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di
Cristiana di San Marzano
Marilyn McReavy Nolen aveva 55
anni quando sono nati i suoi gemelli, Travis e Ryan, che ora ne hanno sei.
La foto del quadretto familiare è impietosa: due magnifici bambini in
braccio a una signora bionda, occhi e labbra circondati da una ragnatela di
rughe, mani secche e coperte di macchie. Una nonna! Marilyn, che si è sempre
guadagnata da vivere allenando squadre di pallavolo (era nella squadra
olimpica USA nel lontano 1968), ha conosciuto il marito, più giovane di
sette anni, quando aveva già superato i quaranta. Dopo un lungo calvario di
tentativi di fecondazione artificiale è rimasta incinta quando già era in
menopausa, grazie all’impianto di uova fecondate donate da una donna più
giovane. Da tre anni è in pensione: «Mi era impossibile seguire bambini e
lavoro insieme». Il giorno che i suoi figli andranno all’università Marilyn
avrà 73 anni, ma l’idea non la spaventa. «Penso all’oggi, ancora non riesco
a crederci di essere diventata mamma».
La sua storia è stata raccontata di recente nell’inserto famiglia del
Guardian. Un caso limite forse. Ma il dibattito è legittimo. Con le nuove
frontiere delle tecnologie riproduttive i medici prevedono che ci saranno
sempre più mamme-nonne. Fertilizzazioni in vitro e donazioni di cellule uovo
permettono anche alle signore già in menopausa le gioie della maternità. E’
giusto incoraggiare queste maternità tardive? “Il solo fatto che per gli
uomini è possibile fare figli a tutte le età non vuol dire necessariamente
che si tratti di una buona idea anche per le donne”, polemizza Leon Kass
della University of Chicago. Secondo la Società americana per la medicina
riproduttiva l’infertilità deve restare la caratteristica naturale della
menopausa.
Ma medici e pazienti la pensano diversamente. L’aspettativa di vita di noi
occidentali ha ormai largamente superato gli ottanta, perché allora questa
tremenda ingiustizia della maternità negata a chi si sente ancora nel fiore
degli anni? Alle mamme dell’ultimo momento, quelle che o lo fai ora o mai
più. Amori sbagliati, carriere tiranniche, poi ci si accorge del vuoto. E si
va di corsa, rivolgendosi alla medicina. Speranze legittime. Un piacere,
altra ingiustizia, che gli uomini non si sono mai negati e che anzi negli
ultimi anni viene santificato dai giornali di gossip non appena un attore o
comunque un personaggio celebre diventa papà in età matura (e sempre con
giovani compagne).
Non è un caso comunque che per questo nuovo target di utenti, donne ormai
non più giovanissime, la scienza si mobiliti. Negli Stati Uniti la ricerca
ormai snobba le aspiranti mamme quarantenni, si sposta verso le gravidanze
delle over 50. E si danno i numeri: in Inghilterra più di 20 bambini nascono
ogni anno da donne che hanno più di 50 anni grazie alla donazione di cellule
uovo da parte di donne più giovani. Nel Nord America 323 donne fra i 50 e i
54 anni sono diventate mamme nel 2003. In cinque anni sono raddoppiate. Ma
si va anche oltre, le nuove mamme-nonne sono ormai monitorizzate.
L'équipe di Richard J. Paulson alla Keck School of Medicine della University
of Southern California di Los Angeles, ha esaminato 77 donne fra i 50 e i 63
anni in post-menopausa, ovviamente sane, che si erano sottoposte
complessivamente a 121 impianti di embrioni fertilizzati in vitro in un arco
di tempo compreso tra il 1991 e il 2001. Le donatrici di cellule-uovo erano
giovani di età compresa tra 22 e 33 anni, alcune amiche o parenti delle
future mamme, altre donatrici anonime, alcune di loro pagate per il
contributo. I dettagli della ricerca, pubblicati sul “Journal of the
American Medical Association", (Giornale dell’Associazione Medici
Americani), ci dicono che 42 delle donne esaminate hanno partorito con
successo (il 37,2 per cento), e tre hanno partorito dopo una prima
gravidanza andata male. Quarantacinque i bambini nati e nessuno è morto
durante il parto, né le mamme hanno avuto complicazioni particolari tali da
mettere a repentaglio le loro vite o quelle dei nascituri. Le complicazioni
registrate (ipertensione da gestazione, diabete), aumentavano però nelle
donne sopra i 55 anni, mentre erano inferiori in quelle di età compresa tra
i 50 e i 54 anni.
Secondo gli scienziati californiani, quindi, se una donna sana sopra i 50
anni in postmenopausa è seguita in modo appropriato, può tranquillamente
portare a termine una gravidanza, con la stessa probabilità di abortire, di
avere gemelli omo o eterozigoti di una donna più giovane.
Resta il dubbio etico, domande nuove e angosciose. Al di là della
“meccanica“ della gravidanza e del travaglio, che problemi potrà avere un
adolescente figlio di una signora settantenne? Le donne intervistate dal
Guardian dicono che da quando hanno saputo di essere incinta hanno iniziato
programmi di investimenti economici per coprire gli studi universitari dei
futuri figli. E tutte frequentano palestre e si curano attentamente per
restare in perfetta forma fisica. Ma non nasce già sbagliato un rapporto
così delicato come quello madre-figlio se ci si pone da subito il drammatico
quesito “che sarà di lui senza di me“? Vero, i papà-nonni queste angosce
pare non le abbiano, ma fra loro e i figli in genere c’è una mamma più
giovane. O forse tutti questi dubbi di fronte al nuovo fenomeno delle
mamme-nonne hanno a che fare con l’idea antica del grande potere della
maternità. Che è accudimento, protezione, ma anche simbiosi e controllo. Di
sicuro una donna che partorisce in tarda età deve imparare a sentirsi meno
onnipotente. E forse, sull’onda delle nuove frontiere della scienza della
riproduzione, si dovrà arrivare a una nuova ridefinizione del concetto di
maternità.
da Anna |
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