Simone de Beauvoir: celebrarla o liquidarla? Ecco il suo posto nel pensiero femminile

Il Saggiatore ripubblica il suo «manifesto». Rileggerlo significa capire il filo rosso che lo lega alla querelle

 

di Maria Serena Palieri

Prendiamo le pagine dei giornali italiani di questi giorni e seguiamone due temi: la fragorosa campagna contro la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, nelle pagine della politica, è il primo, l'affacciarsi del centenario della nascita di Simone de Beauvoir - venuta al mondo il 9 gennaio 1908 - nelle pagine culturali, è il secondo. C'è un nesso? Naturalmente sì. Anche se, fin qui, nessuno l'ha evidenziato e, abbiamo il sospetto, nessuno lo farà nei prossimi giorni.
Il nesso è questo: Simone de Beauvoir è stata la donna che in anni lontanissimi, nel 1949, ha pubblicato in Francia un'opera, Il secondo sesso, uno dei cui architravi teorici era il rifiuto della maternità come destino biologico della donna. Trent'anni dopo, e dopo che il mulino della Storia aveva molto lavorato, nel nostro Paese veniva approvata una legge, la 194 appunto, fondata sul principio di «autodeterminazione»: le cittadine italiane «autodeterminano», cioè scelgono e decidono da sé, la propria sessualità, procreazione, contraccezione.
Questa parola, autodeterminazione, sembra, ora, troppo raffinata per resistere nel disonesto fracasso con cui si svolge la nuova disputa sulla 194: perché anche stavolta, come periodicamente avviene, si usa il tema dell'aborto come trappola per arrivare ad altro. «Altro» (far cadere il governo, rifare la Dc ecc...) considerato d'importanza superiore rispetto a quel diritto che, quindi, si può usare come un randello.
Eppure «autodeterminazione» è uno di quei concetti che in democrazia maturano sotterraneamente in tempi lunghi, poi emergono alla luce e s'impongono e che, alla democrazia, fanno fare un salto avanti. Com'è, mettiamo, per il concetto di «multiculturalismo». Il soggetto egemone - il maschio, i cristiani e le cristiane, i bianchi e le bianche - si accorge di non esistere solo lui. E che il suo stare al mondo s'incrocia con quello di altre e di altri.
Fin qui il centenario di Simone de Beauvoir, da noi, ha suscitato sui giornali articoli che rivisitano l'icona gauchiste alla luce di nuovi dati sul suo galleggiare disinvolto nella Francia di Vichy. O pezzi in sé seri, ma titolati a effetto, «Simone la misogina». Insomma, alle prime avvisaglie del centenario, l'aria che tira è questa: ecco l'occasione giusta per liquidare Simone de Beauvoir, dama supponente.
In giro la misoginia (quella maschile) non manca: ce n'è un nuovo sussulto. Ciò che va avvenendo per Beauvoir è avvenuto in modo più soft a ottobre scorso, quando il Nobel a Doris Lessing è stato accolto come il riconoscimento a una signora fuori gioco per l'età o, all'opposto, come il premio a una scrittrice il cui merito consisteva non nell'essersi battuta contro discriminazioni di razza e di sesso, ma nello sparare sul femminismo di oggi.
Un centenario - per quel che contano gli anniversari - dovrebbe servire ad altro: a passare al setaccio la farina del pensiero e dell'opera del celebrato e vedere quanto ne resta e quanto è crusca. Perciò aspettiamo l'uscita in febbraio, per il Saggiatore, della nuova edizione del Secondo sesso . Ad accompagnarlo saranno la prefazione di una delle menti femminili più vigili di Francia, Julia Kristeva, e la postfazione di Liliana Rampello sulla faticosa e fertile vita che il libro ha avuto nella nostra cattolicissima Italia. L'aspettiamo perché di questo c'è bisogno: rileggere «il» libro di Beauvoir - il contributo più poderoso e scandaloso di questa scrittrice - e rileggerlo come un tassello di un edificio-chiave del Novecento, la storia del pensiero femminile.
Da L’Unità, 8 gennaio 2007

 
   
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