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di
Dacia Maraini
“In Lombardia d'ora in poi i
feti sotto i 5 mesi di gestazione avranno diritto a una sepoltura a carico
della famiglia o, se questa non se ne occupa, della struttura sanitaria dove
è avvenuta l'interruzione volontaria di gravidanza. Previsto anche per i
genitori che ne fanno richiesta, di celebrare un funerale.”
Tutto questo è molto lodevole. Immagino che presto saranno proposti funerali
per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati
ma non andati a termine.
Il problema purtroppo sta altrove. Non si può sempre cominciare dalla coda,
accanendosi sui risultati presentati come cause, un atteggiamento tipico dei
moralisti di tutti i tempi.
L’aborto è da considerarsi una ferita che viene inferta sul corpo della
madre e un taglio crudele al progetto di una vita da mettere al mondo. Ma
vogliamo vedere e capire, con un minimo di consapevolezza storica, da dove
viene e come nasce l’aborto? O preferiamo, con cecità integralista, rendere
ancora una voltale donne colpevoli di una pratica che non è la causa, ma il
risultato di una cultura che preferisce ipocritamente rimediare anziché
prevenire? Vogliamo ricordare che per secoli e secoli alla donna è stato
proibito di scegliere se fare o non fare figli? Del suo grembo si occupavano
mariti, padri, medici, famiglie, Chiesa, Stato, tutti salvo lei,
l’interessata. Non le è mai stato concesso di rifiutare un figlio concepito,
perfino dopo una violenza, salvo ricorrendo all’aborto clandestino. Che era
tollerato, anzi spesso incoraggiato, anche se legalmente e moralmente
rifiutato. Pur di mantenere la il controllo morale e legale sulla natalità,
si preferiva chiudere un occhio. Questa è la ragione per cui, in tempi di
rivendicazione, le donne hanno preso l’aborto come una bandiera di libertà.
Ma si tratta della bandiera stracciata degli schiavi . Per conquistare un
minimo di potere decisionale, dovevano fare del male a se stesse e al figlio
che avevano concepito. Possiamo chiamarla libertà quella di nuocere a se
stesse?
Chiunque pretende di combattere l’aborto, deve dimostrare di impegnarsi
nella politica della prevenzione, altrimenti è solo un retore. Ma chi ha mai
proposto storicamente, altre facoltà di scelta alle donne fertili, salvo la
castità?Vogliamo ricordare che fino a pochi anni fa non si poteva nemmeno
parlare di anticoncezionali? Non era permesso né venderli, né
pubblicizzarli. La Chiesa tutt’oggi proibisce i contraccettivi, perfino
quando si sa che servono per prevenire una malattia orribile come l’AIDS che
sta distruggendo molti paesi africani. E quanto conti la Chiesa nel nostro
paese, lo stiamo vedendo in questi giorni.
L’alternativa all’aborto è una maternità responsabile, non il macabro
simbolismo del funerale dei feti. Sono disposti, questi campioni della
morale pubblica, ad aiutare le donne a non abortire? Quindi a prevenire la
gravidanza? Ovvero dare loro tutte le possibilità per non rimanere incinta
se non lo vogliono? Sono disposti a liberalizzare e fare conoscere i metodi
anticoncezionali ancora così poco diffusi e praticati nel nostro paese? Sono
disposti a farne materia di insegnamento, propagando la cultura della libera
scelta? Sono sicura che direbbero di no, perché la libertà di decisione
incoraggerebbe l’autonomia femminile, che ancora mette inquietudine e incute
paura.
Ricordiamoci che da quando l’aborto è stato legalizzato, è diminuito del
40%. E sarebbe calato ancora di più, se la pratica non fosse passata dalle
italiane, oggi più consapevoli, alle straniere che lavorano da noi e spesso
sono messe nella condizione disperata di rinunciare a ogni possibile
gravidanza.
Corriere della Sera, 13 febbraio 2007 |
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