Su Eluana  

 

di Dacia Maraini

“Salvare Eluana!” gridano i fondamentalisti della morale pubblica. Ma salvare da cosa? da chi? evidentemente dalla morte e dal padre. La morte a dire il vero, si è già preso quel corpo e ne ha lasciato solo la sua ombra. Il padre, che amorevolmente l’ha curata per quasi vent’anni e ha assistito alla trasformazione di un essere giovane e sano in un tronco prosciugato senza volontà e senza autonomia, oggi chiede la fine dello strazio per amore di quella figlia. Il padre conosce meglio di chiunque la pena di un organismo ormai affidato completamente a mani altrui, incapace di deglutire, di orinare, di comprendere e di sentire. Quell’uomo che conosceva l’orgoglio e la gioia di vivere della ragazza, chiede la fine di una tortura umiliante. E cosa gli si risponde? Che mente, che non sa, che vuole sopprimerla. Ma che cosa avrebbe da guadagnare da una richiesta civile e logica un padre che è già stato tanto provato? Eppure basterebbe che mettesse in giro una sola fotografia della figlia come è ridotta oggi, dopo 17 anni di immobilità, di incoscienza, di nutrimento forzato, perché la gente capisse. Sono sicura che l’immagine susciterebbe la comprensione di chi ritiene che si tratti di una ragazza sana, sorridente e felice come appare nelle fotografie, che viene condannata a morte per fame e per sete. Englaro non l’ha mostrata quella immagine, proprio per preservare la dignità della figlia. Preferisce che sia ricordata come una ragazza giovane e attiva piuttosto che mettersi al sicuro dietro una sembianza “avvilente e devastata”,come l’ha definita un dottore. Avrebbe potuto portarla all’estero, dove la “morte dolce” è considerata una soluzione amorevole per risolvere la questione. Ma non l’ha fatto. Avrebbe potuto portarsela a casa e vedersela con un medico pietoso. E non l’ha fatto. Possiamo davvero pensare che questo sia il comportamento di un uomo incosciente, barbaro, che vuole il male della sua creatura?
Chi pratica gli ospedali sa che la morte dolce da noi è già una realtà. E nasce dalla consapevolezza che la tecnologia diventa sempre più invadente e presuntuosa, che la malattia e la morte hanno i loro tempi che non sempre coincidono con quelli delle macchine. Come dice Veronesi, oggi la tecnologia ospedaliera è capace di tenere in vita un corpo in coma quasi all’infinito. Se si fa una breve inchiesta si scopre che tanti si comportano così con genitori sfiniti da malattie e cure ossessive, tenuti in vita artificiosamente in un simulacro di penosa esistenza. La pratica quindi la accettiamo, purché sia tacita. Ma se appena qualcuno pretende di agire alla luce del sole, secondo la legge della pietà e dell’amore, diamo in escandescenza.
Oggi, chi davvero conosce quel corpo martoriato, chi ha percorso tutta la spinosa strada del coma, dapprima colmo di speranza e poi mano mano sempre più disilluso e scoraggiato, chi dopo quasi vent’anni di tormenti e attese, chiede la fine del supplizio, credo abbia diritto alla nostra fiducia. O veramente abbiamo perso ogni capacità di giudicare un caso, un uomo, la sua onestà, i suoi affetti, le sue decisioni dolorose, per correre dietro ai principi astratti?

Corriere della Sera,
7 febbraio 2009

 
   
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