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| Micropotere è ancora bello. Ma i poteri forti? | |||||||
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di Gabriella Bonacchi Gli studi antropologici ci hanno insegnato il rilievo di alcune costanti nella storia evolutiva delle culture a noi note. Secondo l’intuizione di Ernst Gellner, una cultura o – meglio – un nuovo soggetto che se ne fa portavoce, fa il suo ingresso sulla scena pubblica “reinventando una tradizione”, vale a dire disseppellendo tradizioni e storie che le forze culturali e politiche fin lì dominanti avevano oppresso o occultato. In questa direzione si è mossa la parte più innovativa della storiografia femminile, valorizzando fonti inedite oppure fonti utilizzate a quei fini di “occultamento” di cui sopra. Gli esiti di questa “invenzione della tradizione” sono noti: riscoperta di presenze, e di pratiche femminili ben celate nei famosi interstizi della storia e incentrate sulle ancor più famose “reti di relazioni”, attraverso le quali si è detto e mostrato come le donne esercitassero, ad esempio, loro specifici poteri detti – appunto – informali. Oggi, a distanza di anni da quella consolante e feconda prospettiva del cambio di scala e di vertice ottico, dobbiamo tuttavia dirci con franchezza che i micropoteri femminili che hanno consentito – ad esempio - alle casalinghe di far trionfare la cucina all’americana sullo Sputnik alla sovietica, e dunque di proclamarsi a giusta ragione le vere vincitrici della guerra fredda; che, insomma, questi micropoteri non hanno però coinciso - sul piano più universale che regola il mondo globalizzato - con una vera affermazione dei temi e contenuti più legati alla vita delle donne. Il potere globale può infatti produrre cucine, ma continua a produrre anche – e forse più di prima – armi e soprattutto, continua a produrle attraverso una universalizzazione sempre più capillare delle sue logiche: un individualismo e una competitività sfrenati. Ma era proprio contro questo che si battevano le sostenitrici di un altro modo di esercitare il potere. I micropoteri, ovvero la dimensione relazionale della ragnatela, corrispondono infatti a quella che, in termini più moderni, definiamo rete, e che è al centro anche dell’idea idea pluralistica di modelli economici e sociali propugnata da Amartya Sen. |
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