Il
nostro gruppo è nato in modo del tutto informale per iniziativa
di Dacia Maraini: ci riunivamo a casa sua (dove il “tetto” delle
partecipanti era fissato dal numero di sedie di cui disponeva). Non sempre,
nei primi tempi ma anche negli anni seguenti, dai nostri incontri veniva
fuori qualcosa di concreto. Erano comunque un arricchimento reciproco
e una bussola per capire cosa si muoveva fra le donne e nei confronti
delle donne. Spesso abbiamo discusso per varie serate di argomenti che
sarebbero maturati solo in seguito. Ci siamo entusiasmate su progetti
che poi abbiamo abbandonato e al contrario ci siamo lanciate da un giorno
all’altro in iniziative difficili perché qualcuna di noi
era riuscita a far scattare la molla di una passione comune.
All’inizio il nostro obiettivo era soprattutto quello di
contrastare la manipolazione, l’incongruità, le deformazioni con cui
i media trattavano (e spesso purtroppo ancora trattano) l’immagine
femminile. E questo abbiamo fatto più volte, intervenendo tra
l’altro anche contro un settimanale (di cui una di noi è redattrice)
che sbatteva in copertina parti di corpi femminili anche quando non c’era
assolutamente legame con gli argomenti trattati. Non abbiamo avuto immediata
soddisfazione: ma, osservando ora a distanza di parecchi anni, dobbiamo
constatare che questo malcostume è stato in buona parte abbandonato,
da quel settimanale e non solo.
Ma il contrattacco alle donne che cominciava a manifestarsi in molti
campi ci ha convinte quasi subito a intervenire anche su altri terreni.
La guerra in Bosnia ha segnato le nostre riflessioni. Di fronte a quella
violenza intollerabile abbiamo sentito che non si poteva tacere. Da qui
sono partite diverse iniziative, che avevano al centro la denuncia
di quell’esplosione di barbarie ai confini del nostro paese, e in
particolare degli stupri usati come arma di guerra. Il fatto che il corpo
femminile fosse diventato un obiettivo di violenze programmate a tavolino
e imposte come dovere ai soldati ci ha spinto a stendere un appello alle
Nazioni Unite, per denunciare l’enormità di quel che stava
succedendo e per chiedere fra l’altro che un nuovo reato
fosse introdotto nella legislazione internazionale, quello contro il genere
femminile dell’umanità. Il nostro testo ha girato per mesi
in scuole, università e altri luoghi pubblici, compreso il circuito
teatrale di Dario Fo e Franca Rame, raccogliendo varie migliaia di firme:
una cassetta piena di fogli che è arrivata sul tavolo del segretario
dell’Onu, aggiungendosi agli appelli di donne e uomini di molti
altri paesi. Ci piace pensare che almeno per una piccolissima parte abbiamo
contribuito anche noi a far entrare quel nuovo reato nella legislazione
internazionale.
L’invito piuttosto ultimativo a non abortire fatto da Giovanni
Paolo II alle donne bosniache stuprate, che veniva dopo altri pesanti
interventi di vari prelati contro le donne, è all’origine
di un’iniziativa che in Italia ha fatto molto parlare. Abbiamo
chiesto alle italiane di non versare l’8 per mille alla chiesa
cattolica, in segno di protesta contro quella che ci è sembrata
una inaccettabile mancanza di umanità. L’Osservatore Romano
ci ha attaccate duramente.
In anni successivi abbiamo protestato contro l’allora presidente della
Camera dei Deputati Irene Pivetti, la quale aveva dichiarato che Mussolini
era stato l’unico statista a fare qualcosa di buono per le donne. Parole
che ci erano sembrate un vero e proprio schiaffo alle donne vissute sotto il
regime e troppo poco raccontate dai libri di storia. E’ nata così l’idea
di ricostruire le prevaricazioni del fascismo verso il mondo femminile
e la sua politica concentrata a ridimensionarne la libertà e l’autorevolezza in un libro collettivo, “Piccole italiane” (Diabasi, 1994). Un
libro che voleva essere anche un manuale per le più giovani e dove abbiamo
messo in parallelo alla storia delle donne la cronologia del ventennio, mostrando
anno dopo anno come le italiane erano state sempre più risospinte verso
i ruoli di spose e madri, anzi di “fattrici”, escluse dal lavoro
e ridotte a cittadine di seconda serie.
Un’altra azione di cui andiamo fiere è stata, a metà degli
anni ’90, la denuncia della situazione delle donne afgane nel
periodo dei Talebani, della loro totale esclusione da ogni diritto e da ogni forma
di vita sociale, simboleggiata dalla prigione ambulante del burqa. Una vergogna
di cui poco si parlava in Italia e che i media e il mondo politico che conta
(con l’eccezione di Emma Bonino) avrebbero scoperto solo molto più tardi.
Non meno tempestiva è stata la nostra iniziativa sulla prostituzione.
Riflettendo e discutendo sul terremoto che l’arrivo delle donne dell’Est
Europeo e del Terzo mondo provocava nel campo della prostituzione, abbiamo
pensato di rivolgerci a quei protagonisti quasi sempre in ombra che sono i
clienti. La nuova tratta di donne spesso ridotte in stato di quasi schiavitù infatti
dava un segno del tutto diverso alla compravendita del corpo femminile, che
un movimento organizzato di lucciole italiane aveva cercato di sindacalizzare.
In una Lettera aperta al cliente, scritta da Dacia Maraini e firmata da tutto
il gruppo, abbiamo invitato i fruitori del mercato del sesso a riflettere
su quali complicità comporta, nelle nuove condizioni, fermarsi a caricare
in auto una ragazza che non è libera di decidere di se stessa. La lettera è stata
pubblicata dall’”Espresso”, aprendo un’accesa discussione
nello spazio on line del settimanale , andata avanti per buona parte del 1999,
con centinaia di interventi di grande interesse, anche per la polemica fra
punti di vista maschili e femminili che si è aperta.
Ma intanto, nelle nostre riunioni serali, sentivamo l’esigenza di approfondire
anche altri temi. L’avvicinarsi della fine del secolo suggeriva bilanci
che ci sembravano poco aderenti alla realtà. Ci aveva infastidito la
troppa enfasi con cui si parlava del ‘900 come del“secolo delle
donne”. Così è nata in noi la voglia di opporci a questo
ottimismo consolatorio e allo stesso tempo di illuminare tanti aspetti
poco noti della storia delle italiane. Lo strumento, ci era chiaro, doveva essere
un libro sul ‘900, da rileggere in chiave femminile. Era una sfida notevole,
anche perché avevamo scartato quasi subito l’idea ben più tradizionale
di articolare la materia in vari saggi, da dividerci fra noi. Quel che ci interessava
era un lavoro rigorosamente collettivo, come era stato “Piccole italiane”.
Ed è appunto partendo da quel nucleo che abbiamo cominciato il nostro
viaggio nel secolo che stava per finire, adottando la stessa scansione cronologica
e individuando anno dopo anno le idee, gli avvenimenti , i personaggi femminili
famosi e quelli dimenticati. “Il Novecento delle italiane” (Editori
Riuniti) è stato un lungo e duro lavoro che ha messo a rischio l’esistenza
stessa del nostro gruppo, più abituato alle campagne di denuncia che
alla ricerca certosina . Siamo riuscite a venirne fuori dando, crediamo, un
panorama abbastanza complessivo ed equilibrato dell’ultimo secolo. E
nelle pieghe di quella storia ci sembra di aver individuato anche le radici
e le specificità di molte arretratezze dell’Italia di oggi.
Anche dopo la sua pubblicazione “Il Novecento delle italiane” è rimasto
per parecchio al centro del nostro impegno. Varie presentazioni in scuole e
librerie, in festival e iniziative culturali come il Salone del libro di Torino,
ci hanno portate a confrontarci con studiose e con semplici lettrici. Il libro,
che è usato anche oggi come testo di lettura in vari corsi universitari, è stato
ristampato più volte e ha avuto nel 2004 una nuova edizione.
Inizia nel 2003 la nostra collaborazione con la Casa internazionale
delle donne di Roma, che è diventata per noi quasi una seconda casa e dove abbiamo
festeggiato i nostri primi 10 anni. Alla Casa delle donne si è svolto
un ciclo di incontri organizzati a turno da una o più socie di Controparola.
Ha cominciato in autunno Chiara Valentini, discutendo con alcune parlamentari
di un tema che sarebbe stato presto al centro dell’attenzione, la fecondazione
assistita. Poi Dacia Maraini e Mariarosa Cutrufelli hanno parlato di prostituzione,
Paola Gaglianone e ancora Dacia Maraini dei problemi caldissimi della scuola,
Elena Doni, Giuliana Sgrena e Nadia Pizzuti di Shirin Ebadi e delle altre donne
coraggiose che nei paesi islamici lottano per i diritti femminili.
Nei primi mesi del 2004 abbiamo polemizzato pubblicamente con le curatrici
di “Italiane”, tre volumi di ritratti di italiane significative
voluto dal ministero delle Pari Opportunità e quindi pagato con i soldi
dei contribuenti. Ci ha irritate in particolare, in quei volumi “pubblici”,
il ritratto malevolo e offensivo dedicato a Tina Anselmi, ispirato a un’ostilità preconcetta
e a una smania revisionista del nostro passato recente. A Tina Anselmi abbiamo
indirizzato una lettera aperta di solidarietà, ripresa dalla stampa.
Nel clima neoclericale e misogino che andava crescendo, abbiamo preso posizione
contro la candidatura di Rocco Buttiglione a commissario europeo per
le libertà civili,
dopo le sue incredibili dichiarazioni sugli omosessuali e sulle donne (La famiglia
esiste per permettere alle donne di fare figli e di essere protette dal marito…),
inviando una lettera al presidente e ai settecento parlamentari europei, ripresa
anche dalla stampa internazionale.
Il 2005 è il nostro anno più caldo.
Il 4 febbraio una di noi, Giuliana Sgrena, viene rapita in Iraq.
Come buona parte dell’Italia
viviamo per un mese con il fiato sospeso, piene di angoscia per la sorte
di una compagna riservata e coraggiosissima, di cui conoscevamo anche
le piccole fragilità. E che pagava un prezzo così alto
al suo impegno di giornalista in prima linea per i diritti umani e per
la difesa dei deboli. Le quattro interminabili settimane della prigionia
di Giuliana sono state scandite dagli appelli, dalla manifestazione a
Roma dove abbiamo portato grandi cartelli con la scritta “Giuliana
libera”, da un documentario girato su quel pomeriggio indimenticabile
da Loredana Rotondo "Una di noi" (Produzione
L'Altravista - www.laltravista.com).
Il finale non proprio lieto, con il ferimento di Giuliana e la morte
drammatica di Nicola Calipari, ci
ha convinte, se
ancora ce n’era bisogno, dei rischi crescenti di un mondo sempre
più lacerato dalle guerre e dai terrorismi.
E
poi c’è stata la campagna per il referendum sulla
fecondazione assistita. L’abbiamo considerata una battaglia
di civiltà,
doverosa per un gruppo che ha la sua ragion d’essere nella difesa
della libertà femminile. Ci è sembrato che su quel
referendum si giocasse molto del nostro futuro e non ci siamo risparmiate,
fra manifestazioni
e iniziative varie. Abbiamo raccolto centinaia di firme per
il documento “Una
rete per il si”, dove invitavamo le donne a far campagna elettorale
nei loro luoghi di lavoro e nella loro rete di relazioni, per fronteggiare
dal basso la valanga dell’offensiva cattolica. Abbiamo partecipato
allo sciopero della fame a staffetta promosso da Radio Radicale, ci siamo
tenute in rete con altri gruppi femminili. La bocciatura del
referendum, come era facile prevedere, ha aperto una fase di attacco
alle donne, ai
loro diritti e persino alla loro dignità che è in pieno
svolgimento. Ma ha provocato anche una reazione pubblica da
parte femminile, con un nuovo movimento ancora allo stato nascente, dove
per la prima
volta sono protagoniste anche le ragazze e le donne delle ultime generazioni.
Su queste novità, come è ovvio, è concentrata la
nostra riflessione: anche per individuare i modi con cui un gruppo come
il nostro può mettersi in rapporto a qualcosa di così complesso
e ancora fluido.
Sul piano più strettamente politico ci
siamo rivolte con una lettera aperta a Romano Prodi. Al candidato
leader del centro sinistra per le cruciali elezioni politiche dell’aprile
2006 abbiamo chiesto un impegno sui temi femminili, dal riequilibrio
della rappresentanza fino
alla difesa della 194. Ricordandogli che è anche dalla partecipazione
delle donne che si misura il tasso di democrazia di un paese.
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