Vergine, adolescente, silenziosa Irigaray dentro il mistero di Maria  

di Maria Serena Palieri

È un piccolo e affascinante libro, questo che Luce Irigaray dedica alla figura della Madonna, Il mistero di Maria. Già, nella nostra vita e nella nostra cultura, oggi, c’è un posto per Maria di Nazareth? Irigaray, nel suo cammino per ridare spazio al femminile nel mondo, quasi di necessità approda a una figura che è a fondamento della cristianità ma che, e scopriamo quanto, con lei, in queste pagine - è stata devitalizzata nella sua potenza simbolica. Maria nei secoli è stata ed è oggetto della devozione popolare.

Ma, se «segna l’entrata nell’era cristiana» e se «è la condizione dell’incarnazione, la prima mediazione, la prima mediatrice, fra divinità e umanità, fra Dio e gli umani», come Irigaray scrive, perché il pensiero teologico le dedica uno spazio secondario? E perché è relegata in ruoli infinitamente alti e remoti, oppure con infinita umiltà dietro le quinte? Il mistero di Maria, benché appaia per un’etichetta confessionale, non è, com’è ovvio per chi in questi anni abbia seguito il pensiero della filosofa-psicanalista-linguista francese, un libro devozionale: è un vis-à-vis che Irigaray intrattiene con Maria così come appare - rara - nei Vangeli, ma anche con l’immagine che di lei hanno dato, nei secoli gli artisti (in copertina c’è la Madonna giovanissima di Antonello da Messina, che si accudisce con le mani incrociate come ali). Irigaray sottrae dunque Maria a un doppio oblio: quello cui l’ha relegata la Chiesa millennaria, specie - osserva - dal tempo della «separazione delle chiese di Oriente e Occidente», ma anche quello cui l’ha relegata, nel presente, l’opposizione di un certo pensiero femminile verso una figura che, osserva, se consegnata al solo ruolo di madre d’un figlio appare giocoforza come «la schiava e la garante dell’ordine patriarcale».

Il libro - di luminosa semplicità - apre appunto con una ricognizione personale dell’autrice a Parigi nella chiesa del suo quartiere, lì dove scopre che la statua della Madre di Dio «per comodità» è stata spostata dall’altare principale a un altro secondario, dove convive, con una discesa nella gerarchia, con quelle di svariati santi. Ed è nel finale (lì solo) che interloquisce con quel pensiero femminile che nelle ultime decadi ha cancellato Maria. Perché per il resto questo testo interroga invece, appunto, il mistero della Madonna. O meglio, i misteri. L’età di trapasso, l’adolescenza, in cui la ragazzina di Nazareth riceve l’annuncio: «Ancora carnalmente vergine, Maria conserva la pienezza dell’identità femminile di una bambina. È già autonoma rispetto alla sua genealogia, segnatamente rispetto a sua madre, e la sua carne, il suo respiro non sono ancora intimamente mescolati con quelli di un altro umano» ricorda Irigaray. La verginità, per lo più malintesa: «Troppo spesso si è parlato della verginità di Maria in termini sprezzanti a un tempo per Maria, per ogni donna e per la nostra tradizione religiosa stessa» osserva. «Dio, quale un patriarca assoluto, si sarebbe in qualche modo servito dell’adolescente Maria per procrearvi un figlio al di fuori di alcuna relazione amorosa».

E, bellissimo tema, il silenzio che Maria sa coltivare. Ma anche - passo peculiare di Irigaray, che alla sua formazione, qui racconta, coniuga la pratica dello yoga - il «respiro», di cui noi non sappiamo ormai nulla, ma che Maria invece coltiva e attraverso il quale convive con la creatura che le cresce in grembo. Il respiro che, qui, diventa anche una versione più vicina per noi, meno criptica, di quello spirito (il soffio) che fecondando Maria fonda la nostra tradizione cristiana. Il mistero di Maria è un libro che può essere letto come si vuole: come un avvicinamento a una figura di cui i Vangeli documentano la verità storica, oppure come un’esplorazione di metafore che da millenni sostengono la nostra storia, ma anche come una poesia. Che ci avvicina a questa donna giovanissima, quasi bambina, madre sola, mite e capace di dire dei sì radicali, corporea e spirituale, esperta nel silenzio e perciò autorevole nel parlare, a questa figura di una misteriosità incandescente che è lì - a vederla - alle nostre origini.

l'Unità, 3 giugno 2010

 
   
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