Lesbica, cioè donna:
stuprata perché omosessuale
 

di Maria Serena Palieri

Partiamo dallo stupro al suo grado zero: un uomo stupra una donna. Senza, per ora, aggiungere se lui è bianco o nero, se lei è eterosessuale o lesbica, né l’aggravante del branco. Negli anni Ottanta, quando le battaglie civili degli anni Settanta ancora rilasciavano i loro effetti culturali a medio-lungo termine, dei ricercatori maschi, negli Usa ma anche in Italia, provarono per la prima volta interesse per quel mondo femminile in ombra, le vittime di stupro. In Italia svolse un eccellente lavoro sociologico, all’epoca, Carmine Ventimiglia. Intervistando le vittime - ragazze, donne adulte, a volte anziane - i ricercatori statunitensi scoprirono che le parole con cui esse descrivevano la violenza non appartenevano all’area dell’eros: le vittime descrivevano la trappola in cui erano cadute e il tremendo dopo come se fossero state «assassinate». Quei ricercatori si trovarono di fronte a questa verità che li concerneva in quanto genere maschile: lo stupro è un omicidio che non uccide il corpo (quando succede, questo è il più delle volte una tragica conseguenza secondaria). La vittima poi respira, cammina, parla. Lo stupratore vuole uccidere l’anima: va dritto al cuore del Sé più intimo, a quel mistero potente, ma essenziale e quindi massimamente vulnerabile, che è la nostra identità sessuale. Le vite delle vittime di stupro, a osservarle poi negli anni, rivelano strani diagrammi: c’è la ragazza che si scopre religiosa e opta per la castità, l’altra che s’invischia, con una coazione a ripetere, solo in love-story impossibili e masochiste, l’altra ancora che invece si sposa felicemente e dopo vent’anni di matrimonio tutto di sé ha raccontato al compagno, tranne quel fatto. Gli stupri riusciti o tentati sono così frequenti che ognuna di noi conta nella sua cerchia di amiche una o più vittime di violenza. E ognuna di noi, quindi, ha potuto registrare questi dolorosi e imprevedibili diagrammi. Quell’«omicidio» sembra aver mirato a qualcosa che ha a che fare con la comunicazione più profonda.
Perchè, di fronte alla violenza subita a margine di una festa in un locale frequentato da omosessuali, dalla giovane Paola, e da lei denunciata in una sede con una valenza politica, l’Arcigay, sentiamo la necessità di parlare anzitutto di stupro al suo grado zero?
Perché questa è un’estate in cui in Italia le violenze sulle donne si sono orribilmente succedute e per lo più è capitato che i media, nel riferirne, si siano interrogati, in primis, su nazionalità e colore della pelle dei violentatori. Purtroppo i buoni germi degli anni Settanta si sono esauriti da un pezzo. Lo sforzo di autocoscienza maschile si è arenato. E ogni scappatoia è buona per derubricare gli stupri, farne questione non di rapporti di dominio tra i sessi, ma d’altro. Rapporti tra «razze», «etnìe». Francesco Merlo sulla Repubblica del 24 agosto ha usato l’espressione «stupro etnico» per la violenza inflitta da un immigrato algerino a una ragazza italiana. Capita che l’elaborazione di un concetto, lo «stupro etnico» appunto, che ha aiutato a capire e definire nella sua spaventosa specificità quanto accaduto in Bosnia, ma prima in Ruanda e in Burundi, e prima ancora - vogliamo aggiungerli? - nei festini che le SS organizzavano nei lager con le giovani ebree, serva a tutt’altro. A immaginare che in Italia sia in corso un conflitto etnico. E a derubricare così ciò che quell’aggressione è anzitutto: una violenza sessuale. Una delle tante, continue. In crescita, si direbbe, man mano che crescono generazioni di donne alle quali chiedere di essere soggette all’autorità maschile è come chiedere di trasformarsi in cittadine di Marte o della Luna.
La questione violenza sessuale è una faccenda su cui il genere maschile ancora non ha proprio voglia di addentrarsi e interrogarsi. Anche quando l’uomo è un giornalista e si prende l’onere di commentarla.
Ma torniamo a Viareggio. Paola è stata aggredita - racconta - da due ragazzi italiani e presumibilmente viareggini. Appostati nella pineta alle spalle del locale, armati di preservativo, aspettavano che una qualunque delle ragazze uscisse dalla discoteca e, sola nel buio, si trasformasse in potenziale vittima. Il preservativo indica la premeditazione. Il fatto di essere in due, l’infima vigliaccheria. La frase che ripetevano «Ora tocca a te, brutta lesbica», significa che la loro era una vera e propria spedizione punitiva: uno «stupro d’odio», come l’ha voluto definire Paola. Il fatto che la suoneria di uno dei loro cellulari fosse Faccetta nera, indica l’area politica. Nella zona, ritrovo di gay, lesbiche e trans, da tempo si registrano episodi di violenza e l’Arcigay perciò ieri ha gettato l’allarme su una possibile crescita di questa campagna «d’odio».
Tutto ciò dà una valenza sociale particolare (un tempo si sarebbe detto «politica») al dramma vissuto dalla ragazza che, ieri, ha avuto il coraggio di denunciare.
Ma noi non vorremmo stamattina, aprendo i giornali, imbatterci in commenti che di tutto questo parlino, meno che della violenza in sé. A noi Paola sembra una donna al quadrato: una che la propria autonomia sessuale ha deciso di viverla in modo totale. Perciò l’hanno stuprata. Perciò le gridavano «Brutta lesbica». Per odio verso colei che si sottrae, in modo radicale, al dominio.
Forse i due giovanotti viareggini dovrebbero essere informati di un’altra cosa. Nello stupro di branco, anche quando il branco è ridotto come questo, il rituale ha forti componenti omosessuali, ci si eccita a vedere l’amico maschio che violenta, a entrare dove lui è entrato col suo membro...
I frequentatori e le frequentatrici del locale di Torre del Lago, quanto a consapevolezza di sé e coraggio nel vivere la propria identità, a questi due stupratori, come a tutti gli altri, potrebbero insegnare qualcosa.
Da l'Unità, 2 settembre 2006

 
   
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