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| 8 marzo e dintorni | |||||||
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Siamo uomini o compagni?
Uomini e dunque “non siamo né puritani né frati. Ciò però non deve
significare che nelle sezioni di partito ci si debba comportare nei
confronti delle compagne in modo non corretto, le si debba esporre a scherzi
a doppio senso che le umiliano e le offendono”. No, certo, non devono
mortificare gli appetiti maschili, i militanti che operano sotto l’egida del
Pci. Però il troppo… ed è proprio il Migliore a farsi paladino delle signore
bersagliate da frizzi, lazzi e battute audaci. Per quella togliattiana,
provvidenziale, rampogna rammenta di aver provato un moto di affetto e di
riconoscenza Marisa Rodano che, dopo esser stata liberata dal carcere delle
Mantellate, aveva dato vita nel settembre 1944 all’Unione donne italiane. La
grande ‘madre’ dell’Udi, l’organizzazione che, dal dopoguerra in poi, ha
animato un quadro di Pellizza da Volpedo tutto al femminile, ha riversato
fiumi di donne nelle strade, tagliato impensabili traguardi e superato tante
mete, di recente ha recuperato appunti e ricordi e ha ripercorso l’avventura
di quella gloriosa costola del Pci in “Memorie di una che c’era”, arrivando
fino ai nostri giorni. Ma proprio ora, in prossimità dell’otto marzo, l’ex
senatrice, prima donna vicepresidente della Camera dei deputati, non è la
sola firma di saggista e di scrittrice che tira i fili non solo del passato
ma anche del presente. Non sono poche infatti le autrici che si pongono
tutte una medesima, ritornante domanda: di quelle generose contese
dell’altro secolo, cosa è rimasto? Non più leonesse o magari antilopi e
gazzelle in corsa, veloci e protese alla conquista di diritti e lavoro, cosa
siamo diventate? Gattine-merce di scambio, siliconati batuffoli rosa (veline
al potere in Parlamento o a Palazzo Chigi, donne-tangenti o cambiali da
scontare per appalti, opere pubbliche e varie)? O solo e semplicemente
gamberi in tempi come questi di crisi e di declino dell’occupazione e
dell’immagine femminile? Ieri o l’altro ieri erano infatti straordinari i
vessilli targati Udi e agitati da Teresa Mattei, Lina Merlin, Rita
Montagnana, Teresa Noce: sovrastavano le marce per calmierare i prezzi o per
assicurare, ci sembra incredibile, un uovo a testa ai bambini; volteggiavano
sui battaglioni di massaie con i grembiulini, sulle truppe fresche di
operaie e impiegate. Fino alle sfilate per l’8 marzo che, in tempi di
scelbiana memoria, erano sovversive persino se accompagnate da un fiore. La
cui scelta fu controversa: dagli anemoni (troppo cari) ai garofani (già
destinati al 1° maggio) al voto unanime: mimosa! Nel 1959 nelle assemblee
dell’Unione si discuteva di divorzio e pure di aborto mentre si cominciava a
pronunciare quella parola (femminismo) che Hobsbawm definirà l’unica
rivoluzione del secolo breve ma che la filosofa Luisa Muraro connota come un
fonema “antipatico”, perché le sue conquiste non si sono mai ben radicate.
Ma adesso quel sol dell’avvenire e della lotta pugnace, brilla ancora? Si è
oscurato, sostiene Caterina Soffici nel bell’excursus “Ma le donne no”, in
cui ci spiega: “Come si vive nel paese più maschilista d’Europa”. Nel 1946
all’Assemblea Costituente su 556 eletti vi furono solo 21 deputate,
accompagnate da battute del tipo: “ma ce la faranno a essere obiettive
quando hanno i loro giorni critici?”, come racconta l’onorevole Mattei.
Sessant’anni dopo “la mentalità non è cambiata”, sostiene la saggista, e
nemmeno i numeri: le insediate sugli scranni di Montecitorio sono le meno
rappresentate d’Europa (un parlamentare maschio ogni 30 mila cittadini e una
parlamentare donna ogni 306 mila cittadine). I comuni dove governano solo
uomini sono 1.580 e 23 province su 109 sono monosex. Rispetto agli anni in
cui si aggregavano le sorelle-gazzelle nei cortei dell’Udi, è tramontato lo
spirito battagliero? Ne è convinta Tiziana Maiolo, ex giornalista del
“Manifesto” convertita al centrodestra, in “Donne che odiano le donne”. La
solidarietà era comunque un miraggio, avverte. Sorelle-coltelli era la
realtà: i rapporti in rosa, dalle stanze del quotidiano di via Tomacelli
fino alla sua stessa esperienza di assessore nella giunta milanese di
Letizia Moratti, non hanno mai avuto colori tenui. Tutto un passato fitto di
successi è dunque perduto? Macché. Bisogna “Pensare l’impossibile”, esorta
la combattiva Anaïs Ginori. Certo, i luoghi di ritrovo politico, come la
romana Piazza Farnese, latitano. Ma sono in movimento colonne di formiche,
le “donne che non si arrendono”, come recita il sottotitolo della ricerca:
assessori, consiglieri provinciali, comunali, avvocati, insegnanti si
dedicano a quotidiane rivendicazioni, opponendosi, per esempio, a pubblicità
che in Spagna, Francia o Inghilterra farebbero rabbrividire (ad esempio
quelle dell’azienda Ttt Lines, che collega Napoli a Catania, dove tra belle
ragazze in short e minigonna campeggia la scritta ‘Abbiamo le poppe più
famose d’Italia”, ma anche quelle di Tinto Brass in campagna elettorale con
lo slogan “il sedere è potere”, illustrate a dovere). Pure il mondo del
lavoro e dell’economia è ricco di fermenti al femminile, ci avvertono
d’oltreoceano Claire Shipman e Katty Kay, due noti volti del giornalismo
americano - di “Good Morning America” e di “Bbc News”. In “Womenomics” le
autrici sostengono che il gentil sesso sfodera le unghie e i denti proprio
nei momenti più difficili, di crisi, ricercato e stimato dalle aziende
perché più duttile, competente e connotato da stile manageriale poliedrico.
“Non avete idea di quanto siete essenziali”, scrivono, riportando le voci
che vengono dalle imprese. Insomma siamo entrati nell’anno della Tigre. O
chissà, forse, delle Tigri. |
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| per informazioni: controparola@freemail.it | |||||||