Pacs all'italiana  



di Chiara Valentini

In tutta Italia sono circa una cinquantina, anche se il numero esatto
non lo sa neanche l’Arcigay, il più attento a monitorare città e
paesi che scelgono la “via comunale ai Pacs”. Il fatto è che
l’apertura dei registri dove le coppie di fatto, non importa se etero o omosessuali, dichiarano la loro convivenza, oggi sta conoscendo una nuova stagione di successo.
All’inizio portare i conviventi negli uffici dei loro Comuni era
stato poco più che un pretesto per cominciare a parlare anche in Italia di unioni civili, per aprire la strada al riconoscimento delle variegate coppie di fatto in crescita costante a partire dagli anni ’90. Ma non molti avevano pensato che questi registri, messi in funzione più che altro per sottolineare simbolicamente il valore delle convivenze, potessero diventare per davvero uno strumento operativo. Entrati in un cono d’ombra via via che prendevano corpo le varie proposte di legge sui Pacs, sono tornati d’attualità in seguito
alla nuova situazione politica.
Pochi oggi sarebbero disposti a scommettere sul fatto che la
variegata coalizione di Romano Prodi abbia l’energia e i numeri per infilarsi subito nella grana delle convivenze etero e omosessuali.
Per trasformare in legge le sette righe del programma dell’Unione dove, sia pur rinunciando al nome di Pacs sgraditissimo alla Chiesa, si promette di garantire i diritti e i doveri dei conviventi, si dovranno infatti vincere le resistenze di una parte della Margherita e dell’Udeur di Clemente Mastella, che preferirebbero sorvolare sulla spinosa questione. Si dovranno fare i conti con l’inossidabile professoressa Binetti e il suo comitato trasversale degli integralisti dei due Poli, che minaccia le barricate appena si profila un riconoscimento pubblico delle unioni di fatto. E se è vero che Barbara Pollastrini e Rosy Bindi, le due ministre che hanno la delega
in materia, hanno promesso che il programma dell’Unione sarà attuato, i tempi rischiano di essere lunghi.«In questo clima abbiamo deciso di ripartire dal basso, dall’Italia dei campanili, di tornare a parlare di questi sacrosanti diritti civili nei consigli comunali e nelle piazze, per arrivare al confronto in Parlamento con un solido consenso alle spalle», sostiene il leader di Arcigay Franco Grillini, che da sempre appare come il capofila dei Pacs all’italiana. E così, nella delicata partita a scacchi che a Roma sta appena cominciando, ecco tornare in prima linea la via comunale ai Pacs. Intanto a Pisa, la città italiana che nel giugno di dieci anni fa aveva inaugurato il
primo registro, il sindaco Paolo Fontanelli ha chiamato a confronto il primo luglio assessori e giuristi, politici e studiosi, per raccontare le loro esperienze e per rilanciare una strategia comune.
Un primo dato di fatto è che, al contrario di quel che molti credono, in questi anni i protagonisti dei “Pacs comunali”sono stati soprattutto eterosessuali. Nella stessa Pisa, su una quarantina di coppie quelle gay sono meno di dieci, ma ci sono altre cittadine dove non se n’è registrata nessuna. Eppure, a parlare con i protagonisti di questa piccola rivoluzione dei costumi, si ha la sensazione che i registri siano stati considerati spesso strumenti subdoli per introdurre i matrimoni gay. Clamoroso per esempio il caso di Pistoia,
dove l’anno scorso il vescovo monsignor Simone Scatizzi, dopo che il consiglio comunale aveva votato per l’istituzione del registro, aveva mandato una lettera di fuoco a tutti i consiglieri uomini, accusandoli di voler rovinare la morale cittadina e di abdicare alla loro funzione di maschi. A Bagheria, una delle pochissime località del Sud dove si è aperto un registro, lo stigma sociale è così forte che finora una sola coppia, due ragazze che convivevano da diversi anni, ha avuto il coraggio di presentarsi in Comune. A volte invece è
stata la stessa burocrazia a mettere i bastoni fra le ruote. A Trezzo sull’Adda, nel cuore della Lombardia di Roberto Formigoni, il sindaco diessino Roberto Milanesi ha dovuto lottare a lungo con gli uffici comunali, che non volevano saperne del registro. E ce l’ha fatta solo dopo essere diventato sindaco per la seconda volta con una valanga di voti. Nella Roma veltroniana, dove il problema delle convivenze è
circondato da un pudico silenzio, qualche mese fa si è trovato al centro di attacchi Sandro Medici, presidente rifondarolo del
Municipio X. Colpevole non solo di aver aperto il registro, ma anche di averlo dotato di una serie di «piccoli diritti»per le coppie che si iscrivono, riservati generalmente ai coniugi regolari: dall’assegno per i più poveri al punteggio più favorevole per mettere i bambini al nido, al sostegno per i disabili. Quello del Municipio X non è certo un caso isolato. Poco a poco vari Comuni sono riusciti a trasformare le iscrizioni da gesti puramente simbolici a fonti di qualche limitato diritto, dai punteggi privilegiati per gli alloggi
comunali ai crediti agevolati in banca fino alla possibilità di
prendere decisioni d’emergenza per il convivente ricoverato in gravi condizioni.
«Con i Pacs che sembrano sempre più lontani il problema principale resta però quello di riconoscere a un fenomeno in espansione come le convivenze una vera dignità sociale», sostiene Agostino Fragai, l’assessore regionale toscano all’Attuazione dello Statuto. Proprio lo Statuto di questa regione, dopo aver ribadito il ruolo centrale del matrimonio, ha dichiarato in un articolo successivo di riconoscere anche «le altre forme di convivenza». L’articolo era stato impugnato, ma poi ha ottenuto il via libera dalla Corte costituzionale. E mentre il Piemonte votava un decreto legge dichiarando di voler tutelare «la piena dignità delle unioni civili» e la Puglia di Nichi Vendola estendeva vari servizi sociali alle coppie di fatto, il Lazio di Piero Marrazzo stanziava per loro un milione e mezzo di euro.
Sono iniziative che in qualche modo rispecchiano l’accettazione
sociale crescente delle coppie di fatto. Misurando in una recente
ricerca l’atteggiamento verso le convivenze etero, l’Istat ha
scoperto che il 58,7 per cento degli italiani le considera
tranquillamente «una delle possibilità della vita di coppia», pur non giudicando superato il matrimonio. Le convivenze d’altra parte sono in crescita e riguardavano, nel 2005, un milione e 220 mila persone, esclusi i gay su cui non esistono cifre ufficiali.
Secondo la studiosa dell’Istat Linda Laura Sabbadini è il modello stesso di convivenza che sta cambiando. Se fino a qualche anno fa, specie fra i più giovani, la coppia di fatto era più che altro una fase di passaggio per arrivare al matrimonio oggi questo esito è tutt’altro che scontato. «Sposarmi in Chiesa o in municipio, con tutti i crismi della legalità, per me sarebbe stata una tragedia», racconta Rosa Gini, una ricercatrice universitaria che si è iscritta al registro di Pisa. Come tante altre giovani coppie Rosa e il suo compagno non si riconoscono «nella struttura rigida del matrimonio, che proprio per questo può spezzarsi più facilmente». «Credo a un
rapporto che valorizza la spontaneità degli affetti. Ma voglio anche che lo Stato mi dia qualche garanzia sui miei diritti», aggiunge Roberta, una ragazza romana. Solo due voci fra le tante. Ma possono dare un’idea del fatto che nell’Italia dei prossimi anni il palliativo dei Pacs comunali non sarà certo sufficiente a rispondere a richieste e desideri che fanno parte della nostra modernità.
Da L'Espresso, 6 lug. 2006

 
   
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