|
Anche nel mitico paese
di Go Brutland la parità è in affanno. Ma il governo rosso verde propone le
quote al rovescio: donne nei board delle grandi aziende, assistenti maschi
negli asili nido
di
Chiara Valentini
A dar retta alle nude
cifre, oltre che alle vecchie suggestioni sul nord Europa, si direbbe che
siamo arrivati nell’Eden dell’uguaguaglianza fra i sessi. O se preferite,
come informano le statistiche dell’Unesco, nel secondo paese al mondo, dopo
la remota Islanda e prima della più conosciuta Svezia, nel garantire diritti
e opportunità pari al genere femminile altrove sempre più maltrattato. In
questo paese enorme e sottopopolato che è la Norvegia, fra fiordi
spettacolari e città finalmente a misura umana, non solo ha un’occupazione
il 78 per cento delle donne, quasi la metà della forza lavoro, ma i maschi
hanno qualche probabilità in più delle loro compagne di restare disoccupati
(3,6 per cento contro il 3,4). Sono donne, spesso in dicasteri importanti
come l’economia, nove dei diciannove ministri del gabinetto rosso verde, che
giusto un anno fa aveva mandato a casa il governo conservatore e bacchettone
del pastore luterano Kjell Bondevik. E non dovete meravigliarvi se nelle
prime ore del pomeriggio incontrate per le strade di Oslo l’aitante primo
ministro Jens Stoltenberg, che corre come una furia verso una scuola, per
aspettare all’uscita i suoi bambini. E’ un punto d’onore per l’élite
riformista mostrare con i comportamenti che occuparsi della famiglia, anche
per un uomo, è importante quanto seguire gli affari di stato.
Eppure proprio dalla Norvegia è partita un’operazione di restyling del
modello paritario nord europeo, un riesame coraggioso di meccanismi che
appaiono insufficienti e invecchiate. Perché anche qui, nel paese dove la
mitica Gro Brundtland, uno dei personaggi più influenti della
socialdemocrazia europea del ‘900, sembrava aver sconfitto almeno sulla
carta quasi tutte le discriminazioni, la realtà si è parecchio complicata.
Sedute sui marciapiedi in faccia all’università nella centralissima Karl
Johansgate, l’arteria principale di Oslo, un gruppo di ragazze biondissime
vendono libri usati e parlano del futuro. “Per niente al mondo voglio rifare
la vita di mia madre, una laurea e una specializzazione per poi lavorare
solo qualche ora al mattino, niente soddisfazioni e tante giornate sempre
uguali”, dice Cathrine, vent’anni e una figura da modella infagottata in una
tunica etnica. Beate, un paio d’anni più grande, è ancora più decisa. “Se
non riesco a fare la regista me ne vado all’estero, in Germania o in
Francia, dove almeno posso sperare in una carriera”. Non hanno tutti i
torti, mi spiega più tardi, statistiche alla mano, Beret Brate, giovane
sociologa che dirige un Centro per la ricerca di genere finanziato dal
governo. Perché se è vero che quasi tutte le norvegesi lavorano, poco meno
della metà, il 42 per cento, sono finite nel part time: ottimo per mandare
avanti la famiglia, un po’ meno per realizzare una buona vita professionale
(e infatti solo il 12 per cento degli uomini fa questa scelta). Scavando
ancor di più nelle cifre, vien fuori che anche qui sono diventati ghetti
femminili i tipici lavori di cura come maestre d’asilo e insegnanti,
infermiere e assistenti agli anziani. Ghetti dove gli stipendi sono
mediamente più bassi e dove molte ragazze, proprio come Cathrine, non
vorrebbero mai trovarsi confinate. Ma dalle ricerche incoraggiate dal
governo rosso verde si scopre che più in generale le carriere femminili,
specie negli ultimi anni, restano al palo quanto più si sale nella scala del
potere, proprio come nella nostra Europa mediterranea. Per fare solo qualche
esempio, in un sistema universitario dove le studentesse hanno superato per
numero e per risultati gli studenti, le docenti sono il 17 per cento e di
rettori donna non ce n’è neanche una. Una sola invece figura fra i direttori
dei giornali che contano, per non parlare della Tv e della dirigenza delle
grandi imprese. Insomma, se si esclude la politica, dove le donne sono
tutelate dalle quote (nel parlamento attuale sono al 38 per cento), il
mitico Nord sembra aver perso per strada i suoi primati. E allora è più
facile capire perché il premier Jens Stoltenberg, che scommette sul rilancio
del riformismo nordico nell’epoca della competizione globale, abbia messo le
donne fra le priorità del suo governo. Il compito di rilanciarle è toccato
alla leader delle donne laburiste Karita Bekkemellem, una quarantenne tutta
ricci di travolgente simpatia, che si presenta alle riunioni di governo e ai
summit internazionali in jeans al ginocchio e tacchi a spillo argentati, ma
non molla di un centimetro sulla sua idea di fondo: l’uguaglianza fra i
sessi produce una società migliore non solo per le donne ma per tutti. Da
quel fortino assediato che è il ministero delle Pari opportunità, Karita ha
sfidato l’establishment economico del suo ricchissimo paese ripescando e
rendendo operativa una legge votata con scarsa convinzione dal governo
precedente, che impone alle aziende quotate in borsa di portare al 40 per
cento la percentuale di donne nei consigli di amministrazione (ancora tre
anni fa erano al 6 per cento). Per chi non si adegua entro un certo periodo
sono previste varie punizioni, dalle multe fino allo scioglimento forzato.
Com’era facile prevedere le reazioni sono furibonde, a partire da quelle
della Nho, la Confindustria locale, che grida alla lesa libertà d’impresa.
Un noto imprenditore del softweare, Une Amundsen, ha chiesto in
un’intervista:”Ma dove cavolo le andiamo a pescare le top manager? Trovare
un consigliere d’amministrazione non è come individuare una squillo sul
web”. “Non mi aspettavo uno scandalo così grande in un paese come la
Norvegia, dove di parità si parla da più di mezzo secolo”, dice ironica
Karita. “Ma se sfondiamo nel campo dell’economia credo che si innescherà un
effetto moltiplicatore”.
Se delle quote rosa nei consigli di amministrazione ha parlato mezza Europa,
sono anche altre le novità a cui sta lavorando il governo. Per spezzare il
ghetto dei lavori al femminile si è pensato a quote alla rovescia, destinate
agli uomini. E per cominciare si prepara ad introdurre un 10 per cento di
assistenti maschi negli asili nido, ovviamente dopo che avranno frequentato
scuole di puericultura. Ma il progetto più ambizioso è quello di ridefinire
i ruoli familiari, dopo aver constatato che anche fra le mura domestiche la
rivoluzione paritaria segna il passo. Anche se nei parchi di Oslo non è raro
incontrare un giovane padre che spinge una carrozzina, il peso maggiore
della famiglia è rimasto sulle donne. Che infatti mettono al mondo meno
figli rispetto al passato, con un tasso di fertilità dell’1,8 per cento,
facendo balenare lo spettro di una Norvegia sempre più vecchia. Uno choc non
da poco per un paese che aveva fatto il massimo sforzo nei confronti della
maternità, assicurando alle donne un anno di congedo pagato per ogni figlio,
con la possibilità di un secondo anno a casa senza perdere il posto. Secondo
Karita Bekemellen nella società di oggi questo modello va rinnovato.
“Dobbiamo aiutare le donne ad essere mamme senza sacrificare la vita
professionale. Maschi e femmine devono poter raggiungere l’eguaglianza in
famiglia proprio come nel lavoro”, dice. Per affrontare questo compito non
certo facile Karita ha commissionato a vari esperti un rapporto da
presentare in Parlamento, il primo al mondo di questo genere, sulla
condizione maschile. Spazierà dai conflitti di carriera alla violenza
domestica alle frustrazioni dei maschi sorpassati a scuola. Potrebbe essere
la vera base di un modello norvegese che promette scintille.
L'Espresso, 21 sett. 2006
s |
|