Donne alle leve del potere  

di Dacia Maraini

In questi giorni abbiamo scoperto che le donne italiane hanno un primato: sono quelle che dedicano più tempo alla pulizia della casa. Certo un bel primato: brave casalinghe e brave massaie passano un’ora più delle altre europee a lustrare, spolverare, lavare e sciacquare. Sarebbe interessante indagarne le ragioni storiche.
La notizia mi ha fatto venire in mente un articolo letto recentemente sul prestigioso News Week, in cui si diceva che, “con tutte le favole di eguaglianza che l’Europa racconta a se stessa , il vecchio continente è il posto meno adatto per donne che aspirano al potere”. Secondo dati pubblicati dall‘International Labor Organization, le donne che hanno posti di decisione in America sarebbero il 45%,.In Gran Bretagna invece sono il 33%. IN Svezia, paese considerato il centro dell’eguaglianza fra i sessi, sono solo il 29%. Le italiane poi sono fra le ultime, solo il 18%” ,sostiene Stephen Glaid, l’autore della inchiesta.
Eppure le donne europee lavorano. Costituiscono nell’insieme il 57% della forza lavoro. Ma quando si tratta di “raggiungere i posti di comando”, insiste l’autore dell’indagine pubblicata nel febbraio 2006, “rimangono decisamente indietro rispetto alle americane”. E perché mai? La risposta è curiosa e suona anche cinica, ma pretende di essere pragmatica e logica: L’Europa danneggia le sue donne con un eccesso di cura e di protezione. Lasciandole a casa per mesi e mesi dopo il parto, spingendole a preferire i lavori a mezza giornata, incoraggiandole a scegliere la via della rinuncia anziché quella della competizione e della concorrenza le donne sono mantenute in seconda linea. Oltretutto tagliando le gambe ai talenti femminili, continua l’autore, con la complicità dei sindacati che non hanno mai riflettuto in termini di reale parità. E per parità s’intende l’apporto che l’ingegno femminile può dare in termini di qualità del lavoro. Le donne sono concentrate in Europa soprattutto nei incarichi statali, osserva Glain. Metà delle lavoratrici svedesi sono impiegate nel settore pubblico mentre in Inghilterra sono il 30% . IN America invece le donne nei posti pubblici sono solo il 19%. Naturalmente si tratta di una finta realizzazione, sostiene l’autore, perché nel settore dei servizi le donne ottengono posti sicuri ma meno pagati e meno di soddisfazione. Insomma le americane rendono di più perché sanno di non potere contare su nessuna protezione e sono lanciate nella competizione: imparare o affogare.
Il ragionamento mi sembra contorto. Non credo proprio che la ragione del mancato accesso ai posti di decisione venga dal fatto che le donne europee sono più protette. Sarebbe come dire che, non disponendo di un sistema di assistenza medica allargata ai più poveri, l’America costringe gli ammalati a guarire prima .O a morire prima, si potrebbe aggiungere. Credo piuttosto che conti l’idea che le donne si fanno di se stesse. Una intricata rete di abitudini mentali che precedono le leggi di protezione e probabilmente le condizionano. Certamente l’Europa ha una minore potenza tecnologica, cammina con piedi di piombo, tiene la testa rivolta al passato. Ma non è detto che il sistema di protezione comporti una minore capacità di combattere e di farsi valere. Piuttosto pensiamo alla forza del cattolicesimo che impone ancora una sua idea arcaica di famiglia, di divisione dei compiti. Pensiamo alla storia contadina che incombe nella memoria collettiva con i suoi divieti, le sue distribuzioni dei ruoli, le sue paure, le sue stagnazioni autoritarie. E pensiamo a quanto le donne abbiano assorbito e fatto propri alcuni tabù religiosi e politici sul potere femminile come fonte di disordine e di paure del profondo. Sono queste le vere difficoltà, gli inciampi che impediscono alle donne di accedere alle leve del potere.

da Il Corriere della Sera

 
   
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