L'evoluzione è il compito dell'Homo Sapiens.
E se ricominciassimo?
 

 

Conversando con Luce Irigary

di Maria Serena Palieri

Luce Irigaray per una decina d’anni, tra metà anni Ottanta e metà dei Novanta, è stata
per l’Italia una presenza familiare: è stata un’interlocutrice di spicco, in quell’epoca, del «femminismo istituzionale» praticato dalle donne del Pci, poi del Pds. In quella stagione potevamo dialogare con il suo pensiero -di quegli anni sono testi come Io tu noi. Per una cultura della differenza, Amo a te, Essere due, La democrazia comincia a due - vedendolo come un orizzonte radicale non solo desiderabile ma anche praticabile. Oggi no. Nel corso del soggiorno romano, in cui ha incontrato il pubblico alla Fondazione Basso e a Romatre, abbiamo parlato con Irigaray del suo libro più recente, Condividere il mondo (come molti altri edito da Bollati Boringhieri). E, parlando con lei, l’effetto su di noi è stato questo: ci siamo ricordate che esistono luoghi dove la civiltà sussiste e dove si può perfino riflettere su come migliorarla. Questo ci dice con cruda chiarezza in quale buco nero noi - l’Italia di Berlusconi e della Lega - siamo invece caduti. Ecco, alla fine di questo annus horribilis, parliamo con Luce Irigaray e ci sentiamo «in viaggio all’estero».
Condividere il mondo riprende alcuni dei temi-chiave della filosofa francese: l’altro e l’alterità, la differenza tra i generi e le identità sessuate, l’uomo e il suo rapporto con la
madre e la conseguente fondazione di un Logos e una civiltà basati, anziché su coesistenza e amore, su conflitto e opposizione. Però qui lo fa alla luce di alcune urgenze della nostra epoca. «Oggi dobbiamo tornare alla questione “che cos’è l’essere umano”? In che modo si distingue dagli altri esseri viventi? Siamo arrivati a un punto tale che dobbiamo ricominciare da qui. L’umanità è la specie vivente che ha più possibilità di perdersi. Dobbiamo tornare alla nostra realtà di umani e, da qui, riprendere il compito che ci è dato: continuare l’evoluzione. Come possiamo governare il mondo, anziché dominarlo?» si chiede Irigaray.
«Continuare l’evoluzione» è un bell’obiettivo. Per l’Homo e la Foemina Sapiens quali potrebbero essere le prossime tappe?
«Per esempio la cosiddetta liberazione della donna. O la globalizzazione. Ma siamo a un limite: tutto può andare contro l’evoluzione umana, se non stiamo attenti a usarlo in suo favore. La globalizzazione, con il conseguente multiculturalismo, ci aiuterà a trovare un paradigma che ci faccia crescere oppure ci farà assestare su un consenso verso il basso? Oggi, poi, la vita stessa è a rischio, non solo come futuro del pianeta e del vivente, ma come futuro dell’umano in quanto tale. In Francia ogni giorno la televisione parla di specie condannate alla scomparsa, animali, piante. Nessuno dice però che è l’umanità stessa che scompare: abbiamo perso energia, capacità di anticipare il futuro, capacità di pensare. Si parla piuttosto di pandemie, di apocalisse. Ma questo vuole pur dire che c’è il sentore di un pericolo».
In «Condividere il mondo» lei nota che oggi nel pianeta i conflitti sono tra «Assoluti». Pensa agli integralismi religiosi?
«La radice dei conflitti sembra economica, ma, ciecamente o chiaramente, essi vengono promossi in nome di un Dio e di una concezione dell’Assoluto su cui si fonda la comunità. Il modo di concepire l’Assoluto non è lo stesso in tutte le comunità, perciò i conflitti ci sono e continueranno a esserci. L’Assoluto è la cosa più difficile da interrogare».
L’Assoluto è per definizione un dio? O ne esistono anche nelle nostre società secolarizzate?
«Può essere l’ideale platonico del Bene, del Buono, del Vero. Può essere un’ideologia. Cambiando registro, può essere un idolo incarnato, un dittatore. Ora, io penso che se un intellettuale, dopo la caduta degli idoli, non propone nuovi modelli per il futuro dell’umanità, diventa un complice. L’umanità, caduti gli idoli, manca di trascendenza, ma trascendersi fa parte dell’umano. Dobbiamo riprendere questo cammino attraverso cose radicalmente semplici ed umane, per esempio costruire un futuro, o il rapporto con l’altro in quanto differente. Dopo la caduta degli Assoluti che cementavano una comunità non si può lasciare che tutto si disfi, non si può restare fermi alla distruzione, bisogna creare nuovi valori. È importante continuare a sfidare i valori del passato, per esempio a livello sessuale, ma si devono trovare, anche, nuove modalità di rapporto».
In Italia è allo sfascio che siamo fermi: i «nuovi valori» in crescita sono il razzismo, la mercificazione della sessualità e una specie inquietante di neo-sessismo, promossi dal livello più alto, da chi ci governa. Lei, quando parla di nuovi valori, a cosa pensa?
«Al rispetto dell’alterità dell’altro. Che sia un compagno, una compagna, un figlio, uno straniero. Rom, donne, il problema è questo: la mancanza di rispetto per l’altro. L’altro umano viene considerato in modo quantitativo: io, che sono sopra di te, posso decidere per te. Tu, in un modoo in un altro, sei il mio schiavo o il mio debitore».
La globalizzazione ha rivoluzionato alcune nostre coordinate. Lei nel suo saggio affronta quelle di «lontano» e «vicino». È lì che nasce il rigetto dello straniero?
«Io suggerisco di sostituire l’intimità alla familiarità. Familiarità significa condividere abitudini, costumi, senza essere attenti all’altro. Ma dentro di noi c’è un nocciolo più intimo che ci è ancora nascosto. È l’incontro con l’altro che può rivelarci a noi stessi. Il rispetto per l’altro riapre il nostro orizzonte, ci chiama più lontano. Ma questo lontano è anche dentro di noi, è l’intimo che non conosciamo. E se questo ci è ancora precluso è perché siamo vissuti in una cultura che ha privilegiato la vista sul tatto. La carezza può servirci a dominare l’altro, ma anche a rivelarci reciprocamente. Invece, secondo lo stesso Sartre, nella nostra cultura la carezza serve ad assopire per dominare, anziché a risvegliare il desiderio e l’amore per poterli condividere. Il tatto può essere fisico,ma anche psichico o spirituale. Si dice “quella persona ha tatto”, cioè ha sensibilità, rispetto... La familiarità è riduzione a cosa: tu fai parte del mio paesaggio, delle mie abitudini. E quando arriva lo straniero, va tutto all’aria. Accettiamo lo straniero finché ci porta qualcosa in più. Quando invece turba la nostra familiarità, lo rigettiamo. Abbiamo curiosità per lo straniero quando lo vediamo nel suo paese, ma quando viene qui e ci chiede di cambiare le nostre abitudini, allora no. Anche il desiderio, quando si ferma alla familiarità senza rispetto per l’intimità dell’altro svela qualcosa di davvero problematico. E questa è la storia della sessualità occidentale: usare il familiare anziché condividere l’intimità».
Lei pratica yoga e ha soggiornato in India. Lì ha notato differenze, su questi piani?
«Non ho ricevuto, con lo yoga, insegnamenti sulla differenza tra i sessi, e questo glielo rimprovero. Ma le donne, lì, sono dee. Nessuno si permetterebbe di trattare una donna, anche povera, in India, come si fa qui. Forse è perché nel loro pantheon ci sono delle divinità femminili».
Il rapporto con l’altro è un problema squisitamente occidentale?
 
«Credo che, alla culla della nostra civiltà, i filosofi presocratici abbiano ripreso alcuni valori dalle tradizioni orientali ma che, poco alla volta, vi abbiano sostituito dei valori propriamente maschili, come il dominio, la tecnocrazia e la competitività. Bisogna ricominciare dal due anziché dall’uno: due generi, non uno che li comprende entrambi. Nella Grecia arcaica esisteva la forma duale e la via mediana nei verbi, Omero per esempio la usa, poi scompare. C’è stato un crocevia in cui è stata imboccata la strada sbagliata. Da lì bisogna ricominciare».

 l'Unità, 27 dicembre 2009

 
   
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