>HOME



Memoria
articoli e riflessioni
sulle tematiche del femminile
dal 2004 ad oggi


LA NOSTRA STORIA  

Il nostro gruppo è nato in modo del tutto informale per iniziativa di Dacia Maraini: ci riunivamo a casa sua (dove il “tetto” delle partecipanti era fissato dal numero di sedie di cui disponeva). Non sempre, nei primi tempi ma anche negli anni seguenti, dai nostri incontri veniva fuori qualcosa di concreto. Erano comunque un arricchimento reciproco e una bussola per capire cosa si muoveva fra le donne e nei confronti delle donne. Spesso abbiamo discusso per varie serate di argomenti che sarebbero maturati solo in seguito. Ci siamo entusiasmate su progetti che poi abbiamo abbandonato e al contrario ci siamo lanciate da un giorno all’altro in iniziative difficili perché qualcuna di noi era riuscita a far scattare la molla di una passione comune.

All’inizio il nostro obiettivo era soprattutto quello di contrastare la manipolazione, l’incongruità, le deformazioni con cui i media trattavano (e spesso purtroppo ancora trattano) l’immagine femminile. E questo abbiamo fatto più volte, intervenendo tra l’altro anche contro un settimanale (di cui una di noi è redattrice) che sbatteva in copertina parti di corpi femminili anche quando non c’era assolutamente legame con gli argomenti trattati. Non abbiamo avuto immediata soddisfazione: ma, osservando ora a distanza di parecchi anni, dobbiamo constatare che questo malcostume è stato in buona parte abbandonato, da quel settimanale e non solo.

Ma il contrattacco alle donne che cominciava a manifestarsi in molti campi ci ha convinte quasi subito a intervenire anche su altri terreni. La guerra in Bosnia ha segnato le nostre riflessioni. Di fronte a quella violenza intollerabile abbiamo sentito che non si poteva tacere. Da qui sono partite diverse iniziative, che avevano al centro la denuncia di quell’esplosione di barbarie ai confini del nostro paese, e in particolare degli stupri usati come arma di guerra. Il fatto che il corpo femminile fosse diventato un obiettivo di violenze programmate a tavolino e imposte come dovere ai soldati ci ha spinto a stendere un appello alle Nazioni Unite, per denunciare l’enormità di quel che stava succedendo e per chiedere fra l’altro che un nuovo reato fosse introdotto nella legislazione internazionale, quello contro il genere femminile dell’umanità. Il nostro testo ha girato per mesi in scuole, università e altri luoghi pubblici, compreso il circuito teatrale di Dario Fo e Franca Rame, raccogliendo varie migliaia di firme: una cassetta piena di fogli che è arrivata sul tavolo del segretario dell’Onu, aggiungendosi agli appelli di donne e uomini di molti altri paesi. Ci piace pensare che almeno per una piccolissima parte abbiamo contribuito anche noi a far entrare quel nuovo reato nella legislazione internazionale.

L’invito piuttosto ultimativo a non abortire fatto da Giovanni Paolo II alle donne bosniache stuprate, che veniva dopo altri pesanti interventi di vari prelati contro le donne, è all’origine di un’iniziativa che in Italia ha fatto molto parlare. Abbiamo chiesto alle italiane di non versare l’8 per mille alla chiesa cattolica, in segno di protesta contro quella che ci è sembrata una inaccettabile mancanza di umanità. L’Osservatore Romano ci ha attaccate duramente.

In anni successivi abbiamo protestato contro l’allora presidente della Camera dei Deputati Irene Pivetti, la quale aveva dichiarato che Mussolini era stato l’unico statista a fare qualcosa di buono per le donne. Parole che ci erano sembrate un vero e proprio schiaffo alle donne vissute sotto il regime e troppo poco raccontate dai libri di storia. E’ nata così l’idea di ricostruire le prevaricazioni del fascismo verso il mondo femminile e la sua politica concentrata a ridimensionarne la libertà e l’autorevolezza in un libro collettivo, “Piccole italiane” (Diabasi, 1994). Un libro che voleva essere anche un manuale per le più giovani e dove abbiamo messo in parallelo alla storia delle donne la cronologia del ventennio, mostrando anno dopo anno come le italiane erano state sempre più risospinte verso i ruoli di spose e madri, anzi di “fattrici”, escluse dal lavoro e ridotte a cittadine di seconda serie.
Un’altra azione di cui andiamo fiere è stata, a metà degli anni ’90, la denuncia della situazione delle donne afgane nel periodo dei Talebani, della loro totale esclusione da ogni diritto e da ogni forma di vita sociale, simboleggiata dalla prigione ambulante del burqa. Una vergogna di cui poco si parlava in Italia e che i media e il mondo politico che conta (con l’eccezione di Emma Bonino) avrebbero scoperto solo molto più tardi.

Non meno tempestiva è stata la nostra iniziativa sulla prostituzione. Riflettendo e discutendo sul terremoto che l’arrivo delle donne dell’Est Europeo e del Terzo mondo provocava nel campo della prostituzione, abbiamo pensato di rivolgerci a quei protagonisti quasi sempre in ombra che sono i clienti. La nuova tratta di donne spesso ridotte in stato di quasi schiavitù infatti dava un segno del tutto diverso alla compravendita del corpo femminile, che un movimento organizzato di lucciole italiane aveva cercato di sindacalizzare. In una Lettera aperta al cliente, scritta da Dacia Maraini e firmata da tutto il gruppo, abbiamo invitato i fruitori del mercato del sesso a riflettere su quali complicità comporta, nelle nuove condizioni, fermarsi a caricare in auto una ragazza che non è libera di decidere di se stessa. La lettera è stata pubblicata dall’”Espresso”, aprendo un’accesa discussione nello spazio on line del settimanale , andata avanti per buona parte del 1999, con centinaia di interventi di grande interesse, anche per la polemica fra punti di vista maschili e femminili che si è aperta.

Ma intanto, nelle nostre riunioni serali, sentivamo l’esigenza di approfondire anche altri temi. L’avvicinarsi della fine del secolo suggeriva bilanci che ci sembravano poco aderenti alla realtà. Ci aveva infastidito la troppa enfasi con cui si parlava del ‘900 come del“secolo delle donne”. Così è nata in noi la voglia di opporci a questo ottimismo consolatorio e allo stesso tempo di illuminare tanti aspetti poco noti della storia delle italiane. Lo strumento, ci era chiaro, doveva essere un libro sul ‘900, da rileggere in chiave femminile. Era una sfida notevole, anche perché avevamo scartato quasi subito l’idea ben più tradizionale di articolare la materia in vari saggi, da dividerci fra noi. Quel che ci interessava era un lavoro rigorosamente collettivo, come era stato “Piccole italiane”. Ed è appunto partendo da quel nucleo che abbiamo cominciato il nostro viaggio nel secolo che stava per finire, adottando la stessa scansione cronologica e individuando anno dopo anno le idee, gli avvenimenti , i personaggi femminili famosi e quelli dimenticati. “Il Novecento delle italiane” (Editori Riuniti) è stato un lungo e duro lavoro che ha messo a rischio l’esistenza stessa del nostro gruppo, più abituato alle campagne di denuncia che alla ricerca certosina . Siamo riuscite a venirne fuori dando, crediamo, un panorama abbastanza complessivo ed equilibrato dell’ultimo secolo. E nelle pieghe di quella storia ci sembra di aver individuato anche le radici e le specificità di molte arretratezze dell’Italia di oggi.
Anche dopo la sua pubblicazione “Il Novecento delle italiane” è rimasto per parecchio al centro del nostro impegno. Varie presentazioni in scuole e librerie, in festival e iniziative culturali come il Salone del libro di Torino, ci hanno portate a confrontarci con studiose e con semplici lettrici. Il libro, che è usato anche oggi come testo di lettura in vari corsi universitari, è stato ristampato più volte e ha avuto nel 2004 una nuova edizione.

Inizia nel 2003 la nostra collaborazione con la Casa internazionale delle donne di Roma, che è diventata per noi quasi una seconda casa e dove abbiamo festeggiato i nostri primi 10 anni. Alla Casa delle donne si è svolto un ciclo di incontri organizzati a turno da una o più socie di Controparola. Ha cominciato in autunno Chiara Valentini, discutendo con alcune parlamentari di un tema che sarebbe stato presto al centro dell’attenzione, la fecondazione assistita. Poi Dacia Maraini e Mariarosa Cutrufelli hanno parlato di prostituzione, Paola Gaglianone e ancora Dacia Maraini dei problemi caldissimi della scuola, Elena Doni, Giuliana Sgrena e Nadia Pizzuti di Shirin Ebadi e delle altre donne coraggiose che nei paesi islamici lottano per i diritti femminili.

Nei primi mesi del 2004 abbiamo polemizzato pubblicamente con le curatrici di “Italiane”, tre volumi di ritratti di italiane significative voluto dal ministero delle Pari Opportunità e quindi pagato con i soldi dei contribuenti. Ci ha irritate in particolare, in quei volumi “pubblici”, il ritratto malevolo e offensivo dedicato a Tina Anselmi, ispirato a un’ostilità preconcetta e a una smania revisionista del nostro passato recente. A Tina Anselmi abbiamo indirizzato una lettera aperta di solidarietà, ripresa dalla stampa.

Nel clima neoclericale e misogino che andava crescendo, abbiamo preso posizione contro la candidatura di Rocco Buttiglione a commissario europeo per le libertà civili, dopo le sue incredibili dichiarazioni sugli omosessuali e sulle donne (La famiglia esiste per permettere alle donne di fare figli e di essere protette dal marito…), inviando una lettera al presidente e ai settecento parlamentari europei, ripresa anche dalla stampa internazionale.

Il 2005 è il nostro anno più caldo. Il 4 febbraio una di noi, Giuliana Sgrena, viene rapita in Iraq. Come buona parte dell’Italia viviamo per un mese con il fiato sospeso, piene di angoscia per la sorte di una compagna riservata e coraggiosissima, di cui conoscevamo anche le piccole fragilità. E che pagava un prezzo così alto al suo impegno di giornalista in prima linea per i diritti umani e per la difesa dei deboli. Le quattro interminabili settimane della prigionia di Giuliana sono state scandite dagli appelli, dalla manifestazione a Roma dove abbiamo portato grandi cartelli con la scritta “Giuliana libera”, da un documentario girato su quel pomeriggio indimenticabile da Loredana Rotondo "Una di noi" (Produzione L'Altravista - www.laltravista.com). Il finale non proprio lieto, con il ferimento di Giuliana e la morte drammatica di Nicola Calipari, ci ha convinte, se ancora ce n’era bisogno, dei rischi crescenti di un mondo sempre più lacerato dalle guerre e dai terrorismi.

E poi c’è stata la campagna per il referendum sulla fecondazione assistita. L’abbiamo considerata una battaglia di civiltà, doverosa per un gruppo che ha la sua ragion d’essere nella difesa della libertà femminile. Ci è sembrato che su quel referendum si giocasse molto del nostro futuro e non ci siamo risparmiate, fra manifestazioni e iniziative varie. Abbiamo raccolto centinaia di firme per il documento “Una rete per il si”, dove invitavamo le donne a far campagna elettorale nei loro luoghi di lavoro e nella loro rete di relazioni, per fronteggiare dal basso la valanga dell’offensiva cattolica. Abbiamo partecipato allo sciopero della fame a staffetta promosso da Radio Radicale, ci siamo tenute in rete con altri gruppi femminili. La bocciatura del referendum, come era facile prevedere, ha aperto una fase di attacco alle donne, ai loro diritti e persino alla loro dignità che è in pieno svolgimento. Ma ha provocato anche una reazione pubblica da parte femminile, con un nuovo movimento ancora allo stato nascente, dove per la prima volta sono protagoniste anche le ragazze e le donne delle ultime generazioni. Su queste novità, come è ovvio, è concentrata la nostra riflessione: anche per individuare i modi con cui un gruppo come il nostro può mettersi in rapporto a qualcosa di così complesso e ancora fluido.

Sul piano più strettamente politico ci siamo rivolte con una lettera aperta a Romano Prodi. Al candidato leader del centro sinistra per le cruciali elezioni politiche dell’aprile 2006 abbiamo chiesto un impegno sui temi femminili, dal riequilibrio della rappresentanza fino alla difesa della 194. Ricordandogli che è anche dalla partecipazione delle donne che si misura il tasso di democrazia di un paese.

Clicca qui per stampare questa scheda

 
   
per informazioni: controparola@gmail.com