Dall’Italia velinara al pantheon in rosa:
ci divide un abisso

 

A Stoccolma nel 2009 si certifica una rivoluzione avvenuta
Ma da noi così il berlusconismo presenta l’universo femminile

di Maria Serena Palieri




Con Herta Müller sono quattro ledonne che l’Accademia di Svezia incorona quest’anno con quello che, a torto o a ragione, è considerato il massimo riconoscimento scientifico-culturale planetario. E allora è utile ricordare un passaggio d’una conferenza che nel 1966 Simone de Beauvoir tenne nel corso d’un suo viaggio in Giappone. Beauvoir si chiedeva: «Se da vent’anni in Francia le donne hanno pari diritti, perché i grandi nomi sono sempre maschili?». La domanda nasceva dalla sua ripulsa verso ciò che, nelle donne, vedeva ancora come debole, osubalterno, e dal suo (sì, aristocratico) odio in genere per la mediocrità. Però con ragionevolezza si - e ci - rispondeva: è un fatto statistico, più grande è un gruppo, più i suoi membri hanno la possibilità di distinguersi. Di donne, nelle professioni, nel 1966 ancora ce n’erano poche... Se diamo fede al teorema Beauvoir e lo applichiamo a quello che nel 2009 succede a Stoccolma, ne deduciamo che questa successione di donne da Nobel - per medicina, chimica, letteratura, ma oggi tocca ancora alla pace e domani all’economia - certifica non solo l’eccellenza e la genialità di ciascuna di esse. Ma anche il fatto che «sotto» di loro c’è una piramide: quella delle altre che nel pianeta in questi campi hanno conquistato posti, spazi qualificati, prestigio. Sul piano tutto nostro è una prova dirompente della falsa coscienza con cui l’Italia di questi anni, berlusconiana, rappresenta il genere femminile: da noi l’icona femminile sono la escort o altre declinazioni di un primitivo e perverso rapporto sesso-potere, nel mondo le donne vincono i Nobel. Una Nobel, d’altronde, l’abbiamo anche noi. E anche in Italia ci sono coorti di donne competenti che formano quella piramide. Mentre non ci sono più purtroppo decine di ricercatrici costrette a espatriare e di cui, da qui, leggiamo meriti e scoperte. Mala notizia di oggi è, nello specifico, un Nobel letterario. Ora, nel 2007 l’alloro a Doris Lessing suscitò un revanscismo maschile da lasciare sbalordite: il Nobel andava a una scrittrice decotta, il cui merito era aver abiurato le ideologie cui aveva prestato fede, comunismo e femminismo. In questo caso, a essere oneste, le sciocchezze le dissero in parecchi nel pianeta, da noi con la stizza in più suggerita dal «revisionismo ». Dopodiché Doris Lessing, niente affatto decotta, visto che alla vigilia del riconoscimento aveva pubblicato un romanzo con la forza di un detonatore, Il sogno più dolce, ha continuato a produrre e pubblicare. Nonché, con accresciuta autorevolezza, a dire la sua sul mondo in cui abita da novant’anni, con il radicalismo e pragmatismo per cui noi sue lettrici l’amiamo. È possibile, anzi è certo, che nel caso di Herta Müller molte penne si spendano sottolineando che la «politically correctness»ammalal’Accademia: ha premiato una donna, non l’opera di una vita. Spieghiamo che alla vigilia c’era un bouquet di candidate: Alice Munro, Joyce Carol Oates, Assia Djebar. D’altronde una storia della letteratura del ‘900 credibile al primo capitolo deve mettere questo: che da quando la «stanza tutta per sé» che Virginia Woolf considerava conditio sine qua non per scrivere non è più utopia, la scrittura femminile ha dilagato. E scrittrici - quelle già dette, ma anche altre regine, Magda Szabò, Anita Desai, Toni Morrison... - ci hanno raccontato non solo quella stanza. Ma, in modo magistrale, il mondo e la condizione umana.
L'Unità, 9 ottobre 2009

 
   
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