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VIOLENZA SULLE DONNE
Solo nel 2006 le vittime sono state 112 . Come la Spagna ha affrontato il
drammatico problema
di
Maria Serena Palieri
Il Settanta e centododici.
Tenete a mente queste due cifre. La prima, settanta, è il numero di donne
uccise in un anno in Spagna per quei motivi che tradizionalmente si chiamano
«passionali»: è la cifra che lì ha fatto scattare l’allarme rosso e che, nel
2005, ha ispirato l’adozione di misure ad hoc, la più importante i
«tribunali di genere», corti specializzate nei reati che maturano in quel
territorio specialissimo che sono i rapporti tra i due sessi. La seconda,
centododici, è quella delle donne che, nel 2006, in Italia, sono state
vittime di un «amore criminale», come diceva il titolo di una bella
trasmissione di Raitre: donne uccise, cioè, da un uomo cui erano
affettivamente legate, marito, fidanzato, ragazzo, compagno, amante, oppure
da un uomo che aspirava a essere tale, ma a cui loro, le vittime, avevano
detto «no».
Stando alle cronache, nel 2007 il numero dovrebbe crescere: il viso
sorridente di Chiara di Garlasco è ancora sulle prime pagine, ed ecco
affiorare da un laghetto alle porte di Torino il corpo di Sara, uccisa da
Nando Locampo, ammiratore respinto (sembra) e reo confesso.
Quanto deve salire il numero perché, anche da noi, scatti l’allarme rosso?
Non è chiaro che un «femminicidio» così ha dei motivi che vanno oltre la
sfera del privato: che affondano (anche se gli assassini non lo sanno) in
un’emergenza, in uno stato attuale dei rapporti di potere tra i due sessi,
in una crisi dell’identità maschile dove si mescolano, con esiti come questi
sanguinari, tragica fragilità e tragica protervia? Affrontare questo tipo di
reati per ciò che sono, delitti cioè che maturano dentro il territorio
particolare - specifico e complesso - dei rapporti tra i due sessi, richiede
uno sforzo culturale. Non usiamo la parola «rivoluzione» perché siamo
convinte che, nel nostro Paese, sono in molte e in molti ad averlo capito,
questo. Un governo progressista (un governo di centrosinistra almeno questo
dovrebbe essere, no?) dovrebbe fare lo sforzo di cominciare a usare degli
strumenti culturalmente adeguati: se più di cento donne vengono annualmente
uccise «per amore», e se il numero cresce, questi casi non possono finire
genericamente alla voce «omicidi». Li si guardi per quello che sono. E, per
ciò che sono - il frutto tragico di una guerra che corre sottotraccia - li
si affronti: protezione per chi è vittima di quella molestia ossessiva,
quella «amorosa» persecuzione che spesso precede la mattanza? tribunali ad
hoc? programmi di formazione per ragazzi e ragazze nelle scuole?
Noi siamo convinte che la politica, in questo campo, possa fare: la riforma
della legge sulla violenza sessuale, per esempio, se non ha ridotto il
numero degli stupri né ha aumentato, se non in modo non davvero rilevante,
il numero delle denunce, ha almeno prodotto commissariati più accoglienti
per le vittime e aule di tribunale più umane verso di esse.
Sono riforme e provvedimenti a costo zero o limitato, costano solo voglia di
guardare la realtà in faccia, onestà intellettuale, un po’ di immaginazione.
E lavoro d’équipe tra diversi ministeri, Pari Opportunità, Istruzione,
Giustizia, Interno, Solidarietà sociale. Ah, già: porteranno voti? Per caso
è questa la domanda - orribilmente disincantata - che dovremo porci se,
nelle prossime settimane, invece la politica non farà un bel niente?
L'Unità, 1 ottobre 2007 |
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