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Per
combattere gli stupri non servono la castrazione chimica e le ronde. Ma
processi rapidi, maggiori strumenti di difesa e più informazione
Colloquio con Alessandra Kustermann di
Chiara Valentini
Se c’è una persona che può parlare con cognizione di causa dello stupro è
Alessandra Kustermann, una delle più famose ginecologhe italiane, paladina
della legge sull’aborto e responsabile del Centro diagnosi prenatale e dei
grandi prematuri al Policlinico Mangiagalli. Dal ’96, quando era entrata in
vigore la legge che ha fatto della violenza sessuale un reato contro la
persona e non più contro la moralità pubblica Alessandra Kustermann è la
responsabile di quell’avamposto dei diritti delle donne che è il Soccorso
Violenza Sessuale dello stesso ospedale. Con un nutrito gruppo di
ginecologhe e medici legali, oltre che assistenti sociali e psicologhe, in
16 anni il Centro della Kustermann ha assistito e aiutato gratuitamente più
di 5 mila donne, diventando allo stesso tempo un osservatorio prezioso sul
terreno delle violenze sessuali. Abbiamo parlato con lei delle vicende di
questi giorni.
Storie inquietanti di ragazzine stuprate in pieno giorno, mentre la ministra
Carfagna parla di “bollettino di guerra” e i leghisti arrivano a chiedere la
castrazione chirurgica per i violentatori più efferati. Il 2009 è l’anno
dell’emergenza stupri?
«E’ una falsità, da tre anni i dati sono praticamente invariati. Quel che è
cambiata è l’attenzione dei media. In questo momento molti cronisti sono
sguinzagliati nelle questure alla ricerca di casi clamorosi, che riempiono i
telegiornali e le prime pagine. Ma purtroppo le storie che raccontano noi le
conosciamo bene. Le abbiamo affrontate ogni giorno, anche quando non ne
parlava nessuno».
Ammetterà che gli stupri di strada, con ragazze trascinate in qualche luogo
isolato mentre aspettano l’autobus, non erano così frequenti in passato.
«Ma non lo sono neanche oggi, anche se purtroppo continuano a succedere.
Fanno più rumore perché corrispondono a quel che è lo stupro
nell’immaginario collettivo: una donna sola che viene aggredita e
brutalizzata da uno o più sconosciuti, in genere stranieri. Nella realtà
quotidiana a strappare con la forza il rapporto sessuale sono più spesso
persone già note, conoscenti anche occasionali, ex partner, datori di
lavoro. Ma in questi casi le denunce sono piuttosto rare. E’ molto più
probabile che le vittime, piuttosto che andare in questura, vengano da noi
perché stanno male, hanno bisogno di aiuto. Una donna su tre non confida a
nessuno, neanche all’amica più cara quel che ha subìto».
Insomma, le cronache darebbero un’immagine poco realistica di quel che
succede?
«Si. Gli unici dati certi vengono dalle denunce. Ma sappiamo che solo l’8
per cento delle donne decide di affrontare un processo obiettivamente
umiliante e difficile. Nello stupro di strada la vittima ha lesioni anche
gravi e persone che possono testimoniare. Ma nelle violenze inflitte da
persone conosciute è ben diverso. In tribunale ci sarà solo la parola della
donna contro quella dell’aggressore, che dirà immancabilmente «Ma lei ci
stava». Anche i segni della violenza possono essere poco evidenti, piccoli
lividi sulle cosce, piccole lesioni interne. In un caso su cinque non ci
sono affatto perchè le donne si ribellano raramente. Hanno paura, conoscono
il rischio di essere uccise. Mentre gli stupratori sanno che difficilmente
verranno denunciati».
Perché c’è un accanimento speciale sulle giovanissime? Oltre alle violenze
di strada vengono spesso alla luce stupri di gruppo da parte di amici ei
compagni di scuola, ripresi con i telefonini e fatti circolare in rete. Come
spiega questa nuova barbarie?
« E’ un segno delle difficoltà, della diseducazione sentimentale dei ragazzi
in una società ossessionata dal sesso. I maschi si sentono forti facendo
gruppo e possono arrivare fino alle violenze in situazioni particolari. Per
esempio, quando riescono a isolare una compagna più debole, più ingenua, che
diventa anche oggetto del loro disprezzo. Ma ci sono anche altre cause, come
l’ aumento dell’uso di alcoolici, ormai a livelli del nord Europa. E poi c’è
la droga dello stupro».
Di che cosa si tratta esattamente?
«E’ un tipo di droga che circola parecchio fra i più giovani. E’ facile
scioglierla nella bibita della compagna, non lascia tracce e non addormenta
ma dà una specie di amnesia. Quando lei riacquista lucidità è smarrita,
capisce che è successo qualcosa ma non sa cosa. L’anno scorso sono arrivate
qui molte decine di giovanissime a dirci:«Ho un buco nella memoria, mi
visiti, mi aiuti a capire se hanno abusato di me». E in effetti abbiamo
trovato molto spesso tracce di sperma».
Oggi non è così difficile per un uomo poter avere rapporti sessuali. Perchè
imporli con la violenza?
«E’ la stessa domanda che ci facciamo a proposito dei clienti delle
prostitute. Sono convinta che la motivazione è la stessa. In tutti e due i
casi c’è una forma di disprezzo verso la donna, un’affermazione di sé e un
annullamento dell’altra. Nella prostituzione lo si esercita con i soldi,
nello stupro con la forza fisica e le minacce».
Quando nel 2006 una ricerca dell’Istat ci ha fatto sapere che il 5 per cento
delle italiane ha subìto uno stupro o un tentato stupro non c’erano state
particolari proteste e allarmi. Oggi invece, sull’onda della paura dello
straniero, si grida “difendiamo le nostre donne”, quasi in una deriva
tribale. Che impressione le fa?
«Prima di tutto voglio ricordare che in percentuale ci sono molte più
violentate fra le straniere che fra le italiane, anche se il dato sfugge
alle statistiche ufficiali perché quasi mai osano fare una denuncia. Ma da
noi come in altri centri ne arrivano sempre di più a raccontare gli stupri
non solo dei loro connazionali ma degli italiani, che spesso sono i datori
di lavoro».
Dopo che non si è fatto niente per anni adesso si preparano affannosamente
norme d’emergenza. E ritorna l’idea della castrazione chimica.
«Sono scettica prima di tutto sull’efficacia. E’ un farmaco che non funziona
perché influisce sulla libido ma non sugli atteggiamenti. E spesso lo
stupratore non è mosso dal desiderio sessuale ma dalla voglia di rivalsa. Ho
visto settantenni violentate durante le rapine in villa come puro atto di
sopraffazione. In varie donne stuprate non si trovano i segni
dell’eiaculazione».
Condivide l’idea di abolire gli arresti domiciliari e di alzare le pene per
gli stupratori?
«Penso che sia molto importante la rapidità del processo e la certezza della
pena. Una donna che ha avuto il coraggio di fare la denuncia non deve
rischiare di ritrovarsi davanti quell’uomo dopo poco tempo. Lo stupro è un
reato speciale e va trattato come tale».
Crede all’utilità delle ronde di privati cittadini? Anche un commentatore
progressista come Michele Serra parla di “volontà di partecipazione attiva e
quasi di protezione civile”.
«Temo sempre gli uomini quando vanno in branco, mi ricordano i Ku Klus Klan.
E’ bene avere un maggior controllo del territorio, ma i vigili di quartiere
mi sembrano più adatti e alle ronde preferisco i telefoni satellitari che
stanno per arrivare a Milano. Verranno offerti alle donne che lavorano di
notte. Schiacciando un bottone saranno collegate alle forze dell’ordine».
Quali altre iniziative suggerirebbe?
«Il recupero degli uomini violenti. Dieci anni di carcere non servono se chi
esce non è cambiato. A Bollate, vicino a Milano, c’è un’équipe condotta da
Paolo Giulini, che aiuta i detenuti per stupro a ricostruire il loro vissuto
e a svelare i meccanismi della violenza. E i risultati sono positivi».
Dopo un uso smodato del corpo femminile nei media e in Tv, sembra che adesso
la donna nuda non basti più, ci vuole la donna violentata. L’ultimo esempio
viene dal sofisticato calendario Pirelli, dove compare una bella ragazza di
colore terrorizzata e inchiodata a terra da mani maschili. Non sarebbe
giusto vietarlo?
«Sono d’accordo. E in Spagna l’hanno fatto da tempo. Nella legge sulla
violenza contro le donne fatta votare da Zapatero c’è un articolo che
proibisce proprio questo genere di immagini. E anche questo è un segnale
positivo».
da l'Espresso 26 febbraio 2009 |
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