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di
Mirella Serri
Il prossimo dieci 10 marzo festeggeremo i sessant’anni dalla conquista
da parte delle donne dell’elettorato passivo. Ovvero da quando per la prima
volta le donne hanno potuto essere elette. E’ esattamente il 10 marzo 1946
quando escono dalle urne circa 2000 consiglieri comunali, parecchi assessori
e alcune donne sindaco. Una ricorrenza da non dimenticare questa prima presenza
femminile alle amministrative. Anche perché, ahimé per noi, questo
ottenimento dell’elettorato passivo nasce come riparazione: nel 1945, quando
viene deliberato il diritto di voto per le donne, si dimentica di prevedere l’elettorato
passivo. Già proprio così. A ripercorrere oggi questa vicenda che
ha i tratti amari di una farsa sembra che la storia si ripeta. Oggi le donne
possono accedere a tutte le cariche e a tutti i seggi ma, ancora una volta, saranno
in gran parte fuori o presenti in scarsissima misura nel nuovo Parlamento.
Ma riepiloghiamo le tappe della singolare distrazione che portò i ‘padri
della patria’, a dimenticare che, al loro fianco sugli scranni del neoeletto
Parlamento alla fine della guerra, potevano sedere anche le donne.
Il terzo articolo della legge recitava: “sono escluse dal voto le prostitute
che esercitano il meretricio al di fuori di luoghi autorizzati”. E stava
a significare che si ritengono adatte a infilare la scheda nell’urna solo
le lucciole che godono del privilegio delle case chiuse mentre vengono private
del fondamentale diritto quelle peripatetiche, che esercitano all’aperto.
Accompagnandosi a questa singolare discriminazione (che sarà comunque
eliminata nel 1947) arrivava così il 31 gennaio 1945, il più rivoluzionario
decreto legislativo del secolo, a firma congiunta De Gasperi-Togliatti. Il primo
articolo della legge, dopo più di 50 anni di dure battaglie, di lotte,
di accaniti dibattiti parlamentari sull’eguaglianza o sull’inferiorità femminile,
estendeva il diritto di voto alle donne. Approdava dunque nella penisola sofferente
e divisa il suffragio universale. Si presentava quasi alla chetichella, nella
distrazione generalizzata di un’Italia ancora in guerra. Il secondo articolo,
anche questo condizionato da estrema pruderie, ordinava la compilazione di liste
elettorali femminili distinte da quelle maschili.
I giornali dell’Italia liberata comunicavano l’evento senza troppo
rilievo. Unica a strillare la notizia in prima pagina era “l’Unità”,
annunciando che avrebbero potuto votare nella successiva primavera le donne che
avevano compiuto 21 anni entro il 21 dicembre 1944. Ma nella legge si ritrovava
ancora un’altra pesante anomalia. Non era previsto per le donne l’elettorato
passivo. Il gentil sesso che finalmente poteva eleggere i propri rappresentanti
non poteva a sua volta essere eletto. Una distrazione a doppia firma, cattolica
e comunista? Può essere. Tutti i partiti, rilevava Palmiro Togliatti fin
dal 1944 con galante metafora, “fanno la corte alle donne”. Ma nel
sindacato, nelle cellule comuniste, nei gruppi dell’associazionismo cattolico
si discuteva sulla loro “reale preparazione” all’agone politico.
Comunque anche a questo si rimedierà. Il 10 marzo 1946 venivano dichiarati
eleggibili all’Assemblea costituente i “cittadini e le cittadine
italiane che, al giorno delle lezioni abbiano compiuto il 25° anno di età”.
Le donne metteranno dunque piede per la prima volta in un seggio elettorale per
le amministrative della primavera. Però non tutte le liste includeranno
delle candidate, proprio perché non si era fatto in tempo a inserirle
per via della ‘dimenticanza’ .
La legge si presentava nella sua semplicità ed essenzialità ricca
di incresciosi equivoci e di errori. Quasi come un boccone ingoiato controvoglia,
un atto dovuto, di cui proprio non si poteva proprio più fare a meno.
Non a caso la new entry femminile metteva in agitazione tutte le forze politiche
che sembravano condividere il giudizio di un manifesto azionista secondo cui
le donne “non preparate né educate alle questioni politiche… (potevano
finire) facile preda di adescatori”. La sindrome dell’adescatore
coinvolgeva comunisti, azionisti, diccì anche in occasione del referendum
del 2 giugno, poiché tutti pensavano all’elettorato femminile come
reazionario e facilmente soggetto al fascino delle teste coronate. Poi, per lungo
tempo, i militanti del Pci addebiteranno al gentil sesso le sconfitte elettorali
del 1946 e del 1948: le donne erano più “permeabili all’anticomunismo”,
secondo Togliatti.
Comunque in Italia l’altra metà del cielo non aveva ottenuto per
la prima volta il diritto di eleggere nel 1945: il voto amministrativo era stato
concesso dopo un intervento favorevole del duce. Però - ironia della sorte – le
donne non erano mai andate alle urne. Nel 1925 era stato concesso l’agognato
diritto a conclusione di un vivacissimo dibattito alla Camera in camicia nera,
tra battute da caserma, frizzi e lazzi, con i deputati divisi in due fazioni,
i femministi e gli antifemministi: questi ultimi si autodefinivano ginecofili
o dongiovanni. Ma le donne non faranno a tempo a esercitarlo perché pochi
mesi dopo, con l’arrivo dei podestà di nomina governativa, non voteranno
più né maschi né femmine.
La più vera esperienza dell’urna, quella politica, il bagno più entusiasmante
nella fonte elettorale, la faranno il 2 giugno 1946. Un tuffo assolutamente esemplare è,
tra i tanti, quello di Maria Bellonci che ricorderà: “confesso che
mi mancò il cuore e mi venne l’impulso di fuggire… mi parve
in quel momento di essere immessa in una corrente limpida di verità”.
In quel momento tutte le strade portavano al voto e pure al sogno di una rapida
carriera politica. Che errore. C’era però chi, come Giulio Andreotti,
fin dal 1945 aveva manifestato la massima preveggenza sulla presenza femminile
al governo: “una o due donne avrebbero dato un colorito di vera novità democratica
al ministero ma sei donne avrebbero rappresentato un spinta decisa verso il matriarcato”.
Una linea di condotta destinata a trionfare. Lo verifichiamo continuamente.
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