Di corsa in cabina!  


di Chiara Valentini

A un anno esatto dalla guerra dell'embrione siamo chiamati un'altra volta alle urne per un referendum se possibile ancora più complicato e difficile da comunicare, ma che potrebbe avere esiti disastrosi sulle nostre vite: come vari volonterosi stavano cercando di spiegare prima che tutti quanti fossimo sopraffatti dall'ondata irresistibile delle intercettazioni principesco-televisive.

Mi rendo conto che, di fronte al reality show di questi giorno, con re mancati che rotolano giù non dal trono ma dal letto a castello di una prigione, con il vecchio tormentone del "se me la dai lavori alla Rai" che assume nomi, facce e linguaggi che neanche Aldo Busi oserebbe proporre nel più eccessivo dei suoi romanzi, di fronte a tutto questo, dicevo, per il nostro referendum sembrerebbe non esserci partita.

Eppure dobbiamo sforzarci di trovare qualche spazio nel nostro immaginario bombardato e preso al laccio da questi flash su un'Italia che molti credevano archiviata da un pezzo per riflettere su quel che incombe sulle nostre teste. Insomma, su che cosa vorrebbe dire se dalle urne del 25 giugno dovesse uscire confermata una riforma costituzionale partorita in una baita di montagna (ve li ricordate i famosi "saggi di Lorenzago"?), un pasticcio indigeribile che quasi tutti i giuristi, gli ex capi di Stato, i costituzionalisti quasi al completo giudicano "un disastro che aspetta solo di verificarsi".

In realtà, quasi per paradosso, c'è qualcosa che lega la voglia di destrutturare e distruggere una Costituzione sia pure un po' vecchiotta ma che ancora riesce a garantire le regole di una civile convivenza e il disprezzo di qualunque regola, di qualunque etica che esce dalle intercettazioni di questi giorni. Dove domina la certezza che tutto si può ottenere con la corruzione, dalle licenze per i casinò alla "carne fresca" delle aspiranti veline. Dove i peggiori stereotipi rimbalzano da un capo all'altro di autorevoli telefoni, dove le persone in carne ed ossa si fanno sempre più piccole, ridotte a microscopici puntini di fronte a "quelli che contano" e intrallazzano e non vogliono essere disturbati nei loro traffici.

Non è poi così difficile immaginare cosa significherebbe, in un paese che fatica a ritrovare se stesso,piombare in un sistema dove il capo del governo, che non è detto sia per forza un modello di equilibrio e di saggezza, in sostanza non è più sottoposto al controllo del Parlamento, che a sua volta può essere mandato a casa se se dà fastidio. Non credo di usare parole troppo grosse, ma vorrebbe dire ridurre la politica al rapporto fra il Capo e il popolo, con tutto quello che evoca in Italia un modello simile: che infatti, in questa forma, non esiste in nessun'altra democrazia.E poi come potremo cavarcela con la confusione e il conflitto permanente fra Camera e Senato, malamente ridisegnati da questi spericolati soloni? Che ne sarebbe della consapevolezza, ancora in via d'acquisizione, del fatto che una democrazia che non coinvolge le donne non è una vera democrazia? E che dire dello spezzatino della scuola, della salute e dell'assistenza fra le varie regioni? Molti hanno osservato che avremo inevitabilmente una scuola, una sanità, un'assistenza di serie B per le regioni meno ricche, insomma da Roma in giù. Faccio notare che vorrebbe dire anche una valanga di lavoro di cura in più, per i doposcuola sempre più rari, per gli anziani e i malati da assistere. E chi se non le donne dovranno sobbarcarsi questi compiti?

Non vi sembra che ce ne sia abbastanza per correre domenica prossima in una cabina elettorale a votare no?
da Rosa blog - l'Espresso online

 
   
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