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di
Mirella Serri
Due boccolotti neri ne incorniciano il volto paffutello, lo sguardo è
ironico e intenso: così l’amico pittore Francesco Hayez rappresenta la
contessa Clara Maffei. Non a caso la nobildonna, conosciuta in tutta Milano,
veniva chiamata Clarina: era esile e minutina. Ma la piccola contessa, in
contrasto con il suo diminutivo, fu un personaggio di gran peso nella
vicenda risorgimentale e di notevole statura intellettuale. Il suo salotto,
tra tutte le dimore patrizie che furono culla di moti liberali, fu il
cenacolo più noto della penisola. Durò ben 52 anni e contribuì a lastricare
la strada che avrebbe portato all’Italia unita. Nelle sale ben arredate
della Maffei non solo ci si impegnò alacremente per la causa patriottica,
rischiando la tortura, la prigionia, la vita; in quella fucina di
discussioni, di elaborazioni culturali, di giornali – come il «Crepuscolo »
fondato 1850 da Carlo Tenca – si lavorò anche per gettare le basi di un’idea
di nazione capace di cementare le diversità della penisola. Clara raccolse
fondi, organizzò fughe in Piemonte e in Svizzera, distribuì moschetti e
pistole a scrittori, giornalisti e artisti, convinta che il loro apporto
alla causa risorgimentale fosse determinante. Come emerge dal suo carteggio
con il giornalista e scrittore Tenca, il compagno della sua vita, gli
intellettuali si ponevano come i nuovi «mediatori» tra il ceto politico
emergente e gli esponenti delle classi borghesi o popolari che avvertivano
prepotenti le esigenze di modernità e di avvicinamento all’Europa. Abile
tessitrice di legami e di rapporti, Clarina, consapevole che «fatta l’Italia
bisognava fare gli italiani», si applicò alla creazione di una palestra di
intelligenze che elaborassero una coscienza e un’identità nazionale in quel
disarmonico puzzle che era lo Stivale. «Sul finire dell’inverno 1850, feci
una cara conoscenza, quella della contessa Clara Maffei […] che aveva allora
36 anni», annota entusiasta del suo nuovo incontro il non ancora ventenne
Giovanni Visconti Venosta, futuro deputato del Regno d’Italia. «Era una
donnina […] più che bella, elegante, di maniere distinte ». Colta,
appassionata lettrice, di notevoli capacità dialettiche, non era solo in
grado di animare una garbata conversazione ma anche di «infiammare gli
animi»: così la descriveva il nobile che frequentava, insieme al fratello
maggiore Emilio, il salotto nuovo di zecca della Clarina. Nuovo come
locazione ma già noto per la sua intensa attività a tutta Milano. La casa,
fresca di pittura, in un elegante palazzotto settecentesco in via Bigli 21,
accoglieva, come la precedente abitazione in corsia dei Giardini, dalle otto
di sera in poi un gran via vai di dame in stola al braccio di gentiluomini
in abito scuro. Ma non si trattava di ospiti di serate mondane, erano
intellettuali-cospiratori, volitivi e determinati sostenitori
dell’indipendenza dallo straniero. L’edificio si trovava a un tiro di
schioppo da via Andegari, dove risiedeva Tenca, ed era la seconda dimora
della nobildonna dopo la separazione dal poeta e scrittore Andrea Maffei. Il
primo rifugio – dopo l’addio al biondo scrittore avvenuto con il sostegno e
il consiglio dell’amico Giuseppe Verdi – era stato tra ville immerse nel
verde dietro eleganti cancellate in ferro. La contessa, al momento di
tagliare i ponti con Maffei, era in grandi ansie per le ripercussioni che la
sua condizione di separata avrebbe potuto avere sulla sua vita e sui suoi
rapporti sociali. Ma la disinvolta società milanese – dove erano
frequentissime le fughe dal talamo matrimoniale e nuove liaisons – non ebbe
remore né paraocchi ad accogliere, anzi, a farsi accogliere nei confortevoli
saloni dall’ex moglie di Maffei. Clara aveva solo 17 anni quando convolò a
nozze con Andrea, alto, slanciato, occhi azzurri, capelli sempre arricciati
dal ferro. Maffei, aveva quasi vent’anni più della contessa e, riferendosi
alla statura di lei, era solito dire «quando si prende moglie è sempre
meglio prenderne il meno possibile». Librettista de I masnadieri di Verdi,
traduttore di Goethe, Milton, Schiller, Shakespeare e Byron, era un
protagonista del bel mondo artistico e culturale meneghino. Ma era anche
dipendente dal tavolo verde, spesso insolvente, tormentato dai debitori.
Accettò con gran signorilità la richiesta di separazione della consorte
insofferente della scarsa sicurezza economica e delle sue trascuratezze
(allontanatosi da una festa, vi dimenticò la giovanissima moglie senza
andarla più a riprendere). Nei saloni di via Bigli la Maffei approdò dopo
essere rientrata dalla Svizzera. Aveva accompagnato nel suo esilio Tenca,
protagonista delle Cinque Giornate di Milano e che ebbe anche la direzione
dell’organo ufficiale del governo provvisorio milanese, il «22 marzo».
Entrambi erano fuggiti dalla capitale del regno del Lombardo-Veneto dopo che
il 9 agosto 1848, a Vigevano, era stato firmato dal generale piemontese
Carlo Canera di Salasco e dall’austriaco von Hess l’armistizio che poneva
termine alla prima fase della Prima guerra d’indipendenza. La culla di
tattiche e progetti insurrezionali era stata per Clara la casa di corsia dei
Giardini: da qui con i patrioti presenti nel suo cenacolo aveva alimentato
la scintilla che aveva dato il via alle Cinque Giornate. Come Cesare
Correnti, che animò la rivolta con il proclama: «Il destino d’Italia è nelle
nostre mani: un giorno può decidere la sorte di un secolo». Si chiedeva la
liberazione dei detenuti politici, la libertà di stampa, l’istituzione della
Guardia civica. All’assalto, sulle barricate, andarono intimi amici di
Clara: Emilio Morosini, che poi perse la vita il 29 giugno 1849 in difesa
della Repubblica romana, Enrico Dandolo che perì anche lui nello scontro nei
pressi di villa Corsini, Luciano Manara che morì a villa Spada. Anche il
governo provvisorio della città ambrosiana ebbe come protagonisti i
frequentatori del salotto della Maffei: dai mazziniani Tenca e il più
moderato Correnti ai monarchici come il conte Cesare Giulini, sostenitore
dell’inutilità della cospirazione e dell’importanza dell’apporto del re e
del Piemonte. Quando il feldmaresciallo austriaco Josef Radetzky ritornò a
Milano e imperversò con pesanti rappresaglie vi fu l’esodo verso Locarno e
Lugano. Clarina si mise in carrozza e partì con Tenca e la madre di lui per
evitare pettegolezzi. Ma come mai quelle stanze addobbate con velluti scuri
erano potute diventare una delle fucine delle Cinque Giornate che avevano
innescato la Prima guerra d’indipendenza? A Milano non mancavano i centri di
cospirazione. C’erano il Caffè della Peppina e quello della Cecchina. Il
primo, situato in via del Cappello, era un ritrovo di artisti, di
professionisti e di patrioti d’area democratica. Al secondo si davano
appuntamento i giovani di sangue blu, come i fratelli Giovanni e Carlo
d’Adda, Alessandro e Carlo Porro. In tutta Italia i focolai del Risorgimento
furono accesi anche dai salotti: da quelli veneziani di Isabella Teotochi
Albrizzi (frequentato da Byron, Chateaubriand e Foscolo) e di Marina Querini
Benzoni (ospitò Canova, Pindemonte, Stendhal), ai cenacoli torinesi, in
primis quello di Olimpia Rossi, a quello fiorentino di Emilia Peruzzi. A
Napoli da Lucia de Thomasis si incontravano, infine, Carlo Troya e Giuseppe
Poerio. In queste dimore aristocratiche furono allestiti i laboratori di
pensiero in cui si cominciavano a porre le pietre per quel condomino, per
quel differenziato complesso di culture, abitudini, lingue, dialetti e
sentimenti che sarebbe stata la nuova Italia. Di cui non ci si nascondevano
le difficoltà di costruzione: come si evince dall’epistolario con Tenca,
Clara era consapevole che nella Penisola – arrivata assai tardi a porsi come
nazione nel contesto europeo – gli intellettuali dovevano rimboccarsi le
maniche per dar vita a un tessuto ideologico, a un connettivo politico e
culturale a fondamento di una coscienza nazionale6 che doveva avere come
modello e punto di riferimento l’Europa. Ad accomodarsi tra le trine e
tavolini intarsiati di Clarina, molto stimata da Alessandro Manzoni e da
Verdi, furono le personalità emergenti della cultura europea. A dar lustro
alle sue serate tra i primi vi fu Honoré de Balzac. Il cicciottello
narratore in Italia era circondato da una pessima fama. Era inseguito dai
creditori, sonnecchiava su tutti i divani su cui posava le sue abbondanti
terga, era considerato sciatto e poco elegante. Tenuto alla larga da molti
blasonati, venne però accolto dalla Maffei che vide in lui un importante
intellettuale di riferimento. Per Balzac la sua casa era sempre aperta,
persino al mattino, appuntamento concesso solo ai più intimi, perché
permetteva gran confidenza. Da dove nasceva questa inclinazione a percorrere
strade autonome e molto particolari? Sicuramente l’educazione ricevuta aveva
abituato Clarina a coltivare la sua verve più originale. Sua madre l’aveva
abbandonata piccolissima e il padre, il conte Carrara Spinelli, per sfuggire
ai pettegolezzi e superare un momento difficile anche dal punto di vista
economico, si trasferì da Bergamo a Milano, dove divenne precettore di
rampolli di grandi famiglie aristocratiche. Fu costretto a metter la figlia
in collegio, presso l’Istituto degli Angeli di Verona. Clara, aiutata dal
padre, ebbe un buon apprendistato letterario e non nutrì mai rancore o
risentimento per la madre, anzi, vide in lei un modello di indipendenza. Lei
stessa, una volta separata da Maffei, rifiutò una nuova convivenza con Tenca,
nonostante le aspettative di Carlo che l’avrebbe voluta al suo fianco: «Io
appartengo a me medesima», scriveva, «solo io voglio essere giudice del mio
operare».
TTl de La Stampa,
12 marzo 2011 |
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