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di
Chiara Valentini
Quando,
nel febbraio di sette anni fa, avevano decretato che stuprare una ragazza
in jeans è tecnicamente impossibile, ben pochi
si erano presi la briga di difendere i magistrati della Terza sezione
penale della Cassazione, sommersa per l’occasione, oltre che
dall’indignazione, anche dal ridicolo. E quando poco tempo
dopo gli stessi giudici, tutti rigorosamente maschi, avevano prodotto
un’altra sentenza da cui si evinceva che violentare una donna
incinta di sette mesi non comportava nessuna aggravante, qualcuno
aveva chiesto che questi reati fossero trasferiti a una sezione meno
ostile alle donne. Oggi invece le cose stanno andando in maniera
diversa.
Tornata clamorosamente alla ribalta per il caso della ragazzina di
Guspini, abusata dal compagno della madre, ma dipinta come una navigata
ninfetta, questa volta la Terza sezione ha trovato parecchi difensori,
anche fra le donne. Eppure la vicenda appare persino più grave.
La vittima, che chiameremo Maria, al momento dei fatti aveva poco più di
14 anni e aveva vissuto in una famiglia disastrata. Un padre in prigione
per omicidio, un patrigno rabbioso e violento, una madre debole che
prima aveva denunciato il compagno per maltrattamenti, ma poi, quando
l’uomo era stato condannato, aveva ritirato la querela, probabilmente
per il meccanismo di paura e di dipendenza affettiva che si ritrova
spesso in queste storie. Intanto le bambine, compresa Maria, erano
state tolte alla coppia e affidate a una casa famiglia. Ed è appunto
agli assistenti sociali che Maria aveva parlato della violenza, raccontando
(è agli atti del processo) di quando era finita con il patrigno
in una porcilaia fuori dal paese. L’uomo le aveva chiesto un
rapporto sessuale, lei aveva detto di no, lui aveva insistito per un
rapporto orale, a cui Maria non aveva avuto il coraggio di opporsi. È vero
che in quel periodo la ragazzina aveva avuto qualche altra esperienza
sessuale. Ma come sostiene Massimiliano Ravenna, il suo avvocato difensore,
non si trattava certo di una Melissa P. in versione sarda. Caso mai
era stata proprio la mancanza di una famiglia capace di proteggerla
a fare di Maria un oggetto di desiderio per qualche balordo, a cui
si era aggiunto il compagno della madre.
Questa era stata l’interpretazione dei giudici d’appello,
che avevano condannato l’uomo a tre anni e quattro mesi, condannandolo
anche a risarcire Maria con una somma abbastanza considerevole: che
lei però aveva rifiutato, spiegando che le interessava solo
avere giustizia.
Ma gli ermellini hanno cassato la sentenza perché, secondo loro,
non spiegava in modo logico le ragioni per cui l’uomo non aveva
avuto le speciali attenuanti che possono ridurre la pena fino a due
terzi. Entrando pesantemente nella vita di Maria, la Terza sezione
ha sottolineato fra l’altro i suoi «numerosi rapporti sessuali
con uomini di ogni età», come se rendessero meno grave
la violenza. E qui è scoppiata la bagarre. Di fronte alle proteste
contro la sentenza, vari giuristi sono scesi in campo a difenderne
invece le ragioni. Da avvocati famosi come Franco Coppi e Giulia Buongiorno,
all’ex femminista Grazia Volo (“Le proteste? Solo veterofemminismo”),
fino ai magistrati del sito on line Diritto e Giustizia e al procuratore
capo di Roma, Giovanni Ferrara, si è obiettato che la sentenza
era tecnicamente ineccepibile e chi protestava ne aveva visto solo
qualche frase.
«
E invece le carte sono ancora peggio di quel che immaginavo. Dopo averle
lette la mia indignazione è cresciuta ancora», sostiene
Fernanda Contri, prima donna giudice costituzionale. Il punto centrale
sarebbe quello del rapporto orale. Per la corte d’appello sta
nella gravità di questo atto «innaturale» la ragione
per non concedere le attenuanti. Gli ermellini, invece, dipingendo
Maria come una ragazza spregiudicata, dicono che era stata lei a «scegliere
con avvedutezza» quel rapporto. «Ma come si può sostenere
che una quattordicenne in una porcilaia abbandonata sia libera di decidere?»,
si indigna Contri.
Domenico Gallo, magistrato del tribunale minorile di Roma, che come
senatore aveva votato dieci anni fa la legge sulla violenza sessuale,
va oltre: «In
quella legge si era fatto l’errore di unificare in un solo reato stupro
e molestie sessuali. Ma dato che non si può condannare qualcuno a cinque
anni per una pacca sul sedere, avevamo previsto attenuanti molto forti: che
però non hanno a che vedere con casi come questo. Bisogna avere il coraggio
di dire che la legge va cambiata». D’accordo l’avvocata Marinella
De Nigris, dell’associazione Onda Rosa di Napoli, secondo la quale in
questo momento c’è anche una «deriva dei principi, un ritorno
al passato», particolarmente evidente in un tribunale quasi solo maschile
(40 magistrate contro 420 maschi) e per di più anziano come la Cassazione.
Ma finché le donne non sfonderanno quel tetto di cristallo è difficile
che le cose cambino.
Da L’Espresso-2 marzo 2006
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