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Colloquio con Cristina
Comencini
di
Chiara Valentini
C'è uno strano movimento nel
campo femminil-femminista già da tempo in ebollizione per le tante offese e
umiliazioni che l'Italia berlusconiana e non solo continua a infliggere alle
donne. Ma questa volta niente appelli né lettere ai giornali. Da un anno
circa, dai tempi del caso di Patrizia D'Addario, alcune donne della
cosidetta società civile avevano cominciato a riunirsi silenziosamente e a
riflettere sul disastro dei rapporti fra i sessi nel nostro Paese. Attorno
alla regista Cristina Comencini, alla docente di letteratura italiana Maria
Serena Sapegno e alla giornalista Licia Conte si erano raccolte scrittrici e
poetesse, da Iaia Caputo a Sara Ventroni ad Anna Maria Mori, politiche in
libera uscita come Francesca Izzo e Anna Maria Riviello, attrici come
Lunetta Savino e tante altre, di esperienze e generazioni diverse ma con
un'idea chiara in testa, trovare una via d'uscita, o almeno un'idea nuova da
mettere in campo.
E sembra che ci siano riuscite. Non solo il gruppo 'Di nuovo' ha prodotto un
sostanzioso documento (adesionedinuovo@tiscali.it) ma anche uno spettacolo
teatrale, 'Libere', di Cristina Comencini, con la regia della sorella
Francesca. È un dialogo fra due donne di generazioni diverse, che riprende
le discussioni del gruppo, quasi un manifesto post-femminista aggiornato
all'oggi (la prima sarà a Roma il 2 luglio all'Accademia della Danza, poi
girerà per tutta Italia). Ne abbiamo parlato con Cristina Comencini.
Perché ha scelto questo tema?
'È un modo per cominciare a capire perché il femminismo italiano, uno dei
più vivaci e interessanti d'Europa, ad un certo punto è tornato a casa, non
ha lasciato sul campo strumenti di difesa, paletti che la società non
potesse ignorare. Oggi le donne più giovani spesso non conoscono neanche le
idee più elementari di quel movimento, sono scomparse, cancellate. Dobbiamo
ricominciare a parlarne insieme'.
Voi pensate che un primo passo sia di riallacciare il discorso con le
ragazze, con le donne giovani?
'È una strada obbligata. Vivono anche loro un disagio molto forte, si
sentono offese, anche spaventate in un Paese dove tutte le scelte delle
donne sono penalizzate, ma non hanno quella risorsa che era per noi il
collettivo, il rapporto con le altre. E ne sentono un gran bisogno'.
Ma da dove pensate di ripartire?
'In questo anno ci siamo chieste spesso dove il femminismo ha sbagliato. Ci
sembra che la sua debolezza sia stata quella di non riuscire a fare il passo
della proposta politica. Ad un certo punto si è tirato indietro, si è
spezzettato in tanti rivoli, che non potevano esercitare una vera influenza.
Intanto il potere è rimasto in mano agli uomini, che saranno anche in crisi,
ma se lo tengono ben stretto'.
Che cosa proponete in concreto?
'Abbiamo un obiettivo molto chiaro e ambizioso, aprire uno spazio nuovo e
politicamente il più largo possibile, lanciando un'associazione nazionale
che possa raccogliere le forze sparse. Ci sono tantissimi gruppi e
collettivi, anche di ragazze giovani. Mettiamoli in Rete, apriamo una
discussione generale, in una convention che individui le priorità da
affrontare'.
Insomma, avete in mente un partito delle donne?
'No, non è questa la strada. Piuttosto pensiamo di poter condizionare i
partiti che ci sono. Ma perché succeda dobbiamo ritrovare una nostra voce,
esprimere una nuova idea di libertà femminile. Non è una sfida da poco'.
L'Espresso, 25 giugno 2010 |
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