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Letizia Muratori, “La casa madre”,
Adelphi, pp. 110, e. 14
di
Mirella Serri
Un cuscino sotto la maglia per
simulare di essere in stato interessante. Poi arriva il travaglio. Ecco le
gambe allargate, le urla disperate e due-tre spinte. In un parto finto. Così
le allieve delle elementari del Sacro Cuore di Gesù giocano a mamma e figlia
dando alla luce una cabbage o pupazza di pezza e gommapiuma venuta dalla
lontana Georgia. E’ l’orribile e patetico divertimento che va per la
maggiore tra alunne molto benestanti che si portano a scuola da casa il loro
pargolino sintetico. Ma dietro questa voglia di maternità che studentesse
con il grembiulino e suorine condividono, si nasconde più di un tragico,
raccapricciante segreto. Essere donna, essere mamma, essere in gravidanza.
Sempre in storie feroci, grottesche e micidiali: sono gli input che animano
la penna della 35 enne romana Letizia Muratori che ora pubblica due
splendidi racconti in “La casa madre” (Adelphi editore).
La Muratori, con questo suo affacciarsi alla ribalta della casa editrice di
Roberto Calasso, rappresenta il caso editoriale della stagione letteraria.
Salvatore Niffoi, Rosa Matteucci, l’ischitano Andrej Longo... si contano
sulle dita di una mano i narratori italiani che entrano nel Pantheon dalle
copertine dai colori tenui che ospita Nietzsche e Spengler. La scrittrice
romana, nata e cresciuta nei pressi dei borghesi Parioli (“andavo a scuola
dalle religiose come Irene, la protagonista di ‘Casa madre’, e come lei
avevo molte difficoltà di adattamento perché per censo e status sociale ero
diversa dalle mie compagne”, racconta), ha già un pedigree letterario di
tutto rispetto. Ha esordito con il romanzo “Tu non c’entri”, seguito dalla
“Vita in comune” (pubblicati da Einaudi Stile libero Big). Però adesso si
trova a entrare nel sacrario degli eletti, nell’Olimpo dei narratori di
culto (“un caso, ho mandato il libro alla casa editrice ed è stato
accettato”), a fianco di Alberto Arbasino, Giorgio Manganelli, Leonardo
Sciascia, Alberto Savinio. Scrittori che in modi diversi hanno coltivato
un’attrazione fatale per le zone d’ombra, per la letteratura più radicale.
I racconti della Muratori corteggiano l’inquietudine, il mondo del più
terribile turbamento, con una punta di prefigurazione, persino anticipando
vicende di cronaca (l’uccisione di Lorena, 14e nne di Niscemi, morta per
mano di tre minorenni, per esempio): in “Tu non c’entri” la quindicenne
Elena, rimasta incinta, non vuole dire ai suoi tre partner di chi sia il
figlio. Quando il branco dei presunti padri si scatena ed è sul punto di
rifarsi su di lei con un gesto di estrema violenza, si verifica qualcosa di
inaspettato e di tremendo. Un tema che è come un’ossessione, quello delle
‘nuove’ madri, con il testimone che passa dall’adolescente alle bambine di
‘Casa madre’. Qui ragazzine che alle spalle hanno famiglie disastrate,
giocando a mamma e figlia finiscono per ripetere nella simulazione una
mimesi tragica della loro realtà. “Di maternità oggi si discute più che mai
ed è il leit motiv dei miei romanzi”, spiega la scrittrice. “Ne ‘La vita in
comune’ mi occupo della maternità non biologica, dell’adozione. Io ho scelto
di rinunciare a questa esperienza e non sono un’eccezione nella mia
generazione. Racconto le fantasie, le percezioni di trentenni che hanno
detto ‘no’ con motivazioni ben diverse da quelle che muovevano ad analoga
rinuncia le femministe d’altri tempi”.
Nel libro, tra descrizioni da brivido, nel tunnel del male oscuro finisce
proprio la madre di Irene che vive tutto il giorno in vestaglia e ha
rinunciato alla carriera per la famiglia. “La questione dell’indipendenza
non riguarda né me né le mie coetanee. Per noi non è mai stata né un
obiettivo né una conquista. Il fallimento dell’esperienza materna invece
l’ho affidato a un personaggio che ho immaginato più vicino alle donne che
compivano 30 anni nel Novanta. Quelle che credevano all’emancipazione. Io mi
sono sposata poco dopo la maturità e poi ho viaggiato molto al seguito di
mio marito, esperto d’arte e gallerista. Ma nel mio caso, come per molte mie
amiche, la questione della realizzazione professionale non si poneva. Tra
contratti a termini e lavoro part time, l’essere madre non preclude nessun
luminoso futuro”. E allora la vicenda della maternità, chiodo fisso dei suoi
personaggi? “ Racconto questa esigenza in chiave comica e paradossale nelle
bambine. Che forse, con il progredire dell’età, è destinata a sparire. Come
se una si svegliasse nel momento limite, 35-40 anni e si chiedesse: i figli,
li voglio? E si rispondesse in maniera negativa. In questo romanzo c’è anche
la dèbacle della paternità, con un padre molto superficiale e ‘leggero’”. E’
in scena la disgregazione famigliare o l’estinzione della specie? Alla
bambina rimane solo la scuola delle suore. “Un medesimo punto di vista
accomuna le sorelle che si sono votate alla chiesa e le ragazzine. Il mondo
dell’infanzia mi appare come chiuso in sé stesso, totalizzante, io non
avendo figli non lo conosco, ne scrivo per penetrarlo, per capirlo”. Un
mondo dove per consolarsi di tante disgrazie si vive con una raccapricciante
bambola tra le braccia. |
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