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di
Maria Serena Palieri
Nel giornalismo si dice che la buona notizia
non fa notizia: non c'è gusto, insomma, a raccontare (e a leggere) che i
temporali di ieri non hanno provocato frane, in Iraq sono passate
ventiquattr'ore senza morti, nessuna autorità religiosa ha lanciato
invettive contro le altre fedi. Eccola, invece, una buona notizia che fa
notizia: che dice, cioè, qualcosa di nuovo che ci rallegra, in primis, ma,
poi, ci stimola anche a ragionare. La notizia è questa: oggi a Madrid
comincia la quarantaquattresima edizione della «Pasarela Cibeles», insegna
dei défilé spagnoli d'alta moda, e in passerella non sfileranno le top model
troppo magre.
Il 7 settembre il governo regionale di Madrid - nel suo ruolo di sponsor
dell'evento - aveva annunciato che da quest'anno un requisito in più sarebbe
stato richiesto alle mannequin: un corretto indice di massa corporea.
L'indice è quello, stabilito in base ai criteri dell'Organizzazione Mondiale
della Salute, secondo cui una donna è sana non solo se non è troppo grassa,
ma anche se il rapporto tra il suo peso e la sua statura non scende sotto il
«18». Se sei alta 1,75 (questa l'altezza media delle modelle, siano «top» o
no), il tuo peso «giusto» è dai 56 chili in su. L'annuncio si è trasformato
in una pre-selezione: scartato, già prima di cominciare, il 30-40% delle
ragazze che avevano sfilato l'anno scorso. Sabato, le restanti alla pesa:
come boxeurs le modelle hanno dovuto dimostrare d'essere in linea con la
categoria. E cinque, tutte spagnole, sono tornate a casa: per loro è
diventato off limits il palco allestito nel parco madrileno del Retiro che
ospiterà i ventisette défilés in programma.
La moda iberica, esplosa negli ultimi anni - gonne volteggianti, arcobaleni
di colori, zeppe meravigliosamente alte - per donne sempre un po' Carmen, in
apparenza al sesso femminile vuole bene. Non ci castiga in canotte da
educande. Né ci sbatte, ragazzine, ragazze, adulte, vecchie, sulla strada,
in gonne trasparenti e lacere, come appena uscite da uno stupro.
Però alcune modelle che avevano sfilato alla Pasarela Cibeles nel 2005,
intervistate alla tv spagnola, avevano confessato, nei mesi scorsi, di
contenersi d'obbligo in taglie da bambine, la 34 o la 36, a rischio
altrimenti di perdere l'ambita passerella. E, per riuscirci, cosa fai?
Digiuni. A loro, ambasciatrici della moda iberica, quell'industria, di bene,
non gliene vuole affatto.
L'obiettivo istituzionale dell'autorità regionale madrilena è la lotta
all'anoressia, il male infido che affetta legioni sempre più vaste di
teen-ager nel mondo nord-occidentale. La speranza è che, se la modella è un
filino più in carne, si metta in moto un circolo virtuoso: le ragazzine
mangino.
Ma, stando al botto di commenti, dileggi, prese di posizione che il no alle
anoressiche in passerella ha provocato, è un gesto dissestante a raggio
molto più ampio. Didier Grumbach, presidente della «Fédération française de
la couture» rigetta la decisione: «La moda non sopporta leggi» dice. Stan
Herman, suo equivalente negli Usa, parla di un «divieto discriminatorio».
Già: non sarà che proibire la passerella in base al peso equivale a ciò che
le Costituzioni del mondo democratico interdicono, discriminare cioè
cittadini e cittadine per sesso, religione, fede politica?
No. Intanto perchè da sempre le passerelle sono interdette alle altre: le
floride e le ciccione.
E poi perché questo è un ragionamento equivalente a quello di chi dice: in
tv mandiamo spazzatura perchè fa audience, perché il pubblico, cioè, la
vuole. Se in tv mandi, oltre che spazzatura, altro, ti accorgi che il
pubblico gradisce, anche l'altro fa audience.
Idem: se l'industria chiede ai suoi volti e ai suoi corpi, le modelle, di
incarnare un ideale femminile anoressico, d'essere non corpi ma stampelle su
cui l'abito cade «meglio», se gli stilisti s'accaniscono e vogliono modelle
sempre più magre, sempre più estenuate, loro, le modelle, cosa fanno?
Digiunano. E con loro s'astengono dal cibo milioni di ragazzine e ragazze
(ma anche quante adulte) troppo fragili o troppo sciocche per non resistere
al richiamo. Ma se lo stilista ha nuovi vincoli, e deve inventare abiti che
sfilino a meraviglia anche su corpi vivi, anziché quasi morti, li inventerà.
Le modelle potranno nutrirsi. E le loro imitatrici anche. E i miliardi di
donne con un indice di massa corporea normale potranno ricominciare a
entrare in boutiques e grandi magazzini senza sentirsi guardate con
altezzoso raccapriccio.
Questo, del corpo femminile torturato con sevizie diverse dal cilicio delle
sante medioevali, o dal busto a stecche delle dame ancora di inizio
Novecento, del corpo femminile che si autotortura - diete, lifting - è un
tema subliminale enorme, una frontiera della nostra modernità.
Per ora, dalla Spagna arriva questa buona notizia. Sarà questa la «deriva
zapaterista» di cui si parla con accenti apocalittici? A noi sembra una cosa
tanto più semplice. Tanto più rara di questi tempi: una lezione di buon
senso. Come molte altre che, in queste stagioni, arrivano da lì.
l'Unità, 18 settembre 2006 |
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