|
di
Elena Doni
I
delitti d'onore - che in urdu si chiamano «karo kari» - sono frequenti in
Pakistan e legati a un concetto di «onore» molto ampio e ad un'estensione
parentale vastissima. Ben più tragici quindi di quel delitto d'onore che
l'Italia abrogò solo nel 1980 su proposta della senatrice della sinistra
indipendente Carla Ravaioli e sull'onda del film Divorzio all'italiana che
aveva ridicolizzato l'Italia nel mondo occidentale. E in Pakistan (o per
l'esattezza, in quella parte di Pakistan agreste e arcaico, dominato dalle
leggi tribali) non fa meraviglia che anche le madri siano consenzienti, o
incapaci di opporsi come forse è avvenuto nel caso di Hina, all'uccisione di
una figlia «disonorata». Si trova da qualche mese in un piccolo centro nei
pressi di Latina, in attesa di un permesso di soggiorno umanitario, una
ragazza pachistana che era stata condannata a morte dalla sua famiglia,
madre compresa, perché il ripudio subito da parte del marito che la tradiva
e non la voleva più, era ritenuto una macchia per «l'onore» di tutto il
gruppo. Questa ragazza, della quale per la sua sicurezza non diremo il nome,
ha poco più di vent'anni e ha paura di uscire di casa: il marito lavorava in
Italia e lei teme i lunghi artigli del senso dell'onore pachistano.
L'ultimo esempio di «karo kari» la cui eco è arrivata in occidente ha avuto
per protagonista un'insegnante di 33 anni, Mukhtar Mai. Nel villaggio di
Meerwala, nell'est del Pakistan, una sentenza della jirga, il consiglio
tribale, aveva deciso che il suo corpo fosse usato per punire la sua
famiglia: si decise uno stupro di gruppo che fu consumato in pieno giorno
nella piazza del paese per ritorsione contro le indebite avances del
fratellino di Mukhtar, di appena 12 anni, verso una ragazza di un potente
clan locale. Gli anziani del villaggio che avevano emesso il giudizio erano
convinti che di Mukhtar non avrebbero sentito più parlare: chiusa in casa
per la vita o suicida, come spesso avviene in casi simili. Ma non andò così.
Grazie all'appoggio di un imam (la legge tribale non trova giustificazioni
nella religione islamica), Mukhtar riuscì a denunciare i suoi stupratori,
sei uomini furono condannati e il suo caso dalla stampa locale arrivò alla
grande stampa internazionale. Con l'aiuto di molti generosi donatori ha
raccolto i soldi per aprire una scuola nel suo villaggio e ha invitato i
figli dei suoi stupratori dicendo «l'istruzione può compiere miracoli».
Diventata famosa e simbolo dei diritti delle donne, dispone oggi di un sito
internet: www.mukhtarmai.com.
Capita spesso in Pakistan (e ne fanno fede le ricerche sul campo promosse da
varie associazioni femminili, Shirkat Gah tra le altre) che sotto il nome di
delitti d'onore, verso i quali la polizia è assai poco solerte, si
nascondano delitti d'interesse. Un caso di tentato «karo kari» di cui l'anno
scorso si è molto parlato in Pakistan aveva come protagonisti due maturi
medici, 44 anni lei 47 lui, che si erano sposati contro la volontà dei
fratelli di lei (nonostante che la madre invece fosse favorevole). La vera
ragione di questa opposizione stava nel fatto che la donna rappresentava per
la famiglia, dove nessun altro lavorava, una vera gallina dalle uova d'oro.
La decisione della dottoressa di sposarsi anche contro la loro volontà fece
infuriare i fratelli, che cercarono di uccidere i due maturi Romeo e
Giulietta. Costretti a riparare a Karachi, una città di dieci milioni di
abitanti dove è facile far perdere le proprie tracce ma dove per lungaggini
burocratiche non riuscivano ad avere il trasferimento in un nuovo ospedale,
i due medici finirono in una trasmissione televisiva alla quale fu invitato
anche il ministro di Giustizia. Questi promise sicurezza e assistenza e si
impegnò a farli proteggere. Pochi giorni dopo questa trasmissione televisiva
il Presidente Musharraf rinnovò la condanna delle leggi tribali, peraltro
già sancita dalla Costituzione, e promise una revisione delle leggi
shariatiche, dette Hudood Ordinance, in buona parte attinenti ai diritti
delle donne, introdotte nella legislazione pakistana nel 1979 sotto la
dittatura del generale Zia ul-Haq per catturare i favori degli islamisti.
Da allora, silenzio. Se da una parte la percezione dei diritti umani è
sempre più diffusa nella popolazione, dall'altra le resistenze dei
tradizionalisti, particolarmente forti nella Provincia del Nord-Ovest
confinante con l'Afghanistan, costituiscono un pericolo. Così Musharraf è
costretto a barcamenarsi e a non tentare riforme.
Da l'Unità, 15 agosto 2006 |
|