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Comunicazione di Carla
Ravaioli al convegno organizzato dall'Associazione ROSSO-VERDE sul tema
"Votare NO"
di
Carla Ravaioli
Finalmente il dibattito sul prossimo
referendum si sta animando. Personaggi di rilievo levano la loro voce contro
lo scempio costituzionale, ultimo retaggio dal governo Berlusconi. E che Dio
ce la mandi buona.
A quanto è stato detto finora in proposito vorrei aggiungere qualche parola
su un aspetto particolare della materia, che non mi pare sia stato trattato.
Aspetto particolare ma non secondario, in quanto riguarda le donne, che –
come noto, anche se raramente considerato – non costituiscono un gruppo
minoritairo, ma sono più della metà del popolo italiano,:qualcosa cioè di
cui tener conto anche solo per .brutale calcolo elettorale.
Ora le italiane, nella loro specificità di genere, sono forse coloro che,
grazie alla Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo, hanno compiuto
il più vistoso passo avanti nella loro condizione civile e sociale. Non mi
riferisco solo al diritto, finalmente loro riconosciuto, di votare e di
essere votate, conquista di per sé basilare. Penso all’impianto complessivo
della nostra Carta Costituzionale, fondata sul reciso rigetto di
disuguaglianze e discriminazioni di ogni tipo. Ciò che è stato garanzia,
anzi presupposto indispensabile, di tutte le conquiste via via conseguite
dalle donne in questi sessanta anni di vita della Repubblica italiana.
Penso alla cancellazione di norme giuridiche che con tutta chiarezza
sancivano disparità civile e penale tra uomo e donna (basti ricordare il
“delitto d’onore”). Penso al varo di un nuovo Codice di famiglia,
enormemente più aperto e moderno rispetto alla normativa precedente. E alla
legge di parità nel lavoro, al diritto di accedere a tutte le professioni,
alla conquista del divorzio, alla possibilità di interrompere la gravidanza,
alla legge sulla violenza sessuale, e a tutta una serie di provvedimenti
anche minori, intesi a eliminare, a ridurre, a erodere via via quella
disparità di diritti e di condizione che lungo tutta la storia ha
caratterizzato il rapporto tra i sessi.
Certo, gran parte di queste novità legislative non erano formalmente
previste dalla Costituzione del ’46. Molte sono frutto della stessa
evoluzione sociale, con l’aumento della scolarità per tutti, la maggiore
mobilità orizzontale e verticale, il veloce complessivo mutamento del
costume: tutte cose che hanno inciso fortemente sulla realtà delle donne,
hanno contribuito a risvegliarne le coscienze e animarne la protesta, fino
alla loro partecipazione di massa alla rivoluzione femminista. E però tutto
questo trovava legittimazione e supporto nei diritti esplicitamente
riconosciuti alle italiane, come agli italiani, dalla Carta costituzionale.
Che a questo modo consentiva alle donne di realizzarsi nella pienezza della
loro responsabilità personale e sociale. O quanto meno consentiva loro di
pretenderlo, di combattere per ottenerlo. Ciò che prima, e non solo durante
il fascismo, era inconcepibile.
Ora (dicono i fautori del SI’) tutto questo attiene alla prima parte della
Carta costituzionale, quella che la riforma non modifica. Ma questo è vero
solo tecnicamente. In realtà le due parti sono strettamente connesse. Anzi è
previsto che la seconda debba essere la coerente attuazione della prima.
Intervenire pesantemente sulla seconda (come nella riforma in questione)
significa indebolire o addirittura rimettere in causa i principi base
dell’intero documento.
E ciò è tanto più facile nei confronti di una materia, come la parità civile
e sociale tra i sessi, in realtà ancora lontana da una piena attuazione. Una
materia su cui pesa tutta la storia umana, sempre e dovunque – seppure in
misure e in modi diversi – caratterizzata dalla subalternità femminile; e
contro la quale è sempre pronta a risvegliarsi, dalle viscere del corpo
sociale, l’antica misoginia.
Nella fattispecie, alcune norme previste dalla riforma berlusconiana, come
l’affidamento alle regioni di materie importantissime, tra cui istruzione e
sanità, creerebbero (come è stato ampiamente illustrato dai più qualificati
costituzionalisti) pesanti disuguaglianze, fatalmente destinate a ricadere
sulle spalle delle donne.
Dicevo prima come la parità tra uomo e donna affermata dalla Costituzione
sia ancora lontana da una piena realizzazione. E indubbiamente la divisione
del lavoro tra i sessi rappresenta tuttora, nonostante gli innegabili
progressi, uno dei momenti di più grave sperequazione. Casa, famiglia,
figli, lavoro di cura, impegno riproduttivo nelle sue molteplici forme,
ancora sono dati dal senso comune come “naturale” compito della donna: anche
quando è regolarmente inserita nel mercato del lavoro, e magari titolare di
un’attività meglio retribuita di quella del marito.
La cosa non sta più scritta nelle leggi, ma sì nella tradizione, nella
cultura, nella consuetudine, nelle rigidità mentali che governano tanta
parte dell’agire maschile, e talvolta anche femminile. Ora, nel caso di una
riduzione degli orari scolastici, o di tagli alle prestazioni sanitarie
(eventi tutt’altro che improbabili, specie nelle regioni più povere, se la
riforma dovesse avere corso) è facile immaginare a chi toccherebbe sopperire
a queste mancanze. Senza dubbio alcuno, alle donne. E potrebbe essere una
grave battuta d’arresto nel loro cammino verso la libertà. Altro che
svecchiamento, modernizzazione, progresso, dalle destre vantati come
obiettivi primari e dati come risultati sicuri della loro riforma.
Le donne hanno insomma una ragione in più, e non da poco, per andare alle
urne e votare NO. Una ragione che le riguarda direttamente. E questo, poiché
le donne sono “più della metà”, può fare la differenza. Per tutti. |
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