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IL NOBEL alla
scrittrice nata in Persia, cresciuta in Africa, dal ’49 a Londra. In più di
50 opere ha raccontato il secolo appena chiuso, dall’apartheid al comunismo,
con una predilezione: ha messo in scena una schiera di straordinari
personaggi femminili
di
Maria Serena Palieri
«Nobelizzabile»: ecco l’aggettivo che
un’agenzia di stampa, nel dare l’annuncio della decisione presa a Stoccolma,
conia per Doris Lessing. Sì, era «nobelizzabile» da un pezzo, l’autrice del
Taccuino d’oro, il romanzo che, nell’ormai remoto 1962, con la sua materia -
la vicenda interiore d’una donna in crisi - e con la sua narrazione a pelo
d’acqua, su nella luce del mondo reale, giù nelle oscurità dell’inconscio,
eros compreso, cadde come un portentoso oggetto non identificato sulla scena
inglese. Ma autrice anche, nell’arco degli ultimi cinquantasette anni, dal
romanzo d’esordio L’erba canta (1950), di un’altra cinquantina di opere,
romanzi per lo più, e anche molti racconti e alcuni saggi.
Doris May Taylor, in arte col cognome del secondo marito, l’ebreo comunista
tedesco Gottfried Lessing, compirà 88 anni questo ottobre, e questo fa di
lei «il» vincitore più anziano nella secolare storia del Nobel per la
Letteratura. Candidata da decenni, a questo giro era addirittura scomparsa
dalle previsioni della vigilia, data, come fosse un cartone di latte, per
«scaduta»: «È stata una delle nostre decisioni più meditate» ha commentato
il verdetto, con autoironia, il direttore dell’Accademia, Horace Engdahl.
«Scaduta» Doris Lessing? Se può esserlo una scrittrice che negli ultimi
tredici anni ci ha regalato, con i due volumi dell’autobiografia Sotto la
pelle e Camminando nell’ombra, un bilancio della propria esistenza dalla
nascita ai quarant’anni, e, con esso, un grandioso colpo d’occhio sul pezzo
di pianeta - Persia, Rhodesia, Inghilterra - in cui è vissuta, come sul
drammatico scorcio di storia che ha attraversato. Con Il sogno più dolce, il
romanzo da noi uscito nel 2002, ha fatto i conti, non per la prima volta ma
qui nel modo più drastico, con il «sogno», un tempo anche suo, del comunismo
e con gli orrori dell’Africa post-coloniale. Ma che, con il romanzo Amare,
ancora e i racconti di Le nonne, si è cimentata con un altro dei suoi amati
filoni, quello dei meno epocali piccoli scandali che turbano la moralità
comune, in questo caso l’attrazione sessuale di donne in là con gli anni per
dei giovanissimi. Che, ancora, qualche estate fa si conquistò l’apertura di
prima pagina del Guardian per un giudizio liquidatorio sulle nuove
narratrici inglesi enunciato al festival di Edimburgo: «Sciocche e
disimpegnate», così come su uno pseudo femminismo diffuso e improduttivo. E
che ha annunciato che non darà seguito all’impresa autobiografica non per
mancanza di energia, ma perché dovrebbe buttare un po’ di fango su persone
viventi e note.
Doris Lessing è - come l’abbiamo conosciuta nel 2003 nel suo viaggio in
Italia - una donna minuta e rotondetta, con occhi chiari non miti ma neppure
imperiosi e con una voce affettuosa e un po’ chioccia. Però era «nobelizzabile»,
e ora è un Nobel, per due dati pressoché corporei che contraddicono questa
immagine: la forza, lei l’ha definita «formidabile energia», che da
cinquantasette anni mette nella scrittura, da un lato, e dall’altro la voce
con cui parla a noi lettori, una voce che sa essere secca come uno schiocco
di frusta.
Scrittrice «di» donne, o «per» donne? Con fastidio, ha sempre respinto
questa etichetta. Però, seppure «malgrado lei», è enorme il peso che ha
esercitato su una generazione di lettrici. Per spiegarlo, prendiamo a
prestito il termine che Laura Lilli ha impiegato nell’introduzione a un
piccolo libro-intervista uscito nel ‘96 per minimum fax: transfert. C’è una
coorte anagrafica di lettrici che nei suoi personaggi femminili ha visto se
stessa in proiezione, ha visto le proprie rabbie, i propri scatti, le
proprie liberazioni, i propri sbagli.
Forse, solo perché Doris Lessing è una scrittrice che ha il talento di
trasformare in romanzi la materia che gli altri scrittori usano piuttosto
come sfondo delle loro storie: le ideologie, i costumi, le mode di un’epoca.
Si sia trattato degli anni Quaranta, nel ciclo assai autobiografico di
Martha Quest - la giovane donna che, come lei, scalpita nell’Africa
dell’apartheid, e compie scelte tradizionali, matrimonio e maternità, ma le
ribalta - così come si trattasse dei primi anni Ottanta nella Brava
terrorista, storia d’una militante dell’Ira che, al contrario, prepara
attentati ma non sfugge all’educazione ricevuta, appende tendine, lustra e
stira in ogni nuovo covo. A suo tempo studiosa appassionata di sociologia,
Lessing sa insomma trasformare in un romanzo lo «spirito del tempo», lo
zeitgeist che, infatti, ha evocato più volte come un nume onnipotente e
capriccioso nei due volumi dell’autobiografia.
Doris May Tyler nasce il 25 ottobre 1919 a Kermanshah, attuale Iran, da un
padre impiegato di banca, un «sognatore» - lei lo definisce - tornato dalla
guerra con una protesi di legno al posto della gamba amputata, e da una
madre «ambiziosa» e patita del controllo, così la racconta, specie su
corredi e vasellame vecchia Inghilterra portati dalla madrepatria. Nel 1925
la famiglia si trasferice in Rhodesia (oggi Zimbabwe): sono gli anni che lei
racconta in un piccolo libro, Mia madre, dove descrive la fattoria nel bush,
col padre che insegue il miraggio della piantagione e la madre che,
stizzita, custodisce la perduta dignità piccolo-borghese. Mia madre è un
libro importante - per chi voglia conoscere Doris Lessing - per due motivi:
per la spietata lucidità con cui la scrittrice disegna la figura materna, la
stessa con cui racconterà, nell’autobiografia, come e perché, nel 1943, lei
abbandonerà il primo marito Frank Charles Wisdom e i due figli piccolissimi,
John e Jean, commentando «è stata la scelta più orribile e più giusta della
mia vita»; e perché ci fa capire dove sia nato un tratto fondamentale nella
sua scrittura, l’antiromanticismo. Un antiromanticismo sui generis: i
personaggi dell’universo narrativo lessinghiano inseguono spesso sogni, sono
soggetti di passioni, ma sognano cose diverse dall’amor romantico o dalla
gloria o dalla santità, proprio come suo padre, che sognava semplicemente
filari rigogliosi e fruttiferi di piante in una terra impossibile.
D’altronde, lei stessa spiega che il dolore più cocente della sua vita (il
dolore è passione) è stato per un gatto, che aveva dovuto abbandonare da
bambina lasciando la Persia. E non sono le più felici le pagine, come per
esempio nel romanzo Se gioventù sapesse, in cui si cimenta con ciò che è
pane quotidiano per eserciti di narratori, l’amore tra uomo e donna.
A 14 anni l’adolescente Doris abbandona la scuola: studierà poi tutta la
vita da autodidatta. Nel ‘37 si trasferisce a Salisbury, dove comincia a
militare tra i «leftist» antirazzisti, si sposa, fa due figli, scappa, si
iscrive al Partito comunista, si risposa con Lessing (per lui un impietoso
ritratto, nell’autobiografia), ha un figlio, Peter, minorato, e nel 1949
pianta di nuovo baracca e burattini e parte per l’Inghilterra, però stavolta
col piccolo Peter al seguito.
Nel 1950 l’esordio narrativo con L’erba canta, un romanzo breve che già
porta dentro di sé molti dei suoi futuri temi: un uomo e una donna
progressisti tentano di gestire un’azienda agricola, nell’Africa razzista,
senza ricorrere ai sistemi di sfruttamento classico dei neri, ma senza
riuscirci, e cadendo in un’implosione del loro stesso matrimonio. Fra il
1951 e il 1969 ecco il ciclo di Martha Quest, I figli della violenza (due
dei cinque volumi ancora non tradotti in italiano, Landlocked e The
Four-Gated City). Com’era stato per lei negli anni di Salisbury, Martha
affronta il lavorio sull’identità di donna, sui compiti familiari, ma anche
il razzismo e la politica. È di quel periodo Il taccuino d’oro, l’opera che
le dà fama grande.
Sotto un altro profilo, è il 1956 per lei un anno cruciale: dà il definitivo
addio all’idea comunista e, contemporaneamente, viene bandita come persona
non grata dal suo paese, lo Zimbabwe, per le sue prese di posizione
sull’apartheid.
Il 1983 è l’anno in cui la celebre Doris Lessing si diverte a beffare
l’establishment editoriale britannico: col nome fittizio di Jane Somers
propone un Diario che viene rifiutato e che, quando lei uscirà allo
scoperto, diventerà un altro libro di culto. Del 1988 è Il quinto figlio,
splendida storia di un bambino-elfo che porta dolore dove c’era ordine.
Corre negli anni, intanto, la sua vena narrativa più sotterranea, quella
fantascientifica o che, giacché Doris Lessing rifiuta anche questa
etichetta, è meglio definire visionaria; da Memorie di una sopravvissuta al
ciclo Canopus in Argos. Leggere questi romanzi aiuta a sciogliere uno degli
equivoci che corrono sulla sua opera: è una scrittrice «realistica», come la
definiscono in molti? In realtà,è come se la materia di questa sua
produzione «visionaria» battesse anche sotto il pavimento dei romanzi di
costruzione in apparenza realistica e ne schiodasse le assi.
Il Nobel sarà una sorta di epitaffio per l’anziana, secondo alcuni «scaduta»
Doris Lessing? No. Ieri, seduta sui gradini di casa, ha spiegato ai cronisti
che il suo prossimo romanzo, Alfred and Emily, sarà dedicato ai suoi
genitori e alle loro vite danneggiate dal primo conflitto mondiale: «Sarà un
libro contro la guerra. Spero che qualcuno possa cambiare le teste di chi ci
governa» ha detto. Speriamo arrivi sui comodini giusti. Se qualcuno, nel
2007, può «cambiar teste» è lei, la grande maestra del romanzo, con la
meravigliosa voce potente con cui ha già dipinto, spogliato e radiografato
il Novecento.
l'Unità,
12 ottobre 2007 |
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