connetticut, qualcuna dal Massachusetts. La conferenza era stata organizzata insieme allo Hartford College for Women, ed era stata molto pubblicizzata; c’erano vari corrispondenti della stampa locale.
"Donne", riprende a dire Betty Friedan, misurando a grandi passi la moquette del salotto delle Pubbliche Relazioni dei Grandi Magazzini G. Fox, "donne vere, comuni. Queste sono le donne a cui io parlo, e che mi rispondono. Donne che hanno a che fare con l’amore, con la solitudine, con la famiglia. In questo paese abbiamo una percentuale di divorzi che sfiora, anzi supera, il 50 per cento. Le donne americane danno molta importanza alla famiglia. Quelle che lei chiama femministe, non fanno che seminare odio contro gli uomini. Sono donne che vivono a New York nel "Village". Oppure a San Francisco. Sono donne che stanno sempre tra loro. Non rappresentano certo le donne americane. Anche quello che leggono e scrivono riguarda solo loro. Lei magari ha letto la recensione al mio libro che è apparsa nel Village Voice; è capace di averlo fatto, l’ha fatto, non è vero?".
Il lupo e l’agnello
Effettivamente, sì, l’ho fatto, lo confesso. L’autrice della recensione, una "radical femminist" di nome Ellen Willis, definisce questo saggio "deprimente": "un esempio della classica cecità dei “liberals”, fiduciosi che qualunque conflitto sociale possa essere appianato da un compromesso. Fate sedere il lupo e l’agnello insieme, e collaboreranno. Il numero degli agnelli divorati nell’operazione è del tutto irrilevante".
Vorrei chiedere a Betty Friedan quale è la sua posizione nei confronti delle tante femministe che hanno giudicato il suo libro con ostilità, ma non è facile. "E magari ha letto anche The Nation, incalza Betty Friedan, continuando a camminare avanti e indietro. The Nation è un altro giornale “radical” – “radicals” e “liberals” in questo paese sembrano essere ai ferri corti, assai più che non socialisti e comunisti da noi; e intanto la cosiddetta “moral majority” incalza - e ha dato al libro di Betty Friedan sei risposte-attacco di sei diverse femministe, pubblicate due alla volta. Annuisco di nuovo: ho letto The Nation.
" E perché non è andata dal mio editore? Perché non si è fatta mostrare le recensioni pubblicate sui grandi giornali, quelli veri, come il Saturday Evening Post?".
Non c’è tempo per rispondere a tono (per esempio "Chi le ha detto che io non lo abbia fatto?"); perciò cerco di far penetrare attraverso questa cascata di parola la frase che mi sembra più significativa, come una piccola canoa che tenti di rimontare la corrente. "Ho letto il suo libro, signora", dico.
Si ferma e mi fissa. Sembra sorpresa. "Ah lo ha letto?". Pausa brevissima. "E ne ha concluso che io, Betty Friedan, la donna che ha messo in moto il movimento delle donne in tutto il mondo, non sono femminista?".
Quello che le ho chiesto, signora, è se lei si considera ancora oggi una femminista.
Si siede. Prende fiato. La ragazza incaricata delle pubbliche relazioni presso i Grandi Magazzini G. Fox entra con due bicchieri di carta che contengono Coca Cola. "L’aereo per Boston c’è. Ho controllato", annuncia. "L’aereo? Certo, l’aereo è più rapido… ma ha controllato anche i treni?".
" Si, ma per andare a Boston dovrebbe tornare a New Haven. Ci vuole quasi un’ora, sarebbe un peccato". "Com’è il tempo, a Boston?". "Hanno detto che è buono". "Hanno detto, hanno detto. Io vorrei sapere com’è veramente". "Posso telefonare ancora". "Eh, ma ripeteranno la stessa cosa. Con questi aerei per Boston non si sa mai. Se poi sale la nebbia…". La ragazza delle pubbliche relazioni ha un formidabile self-control.
"Noi possiamo comunque farla accompagnare all’aeroporto", butta lì. "Ecco quello che voglio. Voglio una macchina che mi porti all’aeroporto. E poi, se il volo viene cancellato, o magari si alza la nebbia, questa macchina deve condurmi fino a Boston". "Va bene, signora. La macchina è giù, pronta". Betty Friedan si alza, fa per uscire dalla stanza, seguendo la ragazza delle pubbliche relazioni. Mi faccio avanti. "E l’intervista?".
" Oh, l’intervista. Oh, beh, a Boston sa dove trovarmi. Martedì sera ho lezione a Harvard. Faccio un corso sul mio libro. Lo frequentano uomini e donne, naturalmente: perché il mio è vero femminismo, checchè lei ne pensi, e sono gli uomini che devono assumersi nuovi ruoli nel “secondo stadio”".
Rispondo che non credo di poter essere martedì sera a Harvard.
" Effettivamente", ammette, "eravamo d’accordo di vederci qui. Beh, se vuole può venire con me in macchina fino all’aeroporto. Certo, con le idee che ha, e coi giornali che legge…".
Mi piacerebbe capire quale messaggio Betty Friedan si proponga veramente di rivolgere agli americani con questo suo libro, e che cosa esso rappresenti per lei. Sedute in macchina, mentre beti, tracce di neve e case di legno immacolato sfrecciano fuori dai finestrini, comincio con una domanda anodina. "Quanto tempo ha impiegato per scrivere questo libro?".
"Sono dieci anni che ce l’ho in mente. E comunque sono anni che sono andata scrivendolo. Poi l’ho pubblicato a puntate su giornali molto autorevoli, come il New York Time Magazine, Redbook e Family Circe.
"Family Circe si vende nei supermercati, non è vero?"
"Ha qualche cosa contro i supermercati? Nei supermercati ci vanno le donne vere, quelle che vivono i veri problemi, la solitudine, il bisogno di un bambino. Queste femministe di trent’anni… Prima o poi, l’orologio biologico scatterà anche per loro. Badare al tempo stesso ai bambini e al lavoro è difficile, molto difficile…".
Questi sono i dilemmi e i problemi sollevati da quelle che noi in Italia, chiamiamo liberazione e emancipazione. Le femministe italiane si battono da parecchio tempo in queste contraddizioni, e a molte sembra che, per poter vivere una vita qualitativamente diversa, l’intera società debba essere cambiata.: non basta cambiare il posto delle pedine, se la scacchiera è sempre la stessa.
"Oh, sì, lo so, avete fatto un gran bel lavoro laggiù in Italia. No, ultimamente non ci sono stata e non sono al corrente. Forse, quello che io ho da dire non si applica alle donne europee. Il fatto è che qui le femministe seminano solo l’odio per l’uomo e per la famiglia. E questo è idiota".
Cosa pensa del Family Protection Act di cui si discute a Washington e che, come scrive il supplemento speciale di primavera del Guardian, "potrebbe sradicare i diritti civili delle lesbiche e omosessuali, incoraggerebbe la discriminazione nelle scuole, spingerebbe le donne a casa, via dal mercato del lavoro…"
"Sempre quei giornali, eh? Ma se le sto dicendo che il lavoro è una cosa penosa, difficile…".
Felicità di nonna
D’accordo, ma non le sembra che il suo libro vada troppo in direzione della cosiddetta moral majority?
Di nuovo, se potesse, si alzerebbe e se ne andrebbe. Ma la macchina corre veloce. Si limita a gridare: “Moral majority”? ma se sono loro il pericolo, se io scrivo proprio per togliere il monopolio della famiglia dalle loro mani, per evitare che facciano alle donne il lavaggio del cervello… Io non sto certo con la “Moral majority”. Io ho fondato il movimento per l’Era (Equal Rights Amendment – ndr), io sono per il progresso… e poi è evidente che il mio libro lei non lo ha letto.. perché quando io dico “famiglia”, intendo vari tipi di famiglie; anche quelle lesbiche, anche quelle omosessuali, insomma chiunque stia bene insieme e si ami. Ma il fatto è che la maggioranza della gente è fatat di uomini e donne, maschi e femmine: e di solito vanno a letto insieme e ne nascono dei bambini. Dire questo non è essere reazionari, è solo considerare la vita, i suoi lavori. Io sto per diventare nonna: è un grande avvenimento della mia esistenza, sono felice nell’attesa….
Una redattrice di Ms, pochi giorni fa, mi parlava del centro Ms per donne picchiat, e diceva che sono numerosissime e che le sembra addirittura incredibile che qualcuno possa parlare di seconda fase del femminismo come se la prima fosse finita: perché non è finita affatto. E ora non mi risponda che vado sempre in giro per le redazioni dei giornali. Msè una rivista che vende mezzo milione di copie, e alcune femministe la considerano liberal, non radical.
"No, infatti tutto non è ancora finito. Però queste ragazze di trent’anni non subiscono più il trattamento che subivamo noi all’interno della famiglia. Ai tempi nostri c’era magari anche troppo potere per le madri di famiglia – in casa decidevano tutto loro. Quello che auspico è un ruolo, una responsabilità anche per gli uomini. Adesso gli uomini sono disposti a collaborare. Hanno attraversato una lenta maturazione, una silenziosa rivoluzione. Dobbiamo collaborare".
Non faccio a tempo a chiedere in che modo, secondo lei, pensa che uomini e donne possano collaborare in una società che marcia verso una precisa riproposizione dei vecchi ruoli sessuali. Siamo all’aeroporto. Betty Friedan balza giù dalla macchina, scendo in fretta anche io.
Aggiunge, a mo’ di commiato: "E non dimentichi la guerra. Questa amministrazione taglia i fonci dei servizi sociali per investire negli armamenti. Contro questo, donne e uomini devono battersi insieme".
Vorrei dirle che su questo sono d’accordo. Ma Betty Friedan è già lontana, oltre la vetrata. Chissà se poi è andata a Boston in aereo, o con la macchina dei grandi magazzini G. Fox di Hartford.
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Ragazze ce l'abbiamo fatta. Siamo uscite dal silenzio
di Elena Doni

Credevamo di essere rimaste in quattro gatte, noi superstiti del vecchio femminismo, e invece siamo tante tantissime, di tutte le città e di tutte le età, chi con i capelli bianchi, chi con capigliatura rasta. E ci siamo ritrovate per la prima volta a Milano, in un pomeriggio esaltante, euforizzate da un fuoco d’artificio di slogan intelligenti, irridenti, irriverenti che andavano da “Padrone di nulla, serve di nessuno” o “Tremate tremate le donne son tornate, coi figli e coi nipoti non vi daremo i voti” a “I figli li fa la madre e non il Santo Padre” o “Ancora L’utero e la sua riforma” e “Il Vaticano fuori dalla gnocca, il corpo della donna non si tocca”. A Milano c’era anche Controparola, con tanto di striscione rosa e lo slogan, improvvisato là per là “Controparola, svegliatevi che è l’ora”.

E questo è stato l’inizio. Poi, a Roma, c’è stata una riunione di collettivi all’Università La Sapienza e, in città, una manifestazione “No Vat”, con forte impronta anticlericale, il giorno 11 febbraio, anniversario dei Patti Lateranensi.

Ma non basta: nello stesso giorno c’è stato a Napoli un imponente corteo che ha riempito Piazza Plebiscito e le strade adiacenti all’insegna di “194 parole per la libertà”, organizzato da numerosi gruppi, associazioni, collettivi, donne dei partiti e dei sindacati. Ottantamila persone, dicevano l’indomani le cronache cittadine dei giornali. Purtroppo la stampa nazionale non ne ha dato notizia, ciò che ha fatto esclamare a una delle partecipanti al Cartello per l’autodeterminazione delle donne della Campania “un’informazione che non registra e divulga la novità politica di questo movimento, che oggi è l’unica opposizione al tentativo di ridurre le libertà personali, si dimostra latitante nella promozione delle coscienze”.

Unico neo della manifestazione di Napoli lo sgomitamento di sindacati e partiti per occupare la ribalta della manifestazione. Mentre infatti le donne e in generale la società civile (anche qui, come a Milano, erano presenti numerosi uomini) si erano radunati in piazza Plebiscito, dove era l’appuntamento, in testa al corteo si sono piazzati, con gran sventolare di bandiere al vento, Cgil, Uil, Verdi, Rifondazione. Una mancanza di rispetto per le donne che non si era verificata a Milano dove partiti e sindacati, che pure c’erano, hanno avuto una presenza discreta.

“ Il fatto importante è comunque che la manifestazione ci sia stata – dice Marinella De Nigris, fondatrice di Onda Rosa – che le donne del sud siano scese in piazza, che abbiano sentito l’urgenza di esserci, di protestare contro la limitazione dei loro diritti. Ed è stato un grande errore da parte della Sindaca, Rosa Russo Jervolino, non esserci e non mandare neppure una parola di solidarietà per chi difende una legge dello stato”.

E non è finita: a Milano il 4 marzo si apre all’Umanitaria una grande mostra su quarant’anni di storia del movimento delle donne. E’ intitolata “Noi, utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani” e resterà aperta fino all’11 marzo.
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2005
In Tunisia le donne hanno dei diritti, ma guai a chi fa politica
di Nadia Pizzuti
(dal n° 33 del 13 gennaio 2005 della newsletter della Casa Internazionale delle donne-Roma)

Ho appena trascorso due mesi in Tunisia e lì ho toccato con mano quanto l’emancipazione femminile promossa e sostenuta da un regime autoritario porti in sè i germi di un’involuzione o di una regressione per le donne. È vero che si rischia di tornare indietro anche là dove le conquiste delle donne sono il frutto delle battaglie femministe (Italia docet)… ma questa è un’altra storia.
In Tunisia, il paese più occidentalizzato del mondo arabo, le donne godono di diritti impensabili per gran parte delle musulmane: il “Codice dello statuto personale”, promulgato nel 1956, vietò infatti la poligamia, istituì il divorzio giudiziario e fissò a 17 anni l’età minima del matrimonio per le ragazze. Per quanto riguarda l’eredità, invece, la legge è rimasta fedele al diritto islamico e garantisce alle donne solo la metà di quanto spetta agli uomini.
Ma, nel regno di Zin el Abidin Ben Ali, il laico presidente caro ai governanti occidentali, vi è ben poco spazio per il dissenso e alle donne è concessa solo una qualche forma di attivismo sociale, non una vera e propria militanza politica. Lo stesso vale per gli uomini, del resto. In altri termini, si possono rivendicare più diritti, ma a patto che non si contesti apertamente il regime. Inoltre, il crescente attaccamento all’identità arabo-islamica e alla religione, con cui l’opinione pubblica tunisina ha reagito al perdurare del conflitto israelo-palestinese e alla guerra in Iraq, si riflette negativamente sulla condizione delle donne.
L’esempio più evidente di tale tendenza è il ritorno al velo islamico, la cui interdizione nelle scuole e nella pubblica amministrazione è uno dei pilastri della guerra all’integralismo scatenata dal governo negli anni Ottanta. Nelle strade delle città tunisine si vedono sempre più ragazze con lo hijab, proprio come avviene in altri paesi musulmani o nei paesi occidentali con una forte presenza islamica, dove indossare il velo è anche un gesto di rivolta contro l’Occidente. Sin dallo scorso anno, la ong femminista più battagliera, l’Atfd (Association tunisienne des femmes démocratiques) aveva ammonito sulla recrudescenza dello hijab, giudicandola “inquietante”. Dal canto suo, a dimostrazione di quanto la questione sia complessa, la Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (legale ma appena tollerata dalle autorità) ha denunciato aggressioni della polizia nei confronti di donne velate e ha chiesto la libertà di scelta nell’abbigliamento. Per non alienarsi la parte della popolazione più sensibile al richiamo dell’Islam conservatore, alcuni mesi fa il governo ha emanato un decreto che alleggerisce le sanzioni per chi trasgredisce la legge, allentando di fatto le restrizioni sul velo.
Il ritorno allo hijab si accompagna con una più assidua frequentazione delle moschee e con una crescente influenza degli imam (le guide della preghiera) e delle tv satellitari arabe che diffondono messaggi religiosi, mi hanno riferito alcune femministe vicine all’Atfd e ad un’altra ong, l’Afturd (Association des femmes tunisiennes pour la recherche et le développement).
In effetti, per tagliare l’erba sotto ai piedi degli estremisti islamici, le autorità non si sono limitate a mettere al bando il loro movimento (Ennhada) e ad incarcerare centinaia di militanti. Hanno anche incoraggiato la costruzione di moschee, aumentato lo spazio dedicato ai programmi religiosi in tv, lanciato una campagna per la “moralizzazione dei costumì” e offerto incentivi economici ai fedeli che vogliono compiere il pellegrinaggio alla Mecca.
Così, sono aumentate anche le pressioni degli ambienti tradizionalisti sulle donne, dicono le femministe.
Inoltre, come avviene spesso, c’è una netta discrepanza tra le leggi e la loro attuazione. Il problema è particolarmente acuto sul piano economico. Oggi, secondo dati ufficiali, il tasso di scolarizzazione delle ragazze supera largamente il 70%, mentre era solo del 36,7% nel 1996. Ma rimane difficile l’accesso al mercato del lavoro: nel Paese nordafricano afflitto dalla piaga della disoccupazione, le donne rappresentano solo un quarto della popolazione attiva. E sussistono forti disparità tra le città e gli ambienti rurali.
Ricco – ancorché largamente asservito al regime e alla pratica della censura /autocensura) - l’associazionismo femminile in Tunisia. Le due ONG più “indipendenti” e più attive, specie per quanto riguarda la riforma dell’eredità e l’assistenza alle vittime della violenza domestica, sono l’Afdt e l’Afturd. Quest’ultima è parte attiva di un progetto, su scala maghrebina, sovvenzionato dalla Commissione europea e coordinato dall’Istituto per il Mediterraneo (Imed) con sede a Roma. Più politicizzata, l’Afdt ha denunciato anche la violenza di Stato, affermando in un opuscolo che molte donne sono “state gettate in prigione e torturate per aver osato partecipare liberamente alla vita pubblica e politica, operando al di fuori, se non contro, il potere costituito’’.
La prigioniera politica più famosa in Tunisia è Sihem Bensedrin, un’esponente dell’opposizione non legale tornata a piede libero grazie ad una forte mobilitazione internazionale. Un’altra ‘bestia nerà del regime è l’avvocata Radhia Nasrawi, che difende i prigionieri politici e dirige un’associazione (non riconosciuta dal governo) di lotta contro la tortura. Nasrawi è vittima di una doppia persecuzione, come avvocata e come moglie del leader del Partito dei lavoratori comunisti tunisini (Pcot, fuorilegge), Hami Hammami. Il suo studio è stato saccheggiato, i suoi clienti hanno subito intimidazioni, le sue figlie sono state minacciate e terrorizzate dalla polizia. La situazione è migliorata dopo che l’avvocata ha fatto uno sciopero della fame di 56 giorni, nel 2003, e quando sono scese in campo le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani.
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2004

Le donne forti di Shirin Ebadi

di Nadia Pizzuti
(dal n° 15 del 6 marzo 2004 della newsletter della Casa Internazionale delle Donne-Roma)

“Viva le donne forti!”. Finalmente sorridente e rilassata, dopo tanti impegni ufficiali, Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003, saluta levando il pugno le circa 300 donne che l’hanno accolta con un’ovazione alla Casa Internazionale delle donne.
E’ stata ripetutamente minacciata di morte, la giurista iraniana. Tre anni fa è finita a Evin, il carcere dei dissidenti a Teheran. Gli integralisti islamici l’hanno bollata di “bambola degli americani” ed è stata contestata persino da alcuni suoi connazionali che non la giudicano abbastanza laica e progressista.
Ma questa piccola donna di 56 anni, il cui nome in persiano significa “dolce”, è pur sempre la prima musulmana ad aver ricevuto il prestigioso premio dell’Accademia di Stoccolma. Ed è convinta che, portando nel mondo il suo messaggio di libertà, contribuirà a promuovere il rispetto dei diritti umani. In Iran, innanzitutto, ma anche là dove l’Occidente pretende di imporre la democrazia con la forza, come in Iraq.
In quel pugno alzato davanti alle donne romane c’è tutta la storia di Shirin Ebadi, da quando la rivoluzione islamica bandì le donne dalla magistratura alla sua battaglia in difesa dei diritti delle donne, dei bambini e degli intellettuali dissidenti -battaglia che le è valsa il premio Nobel-, fino alle sue recenti, dure prese di posizione contro i ’falchi’ del regime clericale.
“Prima della rivoluzione del 1979 ero presidente di una sezione di un tribunale di Teheran. Poi, da un giorno all’altro, sono stata retrocessa a impiegata di quello stesso tribunale”, ironizza l’ex giudice. E, coadiuvata dalla sua valente interprete Ela Mohammadi, racconta la sua vita, snocciola aneddoti, risponde alle domande, felice “di trovarmi tra tante persone che la pensano come me”.
Quando si trova all’estero Shirin Ebadi non si copre la testa come prescrive il codice penale iraniano, ma non le piace la nuova legge francese che proibisce alle ragazze musulmane di portare il velo nelle scuole. “Le donne dovrebbero essere libere di vestirsi come vogliono, ovunque esse vivano. Agli uomini non si vietano o si impongono la barba o la cravatta, no?”.
Shirin Ebadi non si è mai spinta fino a contestare apertamente la religione islamica. Piuttosto, ha più volte denunciato le derive fondamentaliste, gli abusi commessi in nome di Maometto e del Corano. La sua visita a Roma è coincisa con cruciali elezioni in Iran, che hanno riconsegnato il Parlamento ai conservatori. La sconfitta dei sostenitori di Mohammad Khatami è dovuta alla bocciatura in massa delle loro candidature da parte della corte costituzionale, in mano agli ultraconservatori, ma anche al disincanto degli iraniani di fronte alla mancata attuazione delle riforme promesse dal presidente. E il premio Nobel, che ha boicottato le urne come tanti suoi connazionali, già prevede: “Temo che i conservatori, se conquistano la maggioranza dei seggi, inaspriranno le leggi contrarie ai diritti delle donne”.
Come avvocato, ha difeso numerosi dissidenti, anche come legale di parte civile. Di recente ha accettato di occuparsi del caso di Zahra Kazemi, la fotografa iraniana-canadese morta per un colpo alla testa subito dopo l’arresto a Teheran nell’estate 2003. Ma, nel paese degli ayatollah, i processi beffa sono all’ordine del giorno, spesso si svolgono a porte chiuse e senza difensore. E agli avvocati può capitare di pagare il loro coraggio con il carcere, come è accaduto a Shirin Ebadi, che ha trascorso diverse settimane dietro le sbarre per aver raccolto la confessione di uno squadrista islamico pentito che ha denunciato un complotto per rovesciare Khatami.
Secondo la giurista, è una beffa anche la recente sospensione della pena di morte per lapidazione, prevista per le persone accusate di adulterio. “Non basta la sospensione. La legge va cancellata dal codice penale”, dice.
La condanna alla lapidazione colpisce soprattutto le donne, che già sono fortemente penalizzate dal codice civile: possono subire ripudio e poligamia, ricevono la metà dell’eredità dei maschi, la loro testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo e, in caso di divorzio, si vedono sottrarre la custodia dei figli. “La vita di una donna in Iran vale quanto un occhio strabico di un uomo”, ebbe a dire Shirin Ebadi qualche anno fa.
I conservatori –o conservatori pragmatici, come amano definirsi- che hanno conquistato la maggioranza in parlamento, hanno messo in campo diverse donne per la nuova legislatura. Ma chi, nei palazzi del potere e nella società civile, oserà ora sostenere le battaglie del premio Nobel, come ha fatto di recente il rettore dell’Università femminile di Al Zhara, Zhara Rahnavand, che ha attaccato le autorità per la loro mancata reazione contro un manipolo di miliziani islamici che ha impedito alla giurista di tenere un discorso davanti alle studentesse?
Auguri Shirin!
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2004

Articolo apparso su “Il paese delle donne” N°14 del 2004 con il titolo
Soldatessa sarà lei!
Di Carla Ravaioli

Nella sua plasticità di organismo vivo, il linguaggio via via recepisce il mutamento culturale e sociale, e più o meno rapidamente e felicemente vi si adegua. Ma quando il mutamento si verifica con dirompente celerità, con una magnitudo da investire mezza umanità e indirettamente l’altra mezza, e con una forza d’urto da rimettere in causa la storia intera, come è stato ed è il caso della rivoluzione femminile, spesso nascono dei mostri.
Penso a “vigilessa”, “soldatessa”, “presidentessa”, “deputatessa” (e così via all’infinito, essendo la desinenza “essa” una delle modalità più diffuse nella nostra lingua per la femminilizzazione di un sostantivo maschile). Parole che non sono soltanto degli orrendi neologismi, ma rispondono poco e male a quella valorizzazione del femminile che vorrebbero significare. E in più sono anche dei veri e propri errori di grammatica.
I linguaggi – lo sappiamo benissimo – sono materia che i femminismi di tutto il mondo hanno fatto oggetto di ampie e approfondite analisi, sovente assai pregevoli. Sottolineandone forme modi snodi per cui tutti si pongono come infallibili evidenziatori dello storico prevalere del maschile sul femminile. Non dico nulla di nuovo dunque se noto che: 1) le quattro parole prese ad esempio riguardano tutte una funzione di qualche autorità e potere tradizionalmente esercitata solo da uomini; 2) che la stessa modifica verbale non si applica ad attività fin dall’antico praticate anche da donne: e infatti si dice “sarta” e non “sartessa”, “maestra” e non “maestressa”, mentre si dice “professoressa” e non “professora”, appena si va oltre l’insegnamento elementare; 3) che dunque mediante la desinenza “essa” la funzione in versione femminile viene sottolineata nel suo derivare dal maschile, in un “venir dopo” che è anche una diminuzione.
Ma, dicevo, tutte le parole in questione sono degli errori. Dunque, “vigilessa” è una donna che svolge attività di soveglianza urbana, quale è appunto affidata al corpo dei vigili. Ma “vigile”, nel senso di incaricato di “vigilare” sulla vita cittadina, è un aggettivo sostantivato, che pertanto come un aggettivo si declina, e come tutti gli aggettivi terminanti in “e” è uguale al maschile e al femminile. Nessuno direbbe infatti “la vigilessa madre”, “la vigilessa infermiera”, o che altro. Perché dunque non dire “la vigile”, “una vigile”, anche quando la parola non si riferisce a una qualità ma a una funzione, applicandosi a una donna che indossa una divisa e dirige il traffico? Perché accettare una forma che recepisce il fatto nuovo (ci sono donne-vigili che in passato non c‘erano) ma, nel senso implicito e nello stesso suono, ne suggerisce una valutazione per lo meno ambigua? Oltre tutto commettendo un errore di grammatica?
E perché inventarsi una “presidentessa”, quando “presidente” non è (con le piccole varianti che quasi sempre la parola subisce nell’uso di secoli) che un participio presente del verbo “presiedere”, e come ogni participio presente è uguale al maschile e al femminile, per cui l’articolo “il” o “la” basta a precisare il genere? Analoga considerazione vale per “soldatessa”, “soldato” essendo participio passato del verbo “assoldare”, che in quanto tale si declina come un aggettivo e perciò, secondo grammatica, al femminile diventa “soldata”. Così come “deputato”, participio passato di “deputare”, non può che femminilizzarsi in “deputata”: forma che per la verità si va facendo strada, ancora però tra una gran folla di “deputatesse”, spesso così nominate anche dalle bocche più colte e dai migliori giornali.
Ma c’è un altro aspetto della materia che forse merita qualche riflessione. Tutti i femminismi si sono impegnati con rabbia e determinazione a denunciare nei linguaggi le forme più vistosamente offensive e discriminanti per le donne, e possibilmente a cancellarle. Ma non sempre uguale coerenza ha sostenuto la politica di “sessualizzazione” della lingua, che a volte nel desiderio di sottolineare la “differenza” ha indotto, o accettato, l’uso di morfologie con tutta evidenza indicative del femminile come sesso “secondo”.
Mi dicono che qualche tempo fa in un convegno alla Casa delle donne si sono sollevate domande sull’utilità di sessualizzare la lingua. La questione non è gratuita. Perché indubbiamente la denuncia del sessimo dei linguaggi ha avuto senso e funzione nella battaglia femminista, per la più perspicua messa a fuoco di una cultura tutta e da sempre segnata dalla disparità del rapporto tra i sessi. Non so però quanto serva l’impegno a incidere programmaticamente sulle forme verbali, e quanto positiva ne sia la ricaduta sul loro uso quotidiano, dove in realtà la confusione è massima. Basta dare uno sguardo ai giornali, sui quali da un lato abbondano vigilesse soldatesse ecc, dall’altro puntualmente si legge “dal nostro inviato Maria Qualchecosa”, “il deputato Maria Qualchecosa”, “il sottosegretario Maria Qualchecosa”, ecc., senza del resto che le interessate ci trovino nulla da ridire. E d’altronde sulle loro tessere, esattamente come su quelle dei loro colleghi, sta scritto “Deputato al Parlamento”, “Senatore della Repubblica”, “Sottosegretario di Stato”, ecc.
Il linguaggio ha inerzie e vischiosità che resistono al mutamento più tenacemente della società stessa. Come accennavo sopra, in presenza di mutamenti di sconvolgente radicalità, spesso la lingua rifiuta di nominarli e perciò stesso di legittimarli; e in tal modo di fatto impedisce che il mutamento stesso venga pensato, e dunque esista. Oppure lo nomina, ma nei modi di una tradizione culturale riluttante a recepirlo e riconoscerlo, cioè (vedi gli esempi citati) secondo una implicita valutazione ironica o decisamente negativa: una Presidentessa non potrà mai valere quanto un Presidente, perbacco! Verba sunt consequentia rerum, dicevano i nostri antenati. Non esistono parole per dire cose che non esistono, o che (ed è praticamente lo stesso) l’ordine sociale-culturale-simbolico di cui il linguaggio è espressione tende a ignorare.
Insomma come rispondere alla domanda: vale la pena di sessualizzare la lingua? Non è facile. Perché ogni iniziativa del genere ha sempre un suo valore di disvelamento e accusa, costituisce sempre un piccolo apporto alla grande battaglia. Più difficile che approdi a risultati concreti di qualche rilievo e utilità immediata. Tutti ormai si sentono tenuti a dire “uomini e donne” invece che solo “uomini”, e forse si riuscirà a ottenere che tutti dicano “sindaca” o “ministra”. Ma quando si potrà dire (se mai si potrà) “i bambini e le bambine sono belle”, e non “sono belli”, come a tutti/e insegna la vita prima che la scuola?
Domanda non facile, dicevo. Infatti non ho risposto. Chiedo scusa.
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