Tailleur rosso trionferà  

"Verso le senatrici sarò parziale. Voglio renderle visibili. Le farò intervenire in aula. E saranno loro ad andare in Tv".
La capogruppo dell'Ulivo racconta i suoi progetti per il Senato

di Chiara Valentini

Era bastato il suo nome, nei giorni scorsi, a ricondurre all’ovile i senatori diessini in rivolta alla notizia di capogruppi maschi non graditi. «Se arriva Anna non ci sono problemi», aveva mormorato Giorgio Napolitano, esprimendo il sollievo generale. La capacità di mettere d’accordo tutti e di uscire brillantemente dalle situazioni più difficili è quasi un dono innato per Anna Finocchiaro, 51 anni portati splendidamente, ex ragazza della buona borghesia catanese passata nel lontano ‘87 dalla magistratura alla politica. Quando per esempio era stata nominata ministro delle Pari opportunità del governo Prodi senza mai essersi occupata in modo specifico di questioni femminili era stata accolta con lamentele e musi lunghi. In pochi mesi era già diventata una femminista di lungo corso, stimata e apprezzata dalle varie anime del movimento, compresi i gruppi lesbici che avevano fatto di Anna la loro icona. Anche il suo privato non è mai stato sfiorato da un’ombra. Un marito ginecologo che tiene in piedi la famiglia restando discretamente nell’ombra, due figlie di 18 e 12 anni che hanno sempre continuato ad abitare a Catania, Anna Finocchiaro sembra così perfetta da dubitare che sia vera.
Quasi per non smentirsi arriva al nostro appuntamento luminosa e impeccabile in un senatoriale tailleur grigio Armani, fra un alone di funzionarie che l’abbracciano commosse. Pur nella confusione politica di questi giorni rimanda a più tardi telefonate importanti (“Adesso facciamo questa intervista, ogni cosa deve rispettare i suoi tempi”). Una vera primadonna dei Ds, come parecchi dicono da tempo sottovoce.
Presidente Finocchiaro, non è certo un segreto che lei, ex magistrato e da sempre in prima fila sui temi della giustizia, era la candidata naturale a diventarne il ministro. Fra l’altro era un segnale che anche molte donne si aspettavano. E’ stata dura rinunciare?
«Ma io non ho rinunciato proprio a niente. Ho avuto il privilegio di poter valutare varie offerte e alla fine sono stata io a scegliere».
Vorrebbe dire che considera più gratificante tenere a bada un gruppone parlamentare piuttosto eterogeneo che sedersi sulla poltrona di via Arenula?
«Lo considero più importante, non solo per me ma anche per le altre donne. Finora siamo state promosse se eravamo specialiste di qualcosa. Anche la mia carriera è stata segnata da questa immagine di tecnica. Ma i ruoli dove ogni giorno devi far politica, a partire da quello di segretario di partito, continuano ad essere roccaforti maschili. La mia è un’eccezione che potrà far cadere altri tabù. Come ho detto appena eletta, questo è solo l’inizio».
E lei da che cosa comincerà, presidente Finocchiaro?
«Dovrò guidare 108 senatori, di cui 19 donne. Nei loro confronti ho intenzione di essere decisamente parziale. Voglio mettere in scena le donne, renderle visibili a tutto il paese. Le farò intervenire in aula il più spesso possibile, anche al mio posto. Capovolgerò l’abitudine di preferire un uomo quando c’è da andare in televisione o alla radio. Ci sono molte figure femminili di valore nelle istituzioni. E’ ora che gli italiani se ne accorgano».
Oltre che valorizzare le donne però dovrà affrontare altre difficoltà. Non sarà uno scherzo mettere d’accordo diessini e margheriti, che su molti temi, dalla bioetica alle libertà individuali, hanno idee piuttosto distanti.
« So che non è facile. Ma cominciare a costruire nella vita di tutti i giorni un nuovo partito, dopo averlo deciso sulla carta, è un’impresa che dipende anche dai rapprti politici e umani che sapremo creare. Proprio perchè sono una donna credo di avere una chance in più. Ma c’è anche un altroproblema molto serio».
Di che cosa si tratta?
«Con questa maggioranza risicata c’è il rischio che il Senato diventi il pantano del parlamento, il luogo dove le leggi si insabbiano. Sarebbe gravissimo, una democrazia che funziona male proprio non possiamo permettercelo.Veniamo da cinque anni in cui è contato quasi solo lo spettacolo di quel che succedeva in aula. Il Polo doveva dare le sue esibizioni di forza, l’opposizione aveva solo quello spazio per declamare le proprie ragioni. Se vogliamo mettere fine ad un conflitto sterile e riaprire un dialogo con l’opposizione ci vuole un metodo nuovo».
Che ricetta ha in mente?
«Puntare sulle commissioni molto più che sull’aula. Può sembrare un discorso un po’ tecnico, ma in realtà è una rivoluzione copernicana. Le commissioni sono luoghi ristretti, dove una legge viene discussa fra persone competenti, che possono confrontarsi su un lavoro puntiglioso e a certe condizioni trovare più facilmente un accordo. Questo d’altra parte è il sistema del parlamento europeo, con l’aula che lavora solo una settimana al mese e i parlamentari che nel resto del tempo si impegnano sul merito dei provvedimenti».
Ma il Senato italiano non è l’aula di Strasburgo. E poi come farà a garantire presenze tanto massicce?
«Per questo c’è pronto il metodo Finocchiaro. Consiste nel valorizzare i singoli, responsabilizzandoli molto più di oggi. E poi non dimentichi che io sono una rompiscatole. Lettere, Sms e telefonate sono già da adesso i miei strumenti di pressione. Sono anche un’ottimista, quindi credo che il metodo Finocchiaro potrà funzionare».
Spesso lei viene indicata come una dalemiana di ferro. Si riconosce nella definizione?
«Definirmi dalemiana mi sembra riduttivo. Però penso che D’Alema sia una grande personalità politica e istituzionale. Da lui ho imparato a non perdere mai la testa, a guardare le cose dall’alto. Di D’Alema mi ha sempre colpito la lungimiranza e la capacità di tirar fuori l’essenziale anche dalle situazioni più complicate».
E qual è stato invece il suo modello femminile in politica?
«Nilde Jotti. E’ stata una grande lezione vederla presiedere la Camera, senza mai perdere l’equilibrio e la disponibilità verso gli altri. La guardavo e imparavo. Mi piaceva il rigore che aveva prima di tutto verso se stessa. E pensavo a quanto doveva essere stato difficile mantenere la propria individualità con un compagno ingombrante come Togliatti».
Se dovesse candidare una donna come presidente della Repubblica che nome farebbe?
«Fernanda Contri, la prima giudice costituzionale del nostro paese. Avrebbe le qualità adatte anche Rosi Bindi».
Lei è parlamentare da quasi vent’anni. Le sembrano cambiate le donne che fanno politica?
«Parecchio, ma se ne parla troppo poco. Alla Camera e al Senato arrivano sempre più spesso sindache, economiste, persone con una carriera forte alle spalle. Rispetto al passato sono decisamente più libere dai partiti di appartenenza».
Le donne del Polo però non hanno saputo giocare partite vincenti. La ministra Prestigiacomo si è battuta per la fecondazione assistita e per le quote, ma si è trovata con un pugno di mosche in mano.
«Stefania Prestigiacomo ha sbagliato nel cercare alleanze solo all’interno del suo schieramento. Ma ha avuto parecchio coraggio nel mostrare il suo dissenso in un mondo politico come il suo, ostile all’autonomia femminile e che aborre la sola idea delle quote».
Le è capitato spesso di sperimentare il vecchio virus dell’invidia fra donne?
«Ho avuto anche momenti di grande sorellanza, ma non sempre succede. Lo spazio di potere a disposizione delle donne è ancora troppo stretto e la competizione diventa fortissima. Nessuno può battere gli uomini su questo terreno. La differenza è che fra loro funzionano regole precise, mentre fra noi, che siamo solo agli inizi, lo scontro può avvenire in modo distruttivo».
Quando vent’anni fa lei era arrivata alla Camera aveva lasciato i colleghi a bocca aperta per la sua bellezza mediterranea. E anche oggi molti la considerano la più seducente del Parlamento, nonostante le varie Carlucci e Carfagna. Essere così bella le è stata di aiuto?
«Beh, forse sarebbe meglio parlarne al passato, ho più di cinquant’anni... No, la bellezza non aiuta. Può fuorviare gli altri e quindi rallentare la carriera. Per una donna bella è più difficile essere anche autorevole».
Alla carriera pensa di aver pagato prezzi molto alti?
«Si. Nei confronti della mia famiglia vivo un senso di colpa perenne. Per anni sono andata sù e giù da Catania di continuo, una fatica tremeda. Ma non poteva bastare. Ricordo esattamente tutti i momenti in cui avrei dovuto esserci e non c’ero. Come quella volta che mia figlia era caduta giocando e le avevano dovuto dare cinque punti, o quel saggio di fine d’anno dove non ero lì a batterle le mani».
Insomma, presidente Finocchiaro, anche nella sua vita non tutto è così perfetto come potrebbe sembrare?
«Sono stata molto fortunata, nel pubblico e nel privato. Ma come altre donne in carriere maschili soffro tante limitazioni. Per esempio quella del tempo per me stessa, per la mancanza delle piccole cose quotidiane. Lamentarmi però non rientra nelle mie abitudini. Fin da ragazza ho capito che è meglio saper guardare avanti».

da L'Espresso, 18 maggio 2006

Clicca qui per stampare questa scheda

 
   
per informazioni: controparola@freemail.it