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Le anticipazioni
dall'introduzione del libro - l'Unità - 16 giugno 2008
È la punta di un iceberg quella che emerge
nelle pagine di questo libro. Abbiamo raccolto, in ordine cronologico, circa
trecento casi di violenza inflitta a donne da mano maschile, avvenuti in
Italia nel corso di un anno, il 2006. Si tratta di casi accomunati da due
caratteristiche: primo, essi sono diventati pubblici, ne hanno scritto,
cioè, agenzie di stampa e giornali.
Secondo, se ciò è
successo è perché erano delitti per i quali vigeva, per il magistrato, la
procedibilità d’ufficio, oppure perché essi sono stati denunciati dalle
vittime. Insomma: si tratta di omicidi o tentati omicidi, oppure si tratta
di stupri o di tentativi di stupro o, ancora, di aggressioni o violenze
d’altro genere. Ed ecco che l’iceberg, oltre questa punta, sotto i nostri
occhi comincia ad allargarsi. Per ogni stupro o aggressione denunciati, per
ogni omicidio scoperto, quante violenze contro le donne rimangono coperte
dal silenzio?
Il non detto e il buio sono condizioni che non permettono quantificazioni
aritmetiche certe. Si sa che nel 2006 sono state 112 le donne uccise da un
marito, un fidanzato o un ex, vittime cioè di un «amore criminale», come
diceva il titolo di una bella trasmissione di Raitre. Mentre nel nostro
paese diminuisce il numero generale degli omicidi, aumentano quelli di cui
sono vittime le donne. Il ministero dell’Interno ha registrato, poi, negli
stessi dodici mesi 4500 denunce per violenze, abusi, aggressioni, sporte da
donne a polizia e carabinieri. E la più recente e approfondita ricerca in
proposito condotta in Italia, quella elaborata dall’Istat, durata ben cinque
anni e presentata il 21 febbraio 2007 a Palazzo Chigi, basata su un campione
di venticinquemila donne tra i 16 e i 70 anni, ha dato un risultato
agghiacciante: in Italia il 91,6% degli stupri non viene denunciato; la
percentuale cresce quando si parla di aggressioni non sessuali: passa sotto
silenzio il 96% delle ingiurie fisiche subite, per mano maschile, dalle
donne.
Facciamo un po’ i conti: intorno a quel 6%, in media, di aggressioni che
arrivano agli onori delle cronache c’è un mare immenso di violenze delle
quali non si sa niente. Accorpando abusi sessuali e aggressioni fisiche:
«Negli ultimi 12 mesi il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1
milione e 150 mila», si legge nell’indagine Istat. Ma non è finita,
l’iceberg cresce e si allarga ancora, perché la violenza non è solo fisica.
Violenza sono le molestie sessuali nei luoghi di lavoro così come lo
stalking, cioè la persecuzione ossessiva.
Ma perché noi autrici, questo libro, abbiamo voluto scriverlo? Perché ci
siamo rese conto che in Italia, più che nel resto del mondo ricco e
democratico, è in corso, inavvertito, un cortocircuito.
Negli anni a cavallo tra la fine dei Sessanta e i Settanta si è svolta la
grande guerra di liberazione, quel femminismo che - ha detto qualcuno - è
l’unica rivoluzione che il Novecento ha potuto consegnare, senza necessità
di abiure, al nuovo secolo. Ed è anche a partire dalla sua pressione che, a
cominciare dagli anni Settanta, nel nostro paese è cominciata la produzione
di leggi che danno corpo all’articolo 3 della Costituzione e sanciscono o
promuovono una parità effettiva tra i sessi: divorzio, tutela delle ragazze
madri, consultori familiari, riforma del diritto di famiglia, pari
condizioni sul lavoro, interruzione volontaria di gravidanza, violenza
sessuale.
Trent’anni dopo, le leggi le abbiamo, se non tutte, quasi: ma nel paese
reale qualcosa di oscuro sta avvenendo. È in corso un fenomeno che non è un
azzardo affermare abbia due facce. La prima è quella luminosa che ci
ipnotizza ogni sera: il modello femminile che, di varietà in talk show in
serial, ci impone la tv, il medium ancora più popolare e più pervasivo.
Giovani e giovanissime, più nude che coperte, ruotanti come girasoli intorno
a un maschio, che sia il conduttore o il marito da conquistare, ignoranti e
oche: queste sono le italiane-tipo che ci propone la tv. Quale rapporto
hanno con le italiane vere? Scarso.
Interrogativi che potrebbero estendersi ad altri luoghi dove si costruisce
il modello femminile: la moda, per esempio, che dagli anni Ottanta ha
imposto un’idea di donna costretta a essere sempre adolescente,
esageratamente aggressiva quanto a sex appeal o, per converso, svestita come
se uscisse da un’aggressione.
L’altra faccia del fenomeno in corso nel nostro paese è buia. È, appunto, il
continente che esploriamo in queste pagine. È la violenza non simulata dagli
stilisti e dai pubblicitari, ma quella vera che di settimana in settimana,
di mese in mese, di anno in anno, si consuma: uomini che picchiano,
feriscono, uccidono, stuprano. La violenza contro le donne - comunque essa
si declini - è la conseguenza dello stato delle relazioni tra i due sessi. E
questi uomini, viene spontaneo pensarlo, non sono più i patriarchi sicuri di
se stessi e del brutale diritto che esercitavano nell’Italia dell’altro
ieri, contadina e arcaica. Sono uomini che reagiscono in questo modo a un
potere che sfugge. La maggioranza degli omicidi è per mano di coniugi o
fidanzati, oppure di ex. Ma, anche quando la vittima non è, concretamente,
la moglie o l’amante o la ragazza, spesso - nei casi di stupro - s’intravede
uno sfondo vendicativo di rivalsa.
All’interno della cronologia che scandisce le pagine abbiamo usato lo zoom
per quindici storie. Perché leggere un elenco di casi, nella successione
lunga un anno, rende il fenomeno visibile e non più ignorabile. Ma entrare
dentro alcune di queste vicende ci aiuta in un altro senso: ci consegna sia
la particolarità di ciascuna, sia i tratti che esse hanno in comune.
È un dato statistico che la maggioranza delle violenze si consumino in
famiglia. E il fatto che a questo si appaia: e cioè che le vittime di
violenze in famiglia, vuoi per la connivenza dell’ambiente, vuoi per
l’isolamento in cui vivono, vuoi perché ricattate sul piano affettivo o
economico, hanno più difficoltà a sporgere denuncia. È questo il copione che
si ripete in tre delle storie qui raccontate, in apparenza diverse: il caso
di Teresa Spini, immigrata con la famiglia dalla Sicilia al Nord, uccisa a
coltellate dal marito alla presenza dei figli mentre riposava nella sua
camera da letto; la vicenda di Carmen, moglie peruviana di un italiano,
sfuggita a un’incredibile persecuzione psicologica subita per anni da parte
del marito; ma anche una vicenda che ha fatto scalpore, quella di Hina, la
ragazza pakistana uccisa a Brescia dal padre con la complicità dei parenti,
perché voleva comportarsi da italiana, girare in jeans e vivere col suo
ragazzo.
Il caso di Hina è finito sulle prime pagine dei giornali non perché di
regola ciò avvenga, in questo tipo di crimini, ma perché era il primo caso
di delitto d’onore alla pakistana avvenuto nel nostro paese, ed era la
dimostrazione che quel tipo di cultura musulmana (per alcuni commentatori
diventato «la» cultura musulmana tout court) non è conciliabile con le
nostre regole. Per paradosso noi italiani, che questo tipo di crimine
l’abbiamo tollerato fino al 1981, l’abbiamo stigmatizzato senza attenuanti
solo quando esso è avvenuto in «casa d’altri».
La religione, ma non quella musulmana, bensì quella cattolica, è un
ingrediente importante anche nel contesto culturale in cui matura un’altra
vicenda: quella di padre Fedele, il frate rinviato a giudizio perché avrebbe
abusato della suora che lo serviva.
Molte delle donne picchiate, uccise o violentate pagano per avere detto un
«no». Diceva di no Hina. Lo diceva Jennifer Zacconi, uccisa dall’amante al
nono mese di gravidanza, perché non aveva voluto abortire. Diceva no al
genere maschile nel suo complesso Paola, la donna stuprata da due ragazzi in
Versilia perché omosessuale.
Due casi che abbiamo indagato ci dicono, invece, che è falso il luogo comune
secondo il quale la violenza coniugale sarebbe più frequente dove fioriscono
povertà e ignoranza. Può darsi che ciò fosse vero nell’Italia arcaica. Oggi,
in certi casi, non è più così: anzi, può essere la donna colta, con un buon
lavoro, insomma autonoma, che rischia di mandare maggiormente in crisi la
sicurezza psicologica del suo compagno. L’ex marito di Francesca Baleani,
personaggio in vista con incarichi prestigiosi nella sua città, Macerata, e
G.S., medico, sono i due colti borghesi che nel 2006 hanno attentato, con
fantasiosa sanguinaria efferatezza, alla vita delle mogli (non riuscendoci
per un soffio il primo, il secondo sì). Resta il fatto che la miseria, il
basso livello di istruzione e l’emarginazione sono un terreno di coltura per
la violenza, come testimoniano, purtroppo, molte di queste vicende nate
negli ambienti dell’immigrazione.
Un copione che poi, nonostante tutto, continua a entrare in moto quasi per
automatismo è il rovesciamento dell’accusa sulla vittima, quando si parla di
stupro: ma lei ci stava? Marta, la tredicenne violentata da un branco di
coetanei e filmata con il videotelefonino, agli occhi dei genitori dei
colpevoli, ma purtroppo anche del gip, deve «dimostrare» che lei non voleva,
che quella non era un’orgia consenziente, era uno stupro. E così, Marta è
costretta a convivere con i coetanei che l’hanno violentata: perché il gip
ritiene che gli arresti domiciliari siano sufficienti e che, anzi, i
ragazzini debbano continuare ad andare a scuola. E questo ci porta a un
altro dolente dato ricorrente: la promiscuità tra vittima e aggressore,
consentita anche a colpevolezza dimostrata, e non percepita - da chi giudica
e sentenzia - come un fatto grave, disturbante, psicologicamente nocivo per
la vittima. E anche potenzialmente nefasto.
È la situazione in cui si è venuta a trovare Francesca Baleani, il cui ex
marito, dopo aver tentato di ucciderla e averla gettata in fin di vita
dentro un cassonetto per i rifiuti, è stato ospitato in una struttura per il
recupero di tossicodipendenti a soli 14 chilometri dalla casa dell’ex-moglie
per aver accusato disturbi mentali: una situazione così pesante che la donna
ha scritto al ministro Mastella, invocandone il trasferimento.
I crimini maturati all’interno di una coppia lasciano una scia: un prima e
un dopo. A Parma Aldo Cagna uccide la ragazza che l’ha lasciato, Silvia,
dopo anni di persecuzioni, minacce, molestie, stalking sistematico
inutilmente denunciati da Silvia, dai suoi amici e familiari alle forze
dell’ordine. Il prima - ci dice questo delitto - è il tempo durante il quale
certi episodi di stalking, se segnalati, devono prontamente mettere in
allarme chi ha il compito di garantire la nostra sicurezza di cittadine. Il
dopo è un futuro al quale dovrebbe guardare il giudice che emette la
sentenza. Purtroppo sono proprio il «prima» e il «dopo» che, nel nostro
sistema giudiziario, costituiscono un buco nero: in Italia è scarsa la
prevenzione, così come è scarsa la certezza della pena.
È dalla Spagna che arriva l’esempio della legge contro la violenza di genere
in vigore dal 2005: è nata sull’onda dell’emergenza quando nel paese il
numero delle donne uccise in un anno ha toccato i settanta, cioè nemmeno i
due terzi di quelle uccise in Italia. La normativa spagnola guarda
all’intero contesto in cui la violenza matura, così come alle cause che
inducono le donne a non denunciarla. Tra gli strumenti più innovativi, i
tribunali di genere e i 430 nuovi procuratori specializzati. Le prime
risultanze danno un forte aumento delle denunce: s’è rotto il muro del
silenzio.
Per pensare in grande, però, ciò che avviene bisogna prima vederlo. È questo
lo scopo che, anzitutto, ci proponiamo con questo libro: ecco la mattanza
sistematica che si svolge sottotraccia, ecco la pagina oscura della storia
dei rapporti tra uomini e donne che, in Italia, corre in questi anni. |
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