La ragazza pakistana e l'abitudine globale
di perseguitare le donne
 

di Dacia Maraini

Chi fa attenzione a ciò che succede in giro per il mondo sa che l’uccisione di donne anche giovanissime che disobbediscono alle tradizioni è una pratica diffusa. Sono azioni estreme che esprimono paura del cambiamento, da qualsiasi parte giunga. E sono sempre le donne che minacciano nel profondo l’immobilità gerarchica e l’intolleranza religiosa. Per questo sono ritenute pericolose. Famoso il caso, denunciato anche da Amnesty international, di una giovanissima contadina mediorientale che racconta come i genitori abbiano fatto uccidere due figlie per fatti d’onore. La figlia minore perché amoreggiava al telefono con un ragazzo. La sentenza è presa in pochi minuti. L’incarico viene dato al fratello che, con la massima tranquillità, strangola la sorella ancora bambina usando il filo del telefono. Tempo dopo anche la sorella maggiore si innamora di un giovane che vede entrare e uscire dalla casa di fronte. Un giorno lui si avvicina, le propone di sposarla. La ragazza gli crede. Ma appena rimane incinta, lui sparisce. Ancora una volta la famiglia si riunisce e decide la condanna a morte. Questa volta l’incarico viene dato a un cognato. Il giorno prestabilito padre e madre si allontanano col carretto tirato da un mulo. Piu tardi ecco il cognato che entra con fare indifferente. Si avvicina alla ragazza, le chiede come sta e poi, di colpo, le rovescia addosso una tanica di benzina e quindi le dà fuoco. La ragazza prende a correre verso la strada, si rotola per terra, chiede aiuto. Nessuno però le dà una mano e quando viene portata al pronto soccorso locale, i medici si rifiutano di curarla. Per un caso in quel pronto soccorso si trova un medico francese che la trasporta in un altro ospedale e dopo mesi, anni di cure la ragazza guarisce, ma rimane deturpata per sempre. La rabbia la spingerà a scrivere un libro che farà il giro del mondo rendendo visibile una pratica clandestina tollerata dalle autorità, purchè tenuta nascosta. Del suo caso si è saputo, delle altre migliaia di donne assassinate non si sa nulla, sono state sepolte nei giardini di casa come la povera ragazza pakistana che voleva sposare un italiano.
C’è da scandalizzarsi? sì, c’è da gridare all’orrore. Ma ricordiamoci che, anche se in modi meno spicci la punizione corporale e la soppressione della donna che pecca, è stata non solo tollerata ma anche incoraggiata nelle società cristiane fino a pochi secoli fa. A volte perfino fino a pochi decenni fa. Voglio ricordare il caso di Palmina, la ragazza pugliese che fu bruciata viva dai fratelli per avere disobbedito ai loro voleri. E cosa dire del delitto d’onore, parte di un codice che ha resistito nei secoli ed è stato eliminato solo dopo il ’68 e il femminismo?
Le società arretrate mostrano con più evidenza l’intolleranza verso la libertà femminile, ma diciamo che anche le società più avanzate conservano nei costumi e spesso anche nelle leggi, altre forme di intolleranza e di discriminazione che, pur non sfociando in un delitto, privano le donne della loro autonomia e della loro integrità.
Usare un caso odioso come questo per prendersela ancora una volta con gli stranieri, con i mussulmani, è ingiusto e sbagliato. La storia della ragazzina pakistana che voleva vivere all’italiana dovrebbe costituire un esempio di volontà di integrazione da incoraggiare. Tantissime come lei si inoltrano nella difficile strada dell’emancipazione e vanno aiutate.
Certamente il lungo cammino della democrazia comincia proprio dall’acquisizione del rispetto nei riguardi delle donne e della loro autonomia. Probabilmente tutta la questione islamica prenderebbe un’altra strada se le donne ottenessero visibilità e parola.
Da Il Corriere della Sera, 15 Agosto 2006

 
   
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