Applausi per Manuela Kustermann, al Vascello con «L'amore mio non può» di Lia Levi  

Sul palco gli orrori della deportazione



di Maria Serena Palieri


Che cosa è necessario per rievocare in scena i cinque anni - tra il 1938 e il 1943 - che racchiudono a Roma l'orrore delle leggi razziali? Un tavolo, due sedie, delle foglie di platano secche che volano sul pavimento nudo, e per contrasto con questi elementi minimi un grande schermo sul quale scorrono le immagini tronfie e minacciose dei cinegiornali dell'epoca; poi una brava attrice e regista, Manuela Kustermann, e un bel monologo tratto dal romanzo L'amore mio non può di Lia Levi. Un romanzo scritto dall'autrice nella sua classica cifra: malinconia ma anche levità per raccontare la tragedia.
Al «Vascello», fino al 27 gennaio, ecco uno spettacolo che mette in scena cos'era l'Italia di quelle stagioni per chi cercava di sopravvivere navigando contro programmi di nientificazione (agli ebrei è proibito studiare, agli ebrei è proibito lavorare...) e nonostante editti che oggi viene da definire talebani (agli ebrei è proibito possedere una radio...).
Del romanzo di Lia Levi, Manuela Kustermann nel monologo di un'ora mantiene la sostanza dell'intreccio: c'è una famiglia piccolo borghese ebrea, impiegato di banca lui, lei diplomata maestra ma casalinga, e la loro Lilia, la bambina di cinque anni. Ma la poesia coniugale s'infrange quando il giovane bancario Andrea, espulso dal lavoro, cade nel male oscuro. Andrea si butta giù dal muraglione dei poeti al Pincio e lascia il testimone alla moglie giovanissima. Che trova l'unica risorsa per mantenere sé e la figlia nel trasformarsi in serva in una casa di ebrei, dei super-ricchi cui ormai è proibito tenere a servizio personale ariano. È proprio dentro questa doppia umiliazione, ebrea nell'Italia fascista, e serva in casa di correligionari arroganti, che, per la giovane donna e Lilia, nel sabato nero - 16 ottobre '43 - della deportazione degli abitanti del Ghetto, s'accende all'improvviso una speranza di salvezza. Alla prima applausi - molti - per l'ottima Kustermann. E per la sua «fonte» narrativa, una Lia Levi lieta ma frastornata, trascinata sul palco. Nel settantennale delle leggi della vergogna uno spettacolo che dovrebbe andare in tournée nelle scuole.
Da L’Unità, 11 gennaio 2008

 
   
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