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di
Maria Serena Palieri
- da l'Unità
«Forza Anna», «Forza Rosy», «Forza Rosa»: le
ovazioni che i congressi di Ds e Dl hanno riservato sabato ad Anna
Finocchiaro e Rosy Bindi e, più a sorpresa, ieri mattina, anche a una
professionista di antica navigazione, che ha cominciato il suo cammino nella
Dc di Gava, cioè Rosa Russo Iervolino, aprono una prospettiva inaspettata. È
possibile che la nascita del Pd comporti uno scenario per cui l'aggettivo
«nuovo» non venga usato come uno slogan o una giaculatoria. Lo scenario
nuovo è questo: che, alla leadership, siano candidate una o più donne.
Un partito con una leader, anziché un leader, sarebbe, di per sé, una novità
assoluta nella nostra politica: fatta eccezione per la reggenza di
transizione esercitata da Rosa Iervolino nel Partito Popolare, a seguito
dell'abdicazione improvvisa di Mino Martinazzoli, fatto salvo per quell'eccezione
in sé sempre costituita dal Partito Radicale (dove le pur energiche
segreterie di una Adele Faccio o una Emma Bonino si sono esercitate, però,
sotto l'icona sempiterna del gran padre Pannella), questo, in Italia, non è
successo mai.
Ma, dato anagrafico a parte - alla voce «sesso» la «f» anziché la «m» - ora
non si può eludere la riflessione sul come Finocchiaro, Bindi e Iervolino
abbiano scaldato gli animi e sul come, quindi, abbiano suscitato quell'onda
che oggi rende le prime due plausibili candidate alla leadership. Parlando,
con coraggiosa concretezza, la prima, di riforma della politica. Parlando la
seconda - in quella assise - di laicità. Parlando, la terza, di rispetto
della Costituzione.
Perché Anna Finocchiaro, Rosy Bindi e Rosa Russo Iervolino hanno scelto
questi argomenti? A noi sembra evidente: perché sanno che il rispetto della
nostra Costituzione, così come la laicità, così come la riforma della
politica, nel senso, quest'ultima, di un rapporto trasparente e cogente tra
chi elegge e chi governa, alle donne - anche a loro stesse - convengono.
Dentro la Costituzione è scritto quello che nel Paese reale non avviene: che
l'Italia è un paese che combatte le discriminazioni e promuove, per tutti e
tutte, a prescindere da sesso, razza, culto, opportunità uguali.
E la laicità, perché alle donne conviene? Basta avere un po' di memoria,
tornare con la mente al 1974. Quando la Chiesa, e la Dc con essa, promossero
il referendum sul divorzio convinte di vincerlo grazie ai voti delle
elettrici cattoliche, ramazzati in confessionale o con le omelie dai
parroci. Andò male. Il divorzio alle italiane conveniva, apriva per molte un
orizzonte di possibile libertà. E, credenti o no, le italiane se lo tennero.
Idem avvenne quando un'alleanza trasversale permise l'approvazione della
legge 194 sull'interruzione di gravidanza e la maternità libera e
responsabile. Idem quando si arrivò a una legge che puniva la violenza
sessuale come reato contro la persona, non più contro la morale. La laicità,
quando si esercita su questioni come matrimonio, sessualità, procreazione,
così come su altre questioni che oggi confluiscono nella cosiddetta tematica
«della vita», alle donne conviene. Perché è questo il terreno su cui da
sempre si esercita il gioco maschile del potere e della prevaricazione.
Sembra scontato dirlo. Ma non è un caso se sono state le «due Rose» a
decidere che il momento chiedeva di fare scudo, dal microfono, a laicità e
Costituzione.
Quanto alla riforma della politica, basta la memoria breve. Grazie
all'ultima legge elettorale, con il potere di scelta delle candidature
interamente nelle mani dei partiti, il Parlamento è quello che è. E anche il
governo è quello che è. Come ai vecchi tempi, club per soli uomini.
Affezionati, molto, a queste oligarchie e questo separatismo. Se, ora che si
parla di riforma della legge elettorale, il tema «preferenze», cioè la
possibilità per noi che votiamo di scegliere un nome o l'altro, sembra
scomparso: ed è orribile, questa assenza.
Quando ci si può esprimere - magari con un applauso e un «Forza Anna, Rosy,
Rosa» - delle candidature politiche, come quelle che escono spontaneamente
da questi congressi, forti di un curriculum di tutto rispetto alle spalle,
di onestà e intelligenza, possono farcela.
Negli ultimi anni non crediamo di essere state le uniche a esercitare la
vecchia pratica, il «votadonna», lì dove ci era concesso di esercitare la
preferenza - alle amministrative - in modo scetticamente caparbio. Magari
votando una consigliera circoscrizionale senza conoscerla. E, ogni volta, ci
veniva in mente la sconsolata invettiva che lanciavano i poveracci d'una
volta di fronte al sopruso, «addavenì baffone». Non ti conosco, ma non
conosco neppure il candidato maschio e siccome la politica speranze non me
ne da più, mi aggrappo all'unica e voto donna: «addavenì...».
Ma una Bindi, una Finocchiaro: di loro, elettrici ed elettori, sappiamo come
svolgono il loro ruolo pubblico. E questo Pd, questo partito «nuovo» -
secondo la giaculatoria - che i sondaggi dicono nascere gracile come un
neonato settimino, potrà fare a meno del valore aggiunto di una loro
leadership? E ciò che nascerà a sinistra del Pd, potrà esimersi dal fare a
esso concorrenza su questo piano?
C'è speranza.
Contr'ordine: mentre scriviamo le agenzie battono la notizia che l'assemblea
federale della Margherita ha visto l'elezione di sette donne sui novantotto
componenti. Le standing ovation sono libere, le correnti però non perdonano.
Diciamolo: ma che vergogna.
L'Unità, 23 Aprile 2007 |
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