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di Giuliana Sgrena
Media e polemiche La
violenza sessuale non ha il colore della pelle dello stupratore, a meno che
non serva, in guerra, a realizzare una pulizia etnica. Non basta condannare
lo sgozzamento di Hina, dobbiamo impegnarci perché non si ripeta e per
garantire a tutte le donne che vivono in Italia i nostri stessi diritti, che
sono universali. Che fare? Innanzitutto evitare il loro isolamento.
Perché proprio nel momento in cui tutta la stampa è impegnata nella condanna
- che condivido assolutamente - dell'uso di termini storici come nazismo per
definire i crimini commessi da Israele in Libano e Palestina, nessuno si
sconvolge se si definisce uno stupro - orrendo come tutti gli stupri -
«etnico» solo perché il colpevole (ha parzialmente ammesso) è un algerino?
In Italia non è in corso una guerra etnica. A meno che si voglia avallare in
modo subdolo e strisciante attraverso lo «stupro etnico» lo scontro di
civiltà. Se così non è, in Italia uno stupro è una violenza terribile contro
una donna, comunque. Senza la necessità di sollevare, come aggravante, tabù
reazionari del passato quale la verginità, come fa Francesco Merlo su la
Repubblica (24 agosto 2006), che dimostrano più morbosità che orrore.
Lo stupro «etnico» non è solo un reato contro la persona, come viene
definito lo stupro dal nostro codice penale. E va oltre l'affermazione del
dominio totale dell'uomo «forte» sulla donna «debole». Usato in molti
conflitti come «arma di guerra» per umiliare il nemico, la definizione
«etnica» interviene nel momento in cui lo stupro assume una valenza
ideologica a supporto della «pulizia etnica». Questo uso viene inserito in
una strategia di guerra complessiva di annientamento del nemico anche
tramite la contaminazione etnica, visto che si ritiene che a determinare
l'appartenenza etnica del figlio sia il padre. In questo caso, se la guerra
è la continuazione della politica con altri mezzi, la violenza sessuale, lo
stupro etnico, diventa un mezzo per continuare la guerra.
Si è cominciato a parlare diffusamente di «stupro etnico» con la guerra
nella ex-Jugoslavia,e in particolare in Bosnia, ma non è certamente,
purtroppo, questo l'unico caso. Il tribunale per i crimini commessi in
Ruanda e in Burundi, per la prima volta, ha definito lo stupro etnico
crimine contro l'umanità, quale atto di genocidio quando le donne vengono
stuprate perché appartenenti a gruppi etnici presi di mira.
Questo per dire che i termini, le definizioni hanno un significato ben
preciso e se si deve evitare di usare il termine nazismo per Israele e
fascisti per gli Hezbollah libanesi (come ha fatto Bush), se si vuole
veramente imparare dagli errori e gli orrori del passato, occorre coltivare
la memoria collettiva tenendone presente il contesto storico.
Quindi gli autori degli stupri (italiani o meno) e dello sgozzamento di Hina
(pachistani) dovranno essere giudicati secondo la legge italiana (dove per
fortuna è stata eliminata l'attenuante per il delitto d'onore) perché vivono
nel nostro paese e se avessero un trattamento diverso dai cittadini italiani
questo sì sarebbe razzismo.
Sul piano dell'analisi non basta denunciare la matrice patriarcale del
delitto. Quante Hina ci sono in Italia che non vogliono o non vorrebbero
dover sottostare a un matrimonio combinato nel paese d'origine e non osano
ribellarsi? O forse si sono anche ribellate ma non l'abbiamo saputo perché
fortunatamente non sono state uccise dal padre, ma magari ogni giorno
subiscono pressioni della famiglia.
Cosa possiamo fare per queste donne che vivono in Italia e rivendicano
semplicemente i nostri stessi diritti, che sono diritti universali? Potremmo
per esempio cominciare, come è già stato fatto in Francia, con il costituire
una associazione contro il matrimonio forzato per fornire strumenti e
sostegno (anche legale) a quelle giovani immigrate che si vogliono sottrarre
a questo giogo patriarcale.
da Il Manifesto, 26 agosto 2006 |
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